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	<title>Beh, buona giornata.</title>
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	<description>il blog di Marco Ferri</description>
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		<title>Il tonfo di Endemol: il format e la sostanza.</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 13:03:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[S’è rotto l’uovo di Colombo. Fare programmi a basso costo, di bassa qualità con un’ alta redditività pubblicitaria non paga più. Il tonfo di Endemol lo ha dimostrato. La televisione ha ingannato per anni gli inserzionisti pubblicitari, vendendogli format in grado di fare ascolti, che si volevano trasformati in altrettanti contatti utili alle campagne pubblicitarie. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>S’è rotto l’uovo di Colombo. Fare programmi a basso costo, di bassa qualità  con un’ alta redditività pubblicitaria non paga più. Il tonfo di Endemol lo ha dimostrato. La televisione ha ingannato per anni gli inserzionisti pubblicitari, vendendogli format in grado di fare ascolti, che si volevano trasformati in altrettanti contatti utili alle campagne pubblicitarie. Ma a un certo punto il giocattolo si è rotto. Perché il successo di alcuni programmi era effimero, gonfiato dalle società di rilevamento dell’audience. Quando la crisi ha cominciato a picchiare duro, sono crollati i consumi, dunque le vendite, dunque gli introiti. E le grandi compagnie hanno cominciato a disinvestire in pubblicità televisiva. </p>
<p>Ecco la verità del tonfo di Endemol. Una verità che in Italia è ancora più rimarchevole. Pensate solo al fatto che Mediaset è la più grande compagnia del settore televisivo privato, ma è anche azionista di Auditel, ma è anche proprietaria di Endemol. Se poi non ci dimenticassimo che il capo di tutto questo è anche il capo del governo italiano, dovremmo tenere a mente che nel  2009 Berlusconi, che è anche il capo di Mediaset, di Auditel e di Endemol diceva che la crisi non c’era, poi che era alle spalle, poi che non bisognava investire pubblicità sulle testate “catastrofiste”. Risultato? </p>
<p>Secondo Nielsen Media Reaserch, compagnia americana operante anche in Italia, specializzata nelle ricerche di mercato,  la raccolta pubblicitaria nelle tv italiane  nel 2009 è scesa a -10%. Dunque, “Il Grande Fratello”, piuttosto che “Chi vuol essere milionario”, piuttosto che “Che tempo che fa”, tanto per citare solo alcuni format targati Endemol non sono riusciti a fermare la crisi dei consumi e di conseguenza la crisi degli investimenti pubblicitari in televisione. La formula secondo la quale, più abbasso la qualità più rendo fruibile la visione, più è facile inserirvi la pubblicità, più è garantito il successo delle vendite è andato a farsi friggere. </p>
<p>Il tonfo di Endemol non è un fatto semplicemente finanziario. E’ la prova provata della crisi di un modello di business della pubblicità. Se i consumatori se ne sono accorti, tanto da non dare più retta ai “consigli per gli acquisti” in tv; se i telespettatori se ne sono accorti, tanto da non accordare gli stessi livelli di audience; se gli investitori se ne sono accorti, tanto da penalizzare la tv a favore di internet; quello che stupisce è che non se ne siano accorti in tempo Goldman Sachs, Mediaset  e Jon De Mol. Ma forse no. Dopo le “bolle speculative” cui siamo stati abituati, cosa volete che siano le “balle speculative” che sono state raccontate in questi anni ai consumatori, ai telespettatori e agli investitori pubblicitari? </p>
<p>Insomma, il vero reality show non è andato in onda nelle case dei telespettatori, è andato in sala riunione delle case produttrici di prodotti e servizi, ingannati dalla facilità con la quale gli si potevano vendere mediocri programmazioni televisive, da farcire con mirabolanti pianificazioni pubblicitarie. Beh, buona giornata.</p>
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		<title>La calcificazione della politica italiana.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 23:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sanno tutti quanto in Italia sia forte l&#8217;intreccio tra calcio e politica. Tanto che negli stadi si fa politica e la politica usa spesso toni da stadio. Fu la politica a designare Lippi, uomo dell&#8217;establishment che portò al macello la Nazionale in Sud Africa. Fu sempre la politica a salvare i vertici del calcio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sanno tutti quanto in Italia sia forte l&#8217;intreccio tra calcio e politica.<br />
Tanto che negli stadi si fa politica e la politica usa spesso toni da<br />
stadio. Fu la politica a designare Lippi, uomo dell&#8217;establishment che portò<br />
al macello la Nazionale in Sud Africa. Fu sempre la politica a salvare i<br />
vertici del calcio italiano: come se nulla fosse successo, ognuno è rimasto<br />
al suo posto, dopo l&#8217;ignominiosa debacle africana. Fu il calcio a vaticinare<br />
l&#8217;ingresso in politica, o meglio &#8220;la discesa in campo&#8221; del presidente del<br />
Milan, che poi divenne il presidente del Consiglio. Fu il calcio ad<br />
ammalarsi di politica, come abbiamo visto nelle vicende di Calciopoli.</p>
<p>Dunque, se il calcio si è politicizzato e la politica si è calcificata (in<br />
tutti i sensi), forse è proprio da questo binomio che può venire la<br />
soluzione alla crisi del governo, che è  poi la crisi del berlusconismo,<br />
visto che l&#8217;attuale squadra di governo è ormai bollita, dunque<br />
irrimediabilmente perdente. </p>
<p>Governo tecnico? Allargamento della maggioranza<br />
conl&#8217;Udc? Un neo CLN da Fini a Vendola, passando per Rutelli, Casini, Luca<br />
di Montezemolo? Tremonti, gioca all&#8217;attacco o in difesa? Berlusconi vuole<br />
comprare Casini? Basterebbe leggere i titoli dei giornali di queste<br />
settimane, per avere la netta sensazione della calcificazione (in tutti i<br />
sensi) della politica italiana. </p>
<p>Cionondimeno, una soluzione ci sarebbe: è<br />
sotto gli occhi di tutti. C&#8217; è una squadra di calcio in Italia che è stata<br />
capace di vincere tutto, sia sul piano nazionale che su quello europeo.<br />
Proprio quello che servirebbe alla politica italiana, per vincere le<br />
drammatiche difficoltà,  in questi frangenti molto critici per l&#8217;economia,<br />
per il vivere sociale, per il lavoro, per lo sviluppo. Questa squadra di<br />
calcio ha introdotto un&#8217;innovazione che sarebbe molto salutare fosse copiata<br />
pari pari dalla politica italiana. Parliamo dell&#8217;Inter di Moratti, nelle cui<br />
fila militano solo giocatori stranieri, allenatore compreso. Ecco allora<br />
l&#8217;idea che spariglierebbe le carte (un po&#8217; sporche)  della politica<br />
italiana: un governo di soli ministri stranieri, capo del governo compreso.</p>
<p>Una ideale squadra di governo? Presto detto: Nelson Mandela (presidente del<br />
Consiglio); Bono degli U2 (vice presidente);  Dave Letterman (portavoce);<br />
Sub Comandante Marcos (Difesa); Baltazar Garzòn (Giustizia); Mark Harmon,<br />
alias Leroy Jethro Gibbs  dell&#8217;NCIS (Interni); Al Gore (Ambiente);  Joska<br />
Fischer (Esteri); dott Hause (Sanità); Woody Allen (Cultura); Dalai Lama (Istruzione); Rigoberta<br />
Manchu (Agricoltura); Aung San Suu Kyi (Pari Opportunità); Steve Jobs<br />
(Sviluppo economico); Kofi Annan (Welfare); Íngrid Betancourt (Attività forestali);Michael Schumacher (Trasporti); Bernard Madoff (Economia);<br />
Mike Tyson (Attuazione del Programma); Dan Brown (rapporti con la Santa<br />
Sede). </p>
<p>La nostra Costituzione dice a chiare lettere che spetta al Capo dello<br />
Stato, il presidente Napolitano, la scelta di chi incaricare per la<br />
formazione di un nuovo governo. Noi rispettiamo la Costituzione e il ruolo<br />
del Presidente della Repubblica. </p>
<p>Ci permettiamo solo di suggerire di lasciar<br />
fuori ministri di nazionalità russa e libica. Niente di personale con i<br />
cittadini di quei paesi, semmai con i rispettivi governanti. Infatti, viste<br />
certe poco chiare frequentazioni, non vorremmo che alla fine Berlusconi<br />
uscisse dalla porta, per poi rientrare negli spogliatoi, e magari tornare in<br />
campo, con un colbacco o un turbante. Beh, buona giornata.</p>
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		<title>Italia 2010: verso la terza Repubblica (berlusconista).</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 20:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia 2010]]></category>
		<category><![CDATA[la crisi del governo Berlusconi è la cris della Seconda Republica]]></category>
		<category><![CDATA[Prove tecniche di Terza Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Quei cinque punti, che più che di programma sembrano punti di sutura per ricucire la lacerazione tra Berlusconi e Fini, segnano un altro passo del berlusconismo verso l’autoconservazione di se stesso. I punti sono quelli di cui si sapeva: federalismo fiscale, fisco, Sud, giustizia e sicurezza. I contenuti più delicati: rilancio del lodo Alfano, processo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quei cinque punti, che più che di programma sembrano  punti di sutura per ricucire la lacerazione tra Berlusconi e Fini, segnano un altro passo del berlusconismo verso l’autoconservazione di se stesso. </p>
<p>I punti sono quelli di cui si sapeva: federalismo fiscale, fisco, Sud, giustizia e sicurezza. I contenuti più delicati: rilancio del lodo Alfano, processo breve, legge sulle intercettazioni e separazione delle carriere per i magistrati. </p>
<p>La novità non sta nei cinque punti, dunque, ma nel ricatto apertamente dichiarato nei confronti del Parlamento. “Senza questa maggioranza non ci sarebbe altra soluzione che nuove elezioni&#8221;, ha aggiunto Berlusconi col suo solito cipiglio da “ghe pensi mì”. </p>
<p>Un ricatto che, in realtà è rivolto a tutti: alleati fedeli e non, opposizione, forze sociali. Se non fate come dico io e con gli stessi voti in Parlamento io butto tutto all’aria.  </p>
<p>Berlusconi ha parlato come se fossimo in una democrazia presidenziale, come se lui fosse  già capo dello Stato oltre che capo del Governo, come se l’Italia non fosse una democrazia parlamentare, come se il Capo dello Stato non contasse niente. </p>
<p>In più, dopo le aspre polemiche degli ultimi giorni, nelle quali i finiani sono stati trattati come “traditori” del mandato elettorale, Berlusconi ribadisce apertamente una modifica costituzionale che non c’è mai stata: il vincolo di mandato dei deputati, che invece non solo non è previsto nel nostro ordinamento, ma addirittura chiaramente negato. </p>
<p>E allora  ecco cosa si nascondeva sotto il fango gettato addosso agli ex alleati finiani durante tutto il mese di agosto, in cui sono volati  ipotesi di terzo polo, auto-candidature, palesi o seminascoste, desideri di governi di transizione, mentre in realtà volavano ricatti,  killeraggi mediatici, volava fango, e più spesso è piovuta merda: si nascondeva, ed è venuta fuori tutta intera, una gran voglia di Terza Repubblica, presidenziale e berlusconista, con a capo Berlusconi in persona. </p>
<p>La situazione politica italiana  è un paradosso, tipico del teatro dell’assurdo: io so che tu sai che io so che se il governo cade in Parlamento  si va alle elezioni. </p>
<p>Però, io so che tu sai che io so che se si va alle elezioni io le vinco ancora e tu le perdi un’altra volta. </p>
<p>E allora? Allora ecco che io so che tu sai che non ti conviene andare al voto adesso. </p>
<p>Quindi: io so che tu sai che faccio finta di presentare un bel programma di  legislatura, ma in realtà io non faccio mediazioni né sconti. Io non governo, io comando. </p>
<p>Che fai, caro Fini? La voti o non la voti la fiducia al governo Berlusconi?</p>
<p> Che fai, caro Bossi? Lo sai che senza di me il federalismo non lo fai. </p>
<p>Che fate, cari Casini, Rutelli, Montezemolo, ve la sentite di andare al  voto e  prendere due spiccioli di voti? </p>
<p>Che fai, caro Di Pietro, giochi al tanto peggio tanto meglio? </p>
<p>Che fai, caro Bersani, apri alla Lega e cerchi alleanze con Confindustria, ma trovi Vendola che va cercando il posto tuo, magari solo nella finzione delle primarie (che tanto lo sanno tutti, ormai, che di fronte alla possibilità di andare al governo, quelle le primarie sono semplicemente secondarie.) </p>
<p>Berlusconi, che ha fatto i soldi con la Prima Repubblica, che è andato al governo con la Seconda Repubblica, oggi ambisce al potere pieno, ambisce alla Terza Repubblica. </p>
<p>Quei cinque punti di programma che assomigliano più a cinque punti di sutura sul corpo della nostra democrazia, rischiano di lasciare per sempre il segno di una brutta cicatrice. Beh, buona giornata.</p>
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		<title>Da Kossiga a Berluskoni, l&#8217;Italia è in mezzo al guado (o al guano?).</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 20:24:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Addio al Picconatore, al secolo Francesco Cossiga da Sassari,  un mediocre funzionario della fu DC, promosso ai ranghi più alti dello Stato, non per meriti,  ma per il fatto che non c’era nessuno in quel momento disponibile ai quei ruoli, l’Italia essendo al di qua della Cortina di Ferro. La cosa deve avergli talmente urtato i nervi da renderlo ciclotimico, verboso, narciso: insomma insopportabile. </p>
<p>E’ stato detto che fu uomo di Stato: sì, dello status quo che si voleva imporre all’Italia, all’epoca della Prima Repubblica. La qualcosa non gli ha impedito, allora ministro degli Interni di permettere e poi giustificare l’uso della forza contro gli studenti nel ’77: Francesco Lorusso, 25 anni di Bologna e Giorgiana Masi, 19 anni di Roma furono sparati a morte durante il suo dicastero. La qualcosa non gli ha impedito di far finta di non vedere la P2 annidarsi fra i ranghi alti delle Forze dell’Ordine durante il rapimento Moro. La qualcosa non gli ha impedito neppure di vanagloriarsi dell’ esistenza di Gladio, quella organizzazione paramilitare, nome in codice“staying behind” nata, con il consenso degli Usa, per impedire l’eventualità di una vittoria elettorale del Pci.</p>
<p> Il suo quasi settennale al Quirinale fu caratterizzato dall’attività di “picconatore”: il capo dello Stato si toglieva “sassolini” dalle scarpe criticando aspramente lo Stato, la magistratura, il sistema politico. Fu chiesto l’impeachement. Tutto finì a tarallucci e vino. Se Andreotti fu definito Belzebù (da Indro Montanelli), a buon titolo Cossiga può essere considerato Caronte, quello che traghetta le anime morte verso l’Ade, attraversando l’Acheronte verso la sponda della Seconda Repubblica. </p>
<p>Il suo modo di fare, di parlare e di agire, aldilà o oltre le regole scritte e non scritte della nostra democrazia parlamentare sono state e sono il traghetto tra la prima e la seconda Repubblica. Berlusconi che le &#8220;non regole&#8221; le  ha imparate a memoria (prima nel business con l’appoggio della politica e poi in politica per sostenere meglio i suoi business) è il passeggero più famoso  di questo traghetto. </p>
<p>Da Cossiga ha imparato che si può aprire bocca e dire qualsiasi cosa: tanto c’è sempre qualcuno disposto a “interpretare” le parole, farle diventare un fatto politico, sul quale far chiacchierare a lungo commentatori e politologi. </p>
<p>Ma Cossiga passa a miglior vita proprio mentre la barca di Caronte si è incagliata, in mezzo all’Acheronte.  E i passeggeri proprio non sanno che fare, dunque barano. Berlusconi, Bossi, Fini, Tremonti, Montezemolo, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro e Vendola, tutti sulla stessa barca, che non riesce a traghettarli dall’altra sponda del fiume, ingannano il tempo giocando una partita truccata. </p>
<p>Mentre Berlusconi dà le carte (truccate), ogni giocatore pensa di avere un asso nella manica.  E allora  volano ipotesi di terzo polo, volano desideri di governi di transizione, volano ricatti, volano killeraggi mediatici, volano auto-candidature, vola fango, ma più spesso piove merda. </p>
<p>La situazione politica italiana in questo furioso agosto 2010 è un paradosso, tipico del teatro dell’assurdo: io so che tu sai che io so che se il governo cade in Parlamento  si va alle elezioni. Però, io so che tu sai che io so che se si va alle elezioni io le vinco ancora e tu le perdi un’altra volta. E allora? Allora ecco che io so che tu sai che non ti conviene andare al voto adesso. Quindi: io so che tu sai che faccio finta di presentare un bel programma di  legislatura, ma guai a chi mi tocca lo “scudo” contro la magistratura. Che fai, caro Fini? La voti o non la voti la fiducia al governo Berlusconi? Che fai, caro Bossi, lo vuoi o non lo vuoi il federalismo? Che fate, cari Casini, Rutelli, Montezemolo, ve la sentite di prendere due spiccioli di voti? Che fai, caro Di Pietro, giochi al tanto peggio tanto meglio? Che fai, caro Bersani, cerchi alleanze con Confindustria, ma trovi Vendola che va cercando il posto tuo, magari solo nella finzione delle primarie (che tanto lo sanno tutti, ormai, che di fronte alla possibilità di andare al governo, quelle le primarie sono semplicemente secondarie.) Insomma, la barca scricchiola, arenata in mezzo al guado dell’Acheronte.  </p>
<p>In questa estate infernale, mentre la bara del Picconatore viene tumulala al suono della fanfara della Brigata Sassari, la democrazia italiana sta giocando la partita più pericolosa della sua storia. </p>
<p>Perché chiunque vinca, i giovani senza lavoro, le donne pagate meno degli uomini, i cassaintegrati da 900 euro, i pensionati da meno di 1000 euro, gli italiani che non sono andati in vacanza per pagare il mutuo, i consumatori che non hanno neanche i soldi per fare la grande spesa del sabato, perché le tariffe sono andate su senza controlli, tutti, ma proprio tutti hanno già perso la partita contro la crisi economica. Figuriamoci se, con le regole truccate dall’attuale legge elettorale,  riusciranno a vincere la partita contro la crisi profonda del governo Berlusconi.  </p>
<p>Dunque? Che la barca vada alla deriva: forse solo allora qualcuno avrà il coraggio di buttarsi, far saltare il banco e rovesciare il tavolo dei bari. Beh, buona giornata.</p>
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		<title>Fini, Berlusconi e il &#8220;muck-raking&#8221; del Giornale di Feltri.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 09:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Feltri&#038;Fini:giornalismo d&#8217;inchiesta e i &#8220;rimestatori del fango&#8221; in Italia, di Mimmo Càndito-lastampa.it Nella tradizione del giornalismo americano (che non è affatto perfetto ma in larga parte segue standard elevati di professionalità e di indipendenza), una categoria di riferimento è quella del &#8220;muck-raking&#8221;, che letteralmente si può tradurre come &#8220;il rimestamento del fango&#8221;. Non è difficile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Feltri&#038;Fini:giornalismo d&#8217;inchiesta e i &#8220;rimestatori del fango&#8221; in Italia, di Mimmo Càndito-lastampa.it </p>
<p>Nella tradizione del giornalismo americano (che non è affatto perfetto ma in larga parte segue standard elevati di professionalità e di indipendenza), una categoria di riferimento è quella del &#8220;muck-raking&#8221;, che letteralmente si può tradurre come &#8220;il rimestamento del fango&#8221;. Non è difficile capire che cosa s&#8217;intenda: un giornalismo che rimesta nei rifiuti &#8211; nella merda, verrebbe da dire &#8211; per scoprire che cosa ci sia dentro. Ora, la parte più nobile di questo raking è certamente il giornalismo d&#8217;inchiesta; la parte invece più volgare è il giornalismo scandalistico. La linea di demarcazione tra i due giornalismi non è sempre netta, e però alla fine non appare difficile trovare il campo di appartenenza, pur nelle inevitabili contaminazioni.</p>
<p>Facciamo un esempio concreto: alcuni mesi fa &#8220;la Repubblica&#8221; condusse una dura campagna di stampa contro certe abitudini del presidente B per l&#8217; inveterato costume di mescolare con il suo privato la sua funzione pubblica e di farsi &#8220;utilizzatore finale&#8221; di prostitute, e di signore compiacenti, in una forma spregiudicata, che inquinava pesantemente l&#8217;esercizio del suo ruolo di capo di un governo. </p>
<p>La campagna era partita &#8211; o aveva comunque trovato una spinta decisa &#8211; dalla denuncia che la stessa moglie (oggi separata) di B aveva fatto pubblicamente, che il marito era &#8220;fortemente malato&#8221; e si accompagnava con ragazzine. Appare evidente come in quel caso si intervenisse sulla sfera privata del presidente B, ma &#8211; appunto &#8211; poichè non del &#8220;signor Berlusconi&#8221; si trattava ma del &#8220;presidente B&#8221; , le implicazioni politiche oltre che quelle etiche generali erano fortemente significative. Ricorderete: si discusse a lungo se ci fosse violazione della privatezza, e se fosse comunque un affare soltanto personale del signor Berlusconi, o se invece il pesidente B travolto dallo scandalo (si sussurrò a lungo di scelte politiche &#8211; perfino di nomine di ministre, non solo di selezione per le candidature al Parlamento, al Parlamento europeo, o a livello locale &#8211; dettate dalle compiacenze di letto o di sotto il tavolo, stile Clinton, che il signor B aveva ricevuto nel suo ruolo, non di Dongiovanni, ma di capo di governo oltre che di potentissimo uomo di potere: la televisione etc.), si discusse se B travolto dalla scandalo non dovesse avere la decenza minima di dimettersi per salvare l&#8217;immagine fortemente compromessa di istituzioni centrali dello Stato.</p>
<p>Finì che B non si dimise, anzi non fu nemmeno sfiorato dall&#8217;ipotesi che l&#8217;opinione pubblica intesamente dibatteva, ma certo l&#8217;ulteriore danno all&#8217;immagine della politica fu rilevante e significativo. Il giornalismo muck-raking de &#8220;la Repubblica&#8221; aveva svolto con efficacia il proprio lavoro, ma non aveva ottenuto il risultato, altrove inevitabile, del rimestamento  del fango (l&#8217;analisi delle ragioni fu ampia e partecipata, resta la realtà di quella inefficacia).</p>
<p>Un altro caso concreto di muck-raking è quello che sta affollando molte pagine dei quotidiani ( e molti minuti televisivi) in questi giorni: la casa di Montecarlo affittata al &#8220;cognato&#8221; di Fini e con procedure che ancora non appaiano affatto chiare. Questa volta il raking è condotto dal quotidiano &#8220;il Giornale&#8221;, ma anche dal suo parente &#8220;Libero&#8221; (oltre che dal consanguineo &#8220;il Tempo&#8221;) ,tutte testate di proprietà o di forte contiguità con B, in una intensità d&#8217;intervento che non ha nulla da invidiare alla intensità messa in campo da &#8220;la Repubblica&#8221; nel caso delle &#8220;escort&#8221; (le puttane) con cui si accompagnava il capo del nostro governo. La similitudine appare evidente: uomo pubblico nell un caso e nell&#8217;altro, faccende poco edificanti nell&#8217;un caso e nell&#8217;altro, richiesta di dimissioni nell&#8217;un caso  come nell&#8217;altro, giornali con linee editoriali schierate nell&#8217;un caso e nell&#8217;altro.</p>
<p>Tuttavia, essendo questo blog dedicato alla riflessione sui processi della comunicazione e non all&#8217;analisi dei fatti politici, mi pare utile, oltre che necessario, tralasciare l&#8217;analisi specificamente politica e tentare soltanto la decodifica dei due &#8220;messaggi&#8221;, che si mostrano simili nella loro &#8220;apparenza&#8221; e però mostrano disssimilituini rilevanti nella loro realtà.  E&#8217; soltanto la definizione delle diversità &#8211; ammmesso che ce ne sia una, e a me pare di sì &#8211; che può smontare il meccanismo perverso delle similitudini, e consentire dunque di colloccare con maggior esattezza questa operazione di muck-raking nel campo del giornalismo d&#8217;inchiesta o, invece, in quello del giornalismo scandalistico, pur con la inevitabilità delle contaminazioni.</p>
<p>Qual è la dissimilitudine più rilevante? Che nel caso 1 si trattava di realtà denunciate e sostenute da prove inattaccabili,oggettive, documentali,  mentre nel caso 2 ci troviamo di fronte a ipotesi ancora non confermate e anzi, in  alcuni episodi, addirittura inquietanti per l&#8217;a'mbiguità o, peggio, la scorrettezza nell&#8217;uso delel &#8220;fonti&#8221; (penso al dipendente del mobilificio romano che se ne va via dal lavoro e &#8211; subito dopo! &#8211;  spiffera a &#8220;il Giornale&#8221; che Fini ha comprato  i mobili &#8220;per Montecarlo&#8221; mentre altri quotidiani intervistano il titolare del mobilificio che assicura che mai si è detto di spedire quei mobili a Montecarlo:uso scorretto, o poco professionale, delle fonti; e penso a questa dichiarazione di ieri, di un testimone che &#8220;Fini andò a visitare la casa di Montecarlo&#8221;, dichiarazione che poi il testimone smentisce con controreplica parziale de &#8220;il Giornale&#8221; e con accertamenti presso la nostra ambasciata che, anche loro, smentiscono la denuncia de &#8220;il Giornale&#8221;: e anche qui, lavoro assai poco professionale dell&#8217;inchiestista, che non incrocia mai le &#8220;fonti&#8221;, unico metodo invece per garantirsi l&#8217;attendibilità delle testimonianze, come ben sanno tutti gli studenti di giornalismo prima ancora di diventare giornalisti ).</p>
<p>Nel caso 1 come nel caso 2 ci troviamo di fronte a un&#8217;aspra lotta politica, ma l&#8217;evidenza delle prove del caso 1 non si manifesta nel caso 2 e, anzi, solleva molte perplessità per le forme e i tempi dell&#8217;attacco de &#8220;il Giornale&#8221;, forme e tempi assai simili a quelli del &#8220;caso Boffo&#8221; (il direttore de &#8220;l&#8217;Avvenire&#8221; costretto alle dimissioni) quando alla fine venne dimostrato che la campagna de &#8220;il Giornale&#8221; era stata basata su documenti palesemente falsi e usati strumentalmente come mezzi di denigrazione di un direttore, Boffo, che stava manifestando critiche severe ai comportamenti pubblici/privati di B. Anche qui &#8211; cioè nel caso 2 &#8211; ci troviamo di fronte a forme e tempi che si mostrano rigidamente legati al ruolo critico che Fini si è scelto nei confronti di B, e &#8220;il Giornale&#8221; appare dunque come uno strumento servile, più che della denuncia e della ricerca della verità, di un attacco spregiudicato contro chi &#8220;ha osato&#8221; attaccare il presidente B. </p>
<p>Qual è il punto di rottura della spregiudicatezza? Quando il muck-raking abbandona il campo del giornalismo d&#8217;inchiesta e si sposta nel terreno del giornalismo scandalistico o, peggio ancora, del giornalismo servile? E&#8217; possibile immaginare una indagine dell&#8217;Ordine dei giornalisti che definisca con  autorevolezza se vengano rispettati i principi ai quali l&#8217;Ordine lega la&#8217;ttività giornalistica?<br />
Sono domande complessse, e anzi, meglio ancora, sono domande cui appare molto difficile dare risposte chiare e univoche, proprio per quella ambiguità delle &#8220;contaminazioni&#8221; tra le due identità del muck-raking. Lascio a voi l&#8217;invito a discuterne, con una notazione che è utile fare, perchè attiene direttamente all&#8217;anslisi dei processi della comunicazione: la teoria dell&#8217;&#8221;effetto consumato&#8221;, che sostiene che, un a volta emesso il messaggio, questo consuma il suo risultato, e questo risultato non sarà più cancellato (o comunque sarà cancellato solo in minima parte) anche qaundo il messaggio venga successivamente smentito. In aggiunta: chi ricorda più le ragioni &#8211; la difesa della legalità nell&#8217;azione politica &#8211; che hanno mosso Fini alla sua denuncia critica? chi le ricorda più, dopo la campagna de &#8220;il Giornale&#8221;?</p>
<p>Una sola osservazione finale: se il potere politico può usare con tanta spregiudicatezza al proprio servizio il giornalismo, allora davvero questi si vanno facendo tempi bui assai, non solo per il giornalismo ma anche per il ruolo di una opinione pubblica che è tale &#8211; come insegnava Pulitzer &#8211; soltanto quando è informata correttamente. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Ferragosto a Magic Italia.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 12:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Ferri-3DNews, inserto del quotidiano Terra In un Paese in cui, secondo stime recenti, 6 italiani su 10 quest’anno non andranno in vacanza, per via della crisi economica, le migliori ferie di agostane le faranno i tre operai della Fiat licenziati a Melfi il 14 luglio scorso. Reintegrati dal giudice del lavoro, si presenteranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Ferri-3DNews, inserto del quotidiano Terra</p>
<p>In un Paese in cui, secondo stime recenti, 6 italiani su 10 quest’anno non andranno in vacanza, per via della crisi economica, le migliori ferie di agostane le faranno i tre operai della Fiat licenziati a Melfi il 14 luglio scorso. Reintegrati dal giudice del lavoro, si presenteranno in fabbrica il 23 agosto, alla riapertura degli stabilimenti. </p>
<p>Quella volpe di Marchionne, amministratore delegato della Fiat, gli ha regalato la bellezza di quaranta giorni di vacanze pagate. Non se lo sarebbero mai sognato. Beati loro.  </p>
<p>Vacanze sul filo, invece per Presidente della Repubblica che da Stromboli si dice preoccupato per il “bailamme” della politica italiana, dopo lo strappo tra Berlusconi e Fini che ha aperto di fatto la crisi di governo, con tanto di scontro istituzionale tra il capo del governo e il presidente della Camera, la terza carica dello Stato. </p>
<p>Vacanze avvelenate per Fini ad Ansedonia, messo in mezzo dalla “tribù dei Tulliani”,  sottoposto, all’olio di ricino mediatico (potenza della legge del contrappasso per un ex fascista), somministrato dal Giornale di Feltri, per via della casa di Montecarlo.  </p>
<p>Vacanze livide e rancorose di Berlusconi, che, asserragliato nel castello di Tor Crescenza,  pilucca dossier freschi di stagione per”polverizzare” i suoi ex alleati di governo e costringerli alla resa incondizionata. Che siccome le crisi di governo si sa come cominciano, ma non si può mai dire come finiscono (Andreotti docet), Berlusconi ha una gran paura di non arrivare in sella alla sentenza della Consulta che potrebbe cancellare lodi, scudi e salvacondotti: e allora sì che sarebbero dolori per lui e i suoi guai giudiziari. </p>
<p>In questa estate pazza, che puzza di complotti di Stato e di congiure di Palazzo, c’è il lato comico, quello più divertente perché involontario. Infatti, all’inizio di luglio il ministero del Turismo, quello diretto da Michela Vittoria Brambilla, ha messo in onda uno spot pubblicitario per promuovere il turismo in Italia. La voce narrante era di un testimonial d’eccezione: Silvio Berlusconi.  Il quale, fuori campo, invitata gli italiani a visitare la “nostra magic Italia”. </p>
<p>Fatto sta che l’appello a passare le vacanze in Italia non è stato ascoltato dallo stesso ministro del Turismo, committente dello spot. Michela Vittoria Brambilla, infatti, le sue vacanze le ha passate in Francia, a Menton, in Provenza. Beccata in flagrante ha detto di essere in “missione”.  Che missione? Non si è capito. Anche se il sindaco di Siena, imbizzarrito come un cavallo selvaggio per le dichiarazione della Brambilla contro il Palio ha minacciato vie legali per il danno di immagine alla città e al suo turismo. </p>
<p>Mentre, il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, in una pepata dichiarazione pubblicata sul suo profilo Facebook,  prima definisce la Brambilla “ministro animalista che fa ridere i polli”, poi aggiunge: “Dopo lo spot con la voce del premier un&#8217;altra ideona: abolire il Palio. Ma c&#8217;e&#8217; un Paese straniero che la paga?”. </p>
<p>Insomma, quello di “Magic Italia” è stato un successone. Certificato, tra l’altro dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, che siccome è fermamente convinto di essere anche il ministro dell’Interno, ha denunciato la ripresa massiccia degli sbarchi clandestini sulle coste siciliane. Il che è senza dubbio la prova provata di un grande successo di marketing turistico, suggestionato proprio dallo spot del duo Berlusconi&#038;Brambilla. Sei italiani su dieci a “Magic Italia” non ci credono. Ma i migranti sì.  E allora: welcome to magic Italy. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>&#8220;La Sinistra, invece di occuparsi della nuova aspra dialettica dello scontro Capitale-Lavoro, perde tempo all’inseguimento di governi di transizione, abbandonando a loro stessi i lavoratori.&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 19:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finanza - Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Aspro scontro Capitale-Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Ferri- 3DNews Omar Thomas, un nero di 34 anni assunto da poco come autista dalla Hartford Distributors di Manchester, in Connecticut (USA), è entrato nello stabilimento in cui lavorava e ha ammazzato a rivoltellate otto persone, poi si è tolto la vita. Lo ha fatto perché temeva di essere licenziato. Qualche giorno prima, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Ferri- 3DNews</p>
<p>Omar Thomas, un nero di 34 anni assunto da poco come autista dalla Hartford Distributors di Manchester, in Connecticut (USA),  è entrato nello stabilimento in cui lavorava e ha ammazzato a rivoltellate otto persone, poi si è tolto la vita. Lo ha fatto perché temeva di essere licenziato. </p>
<p>Qualche giorno prima, Paolo Iacconi, un italiano di 51 anni, rappresentante di commercio presso la Gifas-Electric di Massarosa, in provincia di Lucca (Italia) è tornato in azienda e ha ucciso  a colpi di pistola l’amministratore delegato e il responsabile delle vendite, poi si è  sparato, togliendosi  la vita. Era stato licenziato sei mesi fa.  Era il 23 luglio di quest’anno. </p>
<p>Il giorno dopo, nei dintorni di Roma, un assicuratore ammazza a bastonate il suo datore di lavoro. Tornavano in macchina dopo aver visitato alcuni clienti. E’ nato un diverbio. Alla minaccia del licenziamento, è scattata la furia omicida. L’uomo è stato arrestato. </p>
<p>Cosa lega tra loro questi fatti? Una semplice, quanto terribile coincidenza: lo spettro della perdita del lavoro, la disoccupazione. Cosa stride tra la verità narrata dal mainstrem e la realtà delle cose? Un semplice, quanto lampante dato di fatto: governi e finanzieri parlano di segnali di ripresa dell’economia. </p>
<p>Una buona notizia?  <em>“Io considero fin troppo probabile che tra due anni la disoccupazione sarà ancora estremamente alta, se possibile addirittura più alta di adesso. Invece di assumersi la responsabilità di porre rimedio a questa situazione, i politici e i funzionari della Fed dichiareranno in uno stesso modo che un&#8217; alta disoccupazione è strutturale, al di là del loro controllo.” </em>Lo ha detto Paul Krugman, economista americano, Nobel 2008,  in un articolo pubblicato su Repubblica (c .2010 New York Times News Service, traduzione di Anna Bissanti). </p>
<p>Allora le cose stanno così: la crisi economica globale ha distrutto i risparmi, la ripresa economica sta distruggendo il lavoro. Il Capitale vince due a zero. Se guardiamo le cose di casa nostra, possiamo vedere crescere la disoccupazione , siamo vicini a quota 9 per cento, in linea con quello che succede in Europa. Però, svettiamo a oltre il 29 per cento di disoccupazione giovanile, un gran bel record mondiale. </p>
<p>Senza contare, che sono stati annunciati circa tremila nuovi esuberi da Telecom Italia. Mentre Unicredit, una banca italiana tra le prime in Europa, augura buone vacanze estive 2010 agli italiani, annunciando 4.700 licenziamenti. Un sindacalista della Cisl ha detto che i licenziamenti della banca sono concepiti sul modello di pensiero di Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat: taglio posti di lavoro, porto fuori la produzione, chiudo stabilimenti, rompo le relazioni sindacali, mando all’aria i contratti collettivi di lavoro.</p>
<p> Il Lavoro perde due a zero. Perché il Sindacato tarda a comprendere il cambio di passo nelle relazioni industriali. Perché la Sinistra, invece di occuparsi della nuova aspra dialettica dello scontro Capitale-Lavoro, perde tempo all’inseguimento di governi di transizione, abbandonando a loro stessi i lavoratori. Che ogni tanto, come le formiche nel loro piccolo, si incazzano. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Lo licenziano, lui torna li ammazza, poi si spara. Mentre l&#8217;azienda cerca un tecnico commerciale.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 22:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Gifas-Electric]]></category>
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		<category><![CDATA[tragedia dell'omicidio-suidicio di un tecnico-commerciale licenziato]]></category>

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		<description><![CDATA[Offerte di lavoro, dal sito gifas.it GIFAS Elettromateriale S.r.l. I-55054 Massarosa (LU) Via dei Filaracci, 45 Piano del Quercione Telefono +39 0584 978211 Fax +39 0584 939924 info@gifas.it TECNICO COMMERCIALE La nostra azienda è specializzata nella progettazione, produzione e vendita di materiale elettrico per applicazioni industriali. Oltre a proporre i prodotti a catalogo, realizziamo soluzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Offerte di lavoro, dal sito gifas.it </p>
<p>GIFAS Elettromateriale S.r.l.<br />
I-55054 Massarosa (LU)<br />
Via dei Filaracci, 45<br />
Piano del Quercione<br />
Telefono +39 0584 978211<br />
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info@gifas.it</p>
<p>TECNICO COMMERCIALE<br />
La nostra azienda è specializzata nella progettazione, produzione e vendita di materiale elettrico per applicazioni industriali. Oltre a proporre i prodotti a catalogo, realizziamo soluzioni su misura in base alle esigenze del cliente. Abbiamo a questo scopo creato una rete di vendita formata da tecnici commerciali che visitano i clienti dell’area assegnata rilevando le richieste direttamente presso l’utilizzatore finale.<br />
Gifas unisce la dinamicità delle piccole dimensioni alla visione multinazionale, grazie alle sinergie realizzate con le altre aziende del gruppo.</p>
<p>L’attuale selezione è mirata ad inserire la seguente figura nell&#8217;organico:</p>
<p>Tecnico Commerciale – Emilia (rif. 0410)</p>
<p>Tecnico Commerciale – Veneto est (rif. 0310)<br />
È nostra intenzione affidare la relativa zona ad un giovane ambizioso venditore che, forte di una conoscenza tecnica di base e con una sperimentata propensione commerciale, voglia sviluppare la propria professionalità in un contesto che sa premiare i risultati raggiunti.<br />
Il candidato ideale è un Perito Tecnico, preferibilmente con specializzazione in Elettrotecnica, di 30-38 anni che ha maturato significative esperienze di vendita di prodotti tecnici all’utilizzatore finale.</p>
<p>L’azienda offre una retribuzione composta da una parte fissa e da una variabile adeguata e commisurata ai risultati raggiunti. È prevista l’assegnazione di auto aziendale, rimborso spese, telefono e computer con software di supporto alla vendita.</p>
<p>Gli interessati ambosessi sono invitati a leggere preventivamente su questo sito l´informativa sulla Privacy ex art 13 dlgs 196/2003. </p>
<p>I candidati sono pregati di inviare un dettagliato CV con l’indicazione dell’attuale posizione e trattamento economico a info@gifas.it oppure per posta a Gifas Elettromateriale, Via dei Filaracci 45, 55054 Massarosa.</p>
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		<title>Drammi di ordinaria disoccupazione nell&#8217;Italia berlusconista.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 22:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[dramma della disoccupazione]]></category>
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		<category><![CDATA[licenziamenti. omicidio-suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[Uccide due ex datori di lavoro e si suicida. Era stato licenziato sei mesi fa- iltirreno.it MASSAROSA (Lucca) &#8211; Sei mesi fa era stato licenziato dall&#8217;azienda per cui lavorava come rappresentante. Oggi pomeriggio è tornato e ha ucciso l&#8217;amministratore delegato e il responsabile delle vendite all&#8217;estero della ditta, poi si è tolto la vita. L&#8217;assassino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uccide due ex datori di lavoro e si suicida. Era stato licenziato sei mesi fa- iltirreno.it</p>
<p>MASSAROSA (Lucca) &#8211; Sei mesi fa era stato licenziato dall&#8217;azienda per cui lavorava come rappresentante. Oggi pomeriggio è tornato e ha ucciso l&#8217;amministratore delegato e il responsabile delle vendite all&#8217;estero della ditta, poi si è tolto la vita. L&#8217;assassino si chiamava Paolo Iacconi e aveva 51 anni. Le vittime sono Luca Ceragioli, 48 anni, e Jan Frederik Hillerm, 33 anni. Quest&#8217;ultimo, tedesco residente ad Altopascio, era da venti giorni padre di una bambina. </p>
<p>L&#8217;uomo si è presentato nella sua ex ditta, la Gifas-Electric di Massarosa (Lucca), per un appuntamento con la direzione. Oggetto dell&#8217;incontro, secondo indiscrezioni, la richiesta di discutere di un&#8217;eventuale collaborazione con i suoi ex datori di lavoro, anche se potrebbe essersi trattato solo di un pretesto. In base a una prima ricostruzione, dopo aver preso un caffè con le vittime nell&#8217;ufficio dell&#8217;amministrazione, Iacconi ha esploso quattro o cinque colpi di pistola &#8211; probabilmente una calibro 7.65 tirata fuori dalla borsa &#8211; uccidendole, e poi si è barricato nella stanza dando fuoco a una parte dell&#8217;ufficio con la benzina che aveva portato con sé in una bottiglietta. All&#8217;arrivo della prima volante e della prima pattuglia di carabinieri l&#8217;uomo ha rivolto la pistola contro di sé e si è sparato alla testa.</p>
<p>&#8220;Quando è entrato sembrava sereno. Poi, dopo un po&#8217;, ho sentito gli spari&#8221;. Così un impiegato della ditta racconta quanto avvenuto. L&#8217;uomo ha spiegato che oggi pomeriggio Iacconi aveva un appuntamento in azienda: &#8220;Ci siamo salutati, pareva tranquillo. Poi è entrato negli uffici della direzione, mentre io sono rimasto nella mia stanza. Niente faceva pensare cosa sarebbe successo. Dopo un po&#8217; ho sentito gli spari. Ho avuto paura, non ho capito cosa stesse succedendo: sono corso fuori a dare l&#8217;allarme&#8221;. Eventuali discussioni per motivi di lavoro, sempre secondo indiscrezioni, Iacconi li avrebbe avuti anche con un terzo dirigente dell&#8217;azienda che, però, oggi pomeriggio non era nella sede della Gifas.</p>
<p>Iacconi viveva a Sacile, in provincia di Pordenone. Fino a circa un anno fa era rappresentante dell&#8217;azienda in Trentino Alto Adige. Abitava da solo, nella stessa palazzina in cui vivevano i genitori e la sorella, che in serata sono stati ascoltati dalle forze dell&#8217;ordine per ricostruire i suoi ultimi movimenti prima della partenza per Massarosa. Pare che in passato avesse sofferto di problemi di salute e in quei frangenti proprio Ceragioli era andato a trovarlo per portargli un po&#8217; di conforto. L&#8217;omicida-suicida non avrebbe lasciato biglietti. </p>
<p>I dipendenti della Gifas, in particolare i 4 o 5 del settore commerciale che si trovavano negli uffici attigui a quello di Ceragioli, sono fuggiti quando hanno udito i primi colpi di pistola. Lo conferma Massimo Bianchi, uno di loro, che ha cercato di dare l&#8217;allarme e di far uscire tutti gli operai. </p>
<p>&#8220;E&#8217; la più grossa tragedia che abbia mai colpito il nostro Comune &#8211; ha detto il sindaco di Massarosa Franco Mugnai &#8211; Siamo sotto shock. Mi hanno subito informato di quello che era successo alla Gifas, un&#8217;azienda che conosco, una realtà importante per il nostro territorio. Costruisce quadri elettrici per le navi. E&#8217; un&#8217;azienda giovane. La crisi certo si fa sentire ma nel nostro territorio a parte la cantieristica navale il settore più in sofferenza è quello legato agli stagionali del turismo&#8221;. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Il Lodo Pomigliano.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 14:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I confini del Lingotto, di LUCIANO GALLINO-Repubblica. A POMIGLIANO prevale il sì all&#8217;accordo con la Fiat. Non stravince, come la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a monte l&#8217;accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola. Non soltanto nell&#8217;interesse dei lavoratori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I confini del Lingotto, di LUCIANO GALLINO-Repubblica.</p>
<p>A POMIGLIANO prevale il sì all&#8217;accordo con la Fiat. Non stravince, come la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a monte l&#8217;accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola. Non soltanto nell&#8217;interesse dei lavoratori, ma anche della Fiat, e del paese, per le conseguenze sociali e politiche che ciò potrebbe avere. Vediamo perché.</p>
<p>In Italia la Fiat produce 650.000 vetture l&#8217;anno con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai. In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 e i dipendenti soltanto 9.400. Inoltre il costo del lavoro in quei due paesi, contributi sociali inclusi, è molto più basso. È vero che in Italia si costruisce un certo numero di vetture di classe più alta che non in Polonia o in Brasile. Pur con questa correzione il rapporto auto prodotte/dipendenti resta nettamente sfavorevole agli stabilimenti Fiat in Italia.</p>
<p>Ne segue che su due punti non vi possono essere dubbi. Le aspre condizioni di lavoro che Fiat intende introdurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con successo all&#8217;estero, sono la premessa per introdurle prima o poi in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno da noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al tessile e al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che possono dimostrare, dati alla mano, che in India o nelle Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione pro capite di molto superiore agli impianti di casa. Che tale vantaggio sia stato acquisito con salari assai più bassi, sistemi di protezione sociale minimi o inesistenti, e orari molto più lunghi, non sembra ormai avere alcuna rilevanza. Certo non per il governo, e perfino per gran parte dei sindacati. Con l&#8217;applicazione totale del modello Fiat, le imprese si sentirebbero autorizzate a far ritornare una parte della produzione delocalizzata in Italia, alla semplice condizione che essa sia accompagnata da salari e condizioni di lavoro che si approssimano sempre più a quella dei lavoratori dei paesi emergenti.</p>
<p>Si tratta di vedere fino a che punto conviene alla Fiat voler passare testardamente alla storia delle relazioni industriali e della globalizzazione come l&#8217;impresa italiana che allo scopo di esportare al meglio i suoi prodotti ha dimostrato che si può apertamente importare il peggio delle condizioni di lavoro, per di più ricevendo il plauso del governo. Così facendo, infatti, la Fiat correrebbe, e farebbe correre al paese, diversi rischi. Il primo, se il suo modello tal quale prendesse piede, è quello di contribuire alla stagnazione della domanda interna, che è stata ed è uno dei maggiori fattori della recessione globale in cui il mondo si sta avvitando. D&#8217;accordo che lavoratori sfiniti dalla fatica e con i salari, al netto dell&#8217;inflazione, pressoché fermi da oltre un decennio, consumano pur sempre qualcosa in più di un disoccupato. Ma il modello Fiat farebbe tendenza, aprendo nuovi spazi di disuguaglianza di reddito tra gli strati inferiori e medi e il dieci per cento dello strato più alto della piramide sociale; i cui membri, per quanto affluenti, difficilmente compreranno quattro o cinque Panda a testa.</p>
<p>Un secondo rischio è quello di far crescere le tensioni sociali. Se il governo alzasse mai lo sguardo dai sondaggi, e il management Fiat dai diagrammi della produttività e dei costi di produzione, potrebbero rendersi conto che disoccupazione, sotto-occupazione, tagli allo stato sociale e percezione di una corruzione dilagante stanno alimentando per conto loro, nel nostro paese come in altri, diffuse situazioni di insofferenza per la curva all&#8217;ingiù che la qualità della vita ha ormai palesemente imboccato, e per le iniquità di cui molti si sentono vittime. Ampliare il numero dei malcontenti moltiplicando i lavoratori che sono perentoriamente costretti a scegliere, come a Pomigliano, tra lavoro degradato e disoccupazione, o assistervi senza fare nulla, è una pessima ricetta politica. Alla quale un&#8217;impresa dovrebbe evitare di aggiungere i suoi particolari ingredienti.</p>
<p>Per altro il rischio maggiore che Fiat corre e fa correre a tutti noi risiede nel dare una robusta mano a coloro che intendono demolire la costituzione repubblicana. La proposta ventilata di modificare come nulla fosse l&#8217;art. 41 della suprema legge, perché a qualcuno dà fastidio che la legge determini i programmi e i controlli opportuni affinché l&#8217;attività economica possa essere indirizzata a fini sociali, come in fondo si dice in tutte le costituzioni, potrebbe venir liquidata come la dabbenaggine che è; ma se il lodo Pomigliano, chiamiamolo così, si affermasse lasciando intatte le sue licenze costituzionali, i nemici di quell&#8217;articolo ne trarrebbero un cospicuo vantaggio. Autorizzandoli pure a mettere in discussione, perché no, l&#8217;art. 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto, nientemeno, a una retribuzione sufficiente in ogni caso ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un&#8217;esistenza libera e dignitosa, oltre che proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. E magari altri articoli a seguire, in tutto il Titolo III che riguarda i rapporti economici.</p>
<p>Portare a Pomigliano il grosso dell&#8217;organizzazione del lavoro vigente in Polonia sarebbe già un successo per la Fiat. Sul resto, ivi compresa la percentuale dei consensi alle sue proposte, forse le converrebbe, e converrebbe al paese, non esagerare con le richieste trancianti. (Beh, buon giornata).</p>
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		<title>Un milione e 400 mila firme contro la privatizzazione dell&#8217;acqua. Ecco come si fa l&#8217;Opposizione.</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 17:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica del bene comune, di CARLO PETRINI-Repubblica. Un milione e 400 mila firme contro la privatizzazione dell&#8217;acqua. Raccolte in circa tre mesi. Un record, ma la notizia è che la società civile non è morta, che si può provare a sopraffarla finché si vuole, ma c&#8217;è sempre un limite. Il retro della medaglia è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La politica del bene comune, di CARLO PETRINI-Repubblica.</p>
<p>Un milione e 400 mila firme contro la privatizzazione dell&#8217;acqua. Raccolte in circa tre mesi. Un record, ma la notizia è che la società civile non è morta, che si può provare a sopraffarla finché si vuole, ma c&#8217;è sempre un limite. Il retro della medaglia è l&#8217;immagine di una classe politica che di fronte alla rete che si è formata per raccogliere le firme dovrebbe impallidire, farsi piccola, capire quant&#8217;è inadeguata, vuota e fuori dal mondo. C&#8217;è chi non è in grado di raccogliere le firme necessarie a presentare una lista elettorale e mette nei guai a posteriori il recente governatore del Piemonte.</p>
<p>C&#8217;è chi caverebbe soldi anche da una rapa, se fosse possibile, e fa decreti per privatizzare i nostri beni comuni o condonare qualsiasi cosa, dall&#8217;acqua alle spiagge passando per l&#8217;archeologia e i mostri edilizi. C&#8217;è chi si distingue per intrallazzare fino all&#8217;inverosimile pur di coprire pulciosi interessi economici e personali e chi, bontà sua, non riesce proprio a opporsi e cade in tutti i tranelli possibili di un ménage politico stantio, autoreferenziale, basato solo su un apparire sempre più elemosinato al Cesare, sui personalismi ma con sempre meno personalità.</p>
<p>Un milione e 400 mila firme per dire che l&#8217;acqua non si può privatizzare sono molto di più della sacrosanta difesa del bene comune per eccellenza, sono un urlo urlato con dignità e buon senso, il frutto di un&#8217;indignazione seria e civile, una lezione per chiunque voglia fare politica in Italia. I tre quesiti referendari hanno senso, sono ben congegnati per bloccare giusto in tempo la strada di una privatizzazione generalizzata entro il 2011, da cui sarebbe difficilissimo, o costosissimo, tornare indietro. Invece ora ce la si può fare: se l&#8217;iter verrà rispettato, se la volontà di quel milione e mezzo di italiani non sarà calpestata per l&#8217;ennesima volta, nella primavera del prossimo anno la lezione data alla politica nostrana sarà completa.</p>
<p>La rete del Forum dei movimenti per l&#8217;acqua, che è nata e si è propagata con una naturalezza disarmante per chiunque faccia il raccattatore di voti di professione, è una speranza per la democrazia nel nostro Paese. I banchetti volanti al Giro d&#8217;Italia, quelli nei mercati (li ho visti, sempre con la gente in educata fila), ai concerti, dove si fanno gli aperitivi tanto di moda, nelle piazze e vie di fronte agli strusci consumistici: mai un simbolo di partito, chi si è messo a disposizione l&#8217;ha fatto per l&#8217;acqua perché di fronte all&#8217;acqua sparisce qualsiasi colore, qualsiasi ideologia, qualsiasi altro interesse. Non è un caso che chi abbia tentato di cavalcare l&#8217;onda pro domo sua abbia fallito miseramente.</p>
<p>Il cibo, l&#8217;acqua, la nostra terra, il bello e il buono che non si devono necessariamente comprare: forse c&#8217;è la speranza che non si portino via tutto. Sono le cose che stanno più a cuore alle persone umili che cercano di vivere bene la propria vita in un mare di difficoltà che non si sono per niente cercate: è la dimostrazione che i temi della politica dovrebbero essere altri, se la politica fosse nobile, se la politica sapesse. (Beh, buona gionata).</p>
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		<title>La Seconda Repubblica è finita: &#8220;Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente.&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 22:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CETI ABBIENTI E SENSO DELLO STATO. Tra ricchezza e indifferenza, di Ernesto Galli Della Loggia-corriere.it I dati sono ampiamente noti. Ma voglio ricordarli per l&#8217;ennesima volta riprendendoli da un recente articolo pubblicato sul Corriere da Sergio Rizzo. Ogni anno, in Italia, sfuggono completamente al fisco redditi per circa 300 miliardi di euro, con una perdita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CETI ABBIENTI E SENSO DELLO STATO. Tra ricchezza e indifferenza, di Ernesto Galli Della Loggia-corriere.it<br />
I dati sono ampiamente noti. Ma voglio ricordarli per l&#8217;ennesima volta riprendendoli da un recente articolo pubblicato sul Corriere da Sergio Rizzo. Ogni anno, in Italia, sfuggono completamente al fisco redditi per circa 300 miliardi di euro, con una perdita di entrate per le casse pubbliche pari a un dipresso a 100 miliardi di euro. </p>
<p>Venendo al dettaglio una cifra simile vuol dire che dovremmo credere all&#8217;incredibile: ad esempio che nel 2007 (ultime cifre disponibili) gli italiani con un reddito superiore a 200 mila euro sarebbero stati meno di 76 mila. Non solo, ma poiché solamente il 20 per cento di questi erano lavoratori autonomi (l&#8217;altro 80 per cento essendo dipendenti o addirittura pensionati), dovremmo pure credere che in tutta la Penisola, dalle Alpi al Lilibeo, non ci fossero allora più di 15 mila lavoratori autonomi che avessero un reddito di almeno 18 mila euro al mese. E dovremmo altresì credere—sempre stando a ciò che risultava al fisco — che in quello stesso anno soltanto 6.253 (dicesi 6.253) «percettori di reddito da imprese» avrebbero guadagnato più di 200 mila euro annui. Così come dovremmo convincerci che proprio in quelli che sono stati i 12 mesi precedenti la crisi ben il 45 per cento, vale a dire circa la metà delle società, avessero davvero, secondo quanto denunciato, un bilancio in perdita. Ma chi può credere a questa realtà di favola? Nessuno. Così come nessuno può credere che le tasse verrebbero pagate se solo fossero più basse (una favola che fa esattamente il paio con quella per cui se tutti pagassero le tasse queste diminuirebbero). Così come d&#8217;altra parte nessuno può credere ormai che faccia una differenza se al governo c&#8217;è la destra o la sinistra: la quale, anzi, ha dimostrato di non riuscire a dare alcuna concretezza alla sua astratta furia ideologica redistributiva. </p>
<p>E allora non resta che prendere atto di una diversa realtà, quella vera. E cioè che in Italia l&#8217;evasione fiscale, per la sua mole, la sua capillarità e la sua continuità nel tempo, è qualcosa di ben altro, e che va ben oltre una pur grave dimensione economica. Essa evoca piuttosto una fondamentale questione nazionale. Vale a dire qualcosa che rimanda immediatamente all&#8217;esistenza e alla consistenza stessa delle basi dello Stato nazionale, del nostro stare insieme. Infatti, se in una misura che non ha eguali in alcun altro Paese civilizzato la ricchezza, i ricchi, si sottraggono all&#8217;imposta, ciò vuol dire che di fatto, e nei fatti, essi mostrano di non riconoscersi in un&#8217; appartenenza comune. Che una parte della popolazione— e proprio quella più produttiva — non intende sottostare a quel vincolo sociale che è tale appunto perché obbliga a comportamenti che non corrispondono al proprio personale e immediato interesse. </p>
<p>Tra questo interesse e quello generale la stragrande maggioranza degli italiani ricchi invece non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo. Questa indomabile asocialità dei ricchi ha almeno due gravi conseguenze oltre quelle ovvie di carattere economico. La prima è la grandissima difficoltà che ha incontrato e che incontra da sempre in Italia la formazione di una vera classe dirigente. Infatti quell’asocialità non può che dare luogo anche ad una tendenziale astatualità, cioè ad una sostanziale indifferenza per le sorti dello Stato. Come si vede benissimo nel fondo di grottesco anarchismo protestatario che si annida così spesso nei ricchi italiani, e che fa sì che essi, quindi, possano identificarsi assai difficilmente con gli interessi collettivi del Paese come invece dovrebbe fare una classe dirigente. </p>
<p>La seconda conseguenza è di ordine politico. Come accade normalmente in tutti i Paesi anche da noi, in linea di massima, la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra. Non c’è niente di male. Se non fosse però che una ricchezza asociale e antistatuale, come quella descritta, ha finito inevitabilmente per trasmettere questi suoi caratteri alla parte politica verso cui perlopiù convoglia il suo voto, condizionandone pesantemente il profilo ideologico e i comportamenti. Per non perdere tale voto, infatti, la destra politica italiana è stata spinta, lo volesse o no, ad assecondare regolarmente le pulsioni antisociali ed antistatali di quella parte così importante del proprio elettorato di riferimento. Ed è questo elemento che insieme ad altri ha impedito e impedisce alla destra italiana di incarnare il senso delle istituzioni e dello Stato così come di dare voce alta e forte alla dimensione degli interessi nazionali, secondo quanto avviene, invece, quasi dovunque altrove. </p>
<p>Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente. Tale problema riguarda principalmente la destra. La quale si è accontentata finora di seguirne pedissequamente i desiderata, senza neppure cercare di dare loro una prospettiva diversa da quella egoistica da essi naturalmente espressa. Con ciò però condannandosi ad una funzione politicamente subalterna e troppo spesso, se è permesso dirlo, eticamente alquanto penosa. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>La Seconda Repubblica è finita. Tremonti lo dice, ma non lo ammette.</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 15:54:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Fine della seconda repubblica]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvo Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Tremonti: No a governi tecnici di MASSIMO GIANNINI-repubbica.it «IL GOVERNO Berlusconi è forte,e non esistono alternative credibili. Né governi tecnici, né larghe intese. Sono fuori dalla storia, e l&#8217; Europa non approverebbe». Giulio Tremonti non ha dubbi. A dispetto degli scandali della P3e dei conflitti sulla manovra, vede un&#8217; Italia solida e coesa,e un governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tremonti: No a governi tecnici di MASSIMO GIANNINI-repubbica.it</p>
<p>«IL GOVERNO Berlusconi è forte,e non esistono alternative credibili. Né governi tecnici, né larghe intese. Sono fuori dalla storia, e l&#8217; Europa non approverebbe». Giulio Tremonti non ha dubbi. A dispetto degli scandali della P3e dei conflitti sulla manovra, vede un&#8217; Italia solida e coesa,e un governo in pieno «controllo», da qui alla fine della legislatura. Il ministro dell&#8217; Economia nega conflitti e dimissioni. «Mai minacciato nulla. Tutt&#8217; al più ho detto qualche volta &#8220;non firmo&#8221;». </p>
<p>Difende il Cavaliere su tutta la linea. Dalla P3, «al massimo una cassetta di mele marce», alle intercettazioni, «tutt&#8217; al più una legge-bavaglino». E sbarra la strada a qualunque ipotesi di governo tecnico alla Draghi, o di larghe intese senza Berlusconi. «Governo tecnico? Governo di unità nazionale? Sono figure che sembrano stagionalmente incastrarsi nella forma di una geometria variabile che ricorda un vecchio caleidoscopio. Avrei preferito proseguire il discorso che abbiamo iniziato come discorso sulla &#8220;democrazia dei contemporanei&#8221;&#8230;».</p>
<p> <strong>D&#8217; accordo, allora, partiamo pure dalla &#8220;democrazia dei contemporanei&#8221;. Cosa intende dire?</strong> </p>
<p>«La democrazia dei contemporanei è diversa da quella &#8220;classica&#8221;, e questa a sua volta era diversa dalla democrazia della agorà. E pure sempre è necessaria, la democrazia. Ed è ancora senza alternative- la democrazia- pur dentro la intensissima &#8220;mutatio rerum&#8221; che viviamo e vediamo. Intensa nel presente come mai nel passato, dalla tecnologia alla geografia. </p>
<p>La scienza muta l&#8217; esistenza. La &#8220;medicina&#8221;, la &#8220;ars longa&#8221; sempre più estende il suo campo, non più solo sulla conoscenza del corpo umano, ma essa stessa ormai capace di ricrearlo per parti. L&#8217; iPad muta le facoltà mentali, crea nuovi palinsesti, produce in un istante qualcosa di simile a quello che per farsi ci ha messo tre secoli, nel passaggio dal libro a stampa alla luce elettrica. Per suo conto, Google vale e conta strategicamente ormai comee forse più di uno Stato G7.</p>
<p>E poi è cambiata di colpo la geografia economica e politica. Di colpo, perché i venti anni che passano dalla caduta del muro di Berlino ad oggi sono un tempo minimo, un tempo non sviluppato sull&#8217; asse della lunga durata tipica delle altre rivoluzioni della storia».<br />
<strong> Dove porta questo ragionamento sul cambiamento della democrazia?</strong><br />
 «Se cambia la geografia, la politica non può restare uguale. La politica come è stata finora è stata costruita sulla base territoriale chiusa tipica dello Stato-nazione, su confini impermeabili che concentravano nello Stato il monopolio della forza.E la politica era la forma di esercizioe di controllo della forza. La stessa democrazia era rapporto tra rappresentanza e potere. </p>
<p>Ora non è più così. L&#8217; asse si sta inclinando, la rappresentanza cresce, il potere decresce, erosoe diluito dallo spazio globale. E la crisi radicalizza questa asimmetria. La crisi genera domande crescenti d&#8217; intervento. I popoli chiedono interventi sempre più forti, a governi sempre più deboli». </p>
<p><strong><br />
Giusto, basta guardare alla debolezza del governo Berlusconi..</strong>. </p>
<p>«Non è così. Il mio ragionamento vale per tutti i governi. La formula di soluzione e reazione politica non può essere più solo nazionale, ma internazionale. Ed è questo il senso politico della &#8220;poliarchia&#8221; disegnata nell&#8217; enciclica &#8220;Caritas in veritate&#8221;. </p>
<p>È proprio questo quello che si sta facendo in Europa in questi mesi, in questi giorni, costruendo sopra gli Stati una nuova &#8220;architettura politica&#8221;». </p>
<p><strong><br />
Ministro, per favore, passiamo dalla filosofia alla cronaca di questi giorni. Parliamo delle difficoltà dell&#8217; Italia e del suo governo. Qui si parla di crisi, di elezioni anticipate, di governi di transizione&#8230; </strong></p>
<p>«In Italia la formula di soluzione non può essere quella del governo tecnico. Per due ragioni. Primo, perché non c&#8217; è una &#8220;melior pars&#8221; fatta di ottimati, di tecnici, di illuminati, capaci di governare la complessità. Li vedo, certo, ma non li vedo capaci di governare. Secondo, perché un governo di questo tipo, non basato sul voto popolare, non avrebbe chance di prendere posto al tavolo dell&#8217; Europa». </p>
<p><strong>Cioè? Lei sta dicendo che l&#8217; Europa avrebbe il potere di dire no a un governo tecnico in Italia?</strong></p>
<p> «È così. E non solo perché l&#8217; Europa è costruita sul canone della democrazia, ma soprattutto perché l&#8217; Europa, avviata a prendere la forma di un comune destino politico, presuppone e chiede comunque una base di stabilità e di forza. Questa derivante solo dalla politica e dalla democrazia. Tipico il caso della Grecia: la fiducia europea è stata indirizzata verso il governo greco legittimamente eletto. La negatività, verso un ruolo esclusivo del Fondo monetario internazionale, era basata sulla diffidenza verso una formula che sarebbe stata più debole, proprio perché solo tecnica. La tecnica può essere solo complementare alla politica, e non sostitutiva». </p>
<p><strong><br />
Ma chi si potrebbe opporre, invece, a un governo politico di larghe intese, di cui parlano in molti, nel Pd e nell&#8217; Udc?</strong><br />
«La casistica delle larghe intese si presenta solo in due scenari. Dopo elezioni che evidenziano la bilaterale insufficienza delle forze in campo, o per effetto di un trauma. Francamente, nel presente dell&#8217; Italia non vedo un trauma tanto forte da spingere verso questa ipotesi di soluzione. Non un trauma &#8220;economico&#8221;, non un trauma &#8220;esterno&#8221;, non un trauma &#8220;giudiziario&#8221;». </p>
<p><strong>Sull&#8217; economia, in realtà, il trauma lo abbiamo rischiato di brutto con l&#8217; attacco dei mercati, e forse continueremo a rischiarlo oggi e nei prossimi mesi. Non è così?</strong> </p>
<p>«Il trauma economico è stato ipotizzato subito, appena dopo la costituzione di questo governo, a fronte della crisi che arrivava. L&#8217; ipotesi non si è verificata. Era un&#8217; ipotesi basata tanto su di una insufficiente e solo parziale analisi della realtà, quanto sulla sottovalutazione della forza del governo. 2008, 2009, 2010. Siamo ormai verso il terzo autunno, e puntualmente per ogni autunno si prevedeva e ora si prevede la crisi. Una crisi esterna, causata dallo scatenarsi della speculazione finanziaria sul nostro debito pubblico. Una crisi interna, con la rottura dell&#8217; ordine e della coesione sociale. In questi anni la sinistra ha puntato sulla paura, come se questa fosse un&#8217; ideologia congiunturale sostitutiva. Non è stato così, non è così, non sarà così». </p>
<p><strong>Ma è stato lei a dire che senza la manovra rischiamo la fine della Grecia&#8230; </strong></p>
<p>«Appunto, senza la manovra. In realtà nel 2008 siamo partiti con la legge finanziaria triennale e siamo andati avanti sulla stessa linea.I numeri dell&#8217; Italia sono ormai allineati nella norma e nella media europea. Avrebbe potuto essere diverso, e non è stato. E questo è stato certo per la forza propria e sottovalutata dell&#8217; Italia. Ma anche, si vorrà ammettere, per la visione e per la forza nell&#8217; azione di governo». </p>
<p><strong>Eppure, basta parlare con un po&#8217; di ambasciatori per sapere che i nostri partner occidentali temono per la tenuta politica del governo Berlusconi. Lo può negare?</strong> </p>
<p>«Sarebbe questo il secondo trauma, quello &#8220;esterno&#8221;. Una volta si diceva &#8220;tintinnare di sciabole&#8221;. Ora, in un&#8217; età più pacifica, si parla di &#8220;voci di Cancelleria&#8221;. Francamente non mi pare che si tratti di dati rilevanti. Per due ragioni. Perché la crisi postula la stabilità come valore superiore. E poi perché non pare che tanti altri governi siano in condizioni di forza superiore a quella dell&#8217; Italia. Per essere chiari, in giro per l&#8217; Europa non vedo governi tanto forti e tanto determinati e determinanti. Ma, all&#8217; opposto, tutti impegnati nella gestione delle proprie crisi interne. Gestione che, in giro per l&#8217; Europa, non mi sembra più forte della nostra, ma spesso anche contraddittoria, incerta e contestata. In realtà, siamo tutti impegnati in Europa nella costruzione di una architettura nuova di comune e superiore interesse. Il ruolo dell&#8217; Italia nello scenario europeo è forte, richiesto e reputato. Il ruolo di Silvio Berlusconi è forte. E, nel mio piccolo, per esempio martedì sono invitato in Germania a Friburgo per la &#8220;Lezione europea&#8221;. E non come professore di università, ma come ministro della Repubblica italiana».</p>
<p><strong> Eppure la vostra maggioranza rischia ogni giorno l&#8217; implosione interna. Che mi dice delle inchieste, dei ministri che si dimettono, dello scandalo della P3?</strong> </p>
<p>«Per scelta politica, tendo sempre ad analisi di sistema. È certo che non si tratta solo di una mela marcia. C&#8217; è qualcosa di più. Forse, e anzi senza forse, è venuta fuori una cassetta di mele marce. Ma l&#8217; albero non è marcio, e il frutteto non è marcio. La combinazione perversa è tra le condotte personali e la crisi generale. La crisi postula la salita, e non la discesa nella scala dell&#8217; etica, e se vuole anche dell&#8217; estetica». </p>
<p><strong>Quindi anche lei, come il premier, pensa che questi siano solo polveroni?</strong></p>
<p> «La politica deve sempre distinguere tra ciò che è &#8220;reato&#8221; e ciò che è &#8220;peccato&#8221;, e non confondere l&#8217; uno con l&#8217; altro. Ci può essere reato senza peccato, come ci può essere peccato senza reato. I dieci comandamenti sono una cosa, i codici una cosa diversa. Un discorso politico serio deve e può essere avviato anche in casa nostra su questo campo. Anzi è già iniziato, ma proprio per questo non può essere generalizzato e banalizzato».</p>
<p><strong> Banalizzato? Qui ci sono pezzi di Stato e di governo che cercano di infiltrarsi e condizionare le decisioni della magistratura, in nome di &#8220;Cesare&#8221;. Dove vede la banalità? </strong></p>
<p>«Per banalità intendo la &#8220;banalità del male&#8221;. E anche per questo non credo che puntare sulla valanga delle intercettazioni renda un buon servizio all&#8217; etica politica».<br />
<strong><br />
Le ultime intercettazioni ci hanno però permesso di svelare le trame intorno all&#8217; eolico, e alla nuova cupola ribattezzata appunto P3&#8230;</strong> </p>
<p>«Le ultime intercettazioni costituiscono una lettura interessante. Ne emerge un bestiario fatto di faccendieri sfaccendati, di «poteri» impotenti, se si guarda i risultati, di reati più &#8220;tentati&#8221; che &#8220;consumati&#8221;. Più si affolla la scena, più tutto si confonde. E la presunta &#8220;tragedia&#8221; si fa commedia. Questo non vuol dire che non ci sia una questione morale&#8230;». </p>
<p><strong>Meno male: riconosce che esiste una questione morale nel centrodestra?</strong> </p>
<p>«Ma quella morale è una questione generale. Questo è un Paese in cui molti &#8220;governi&#8221; locali si sono clonati e derivati in galassie societarie &#8220;parallele&#8221;. Spesso più grandi dei governi stessi. E non sempre sotto il controllo democratico e giudiziario. Leggasi la monografia della Corte dei Conti. Mezza Italia è in dissesto sanitario. E questo riduce drammaticamente la &#8220;cifra&#8221; della morale pubblica. Troppo spesso i fondi pubblici sono una pipeline verso gli affari. Oggi l&#8217; affare degli affariè quello dell&#8217; eolico, almeno questo non inventato da noi. Vastissime aree del Paese sono deturpate da pale eoliche sorte all&#8217; improvviso, in un territorio che nei secoli passati non ha mai avuto i mulini a vento. E forse ci sarà una ragione. È in tutto questo che vedo la grande questione morale, questo è l&#8217; albero storto che va raddrizzato. E per farlo non vedo alternative al federalismo fiscale. L&#8217; unica, l&#8217; ultima forma per riportare nella trasparenza e nell&#8217; efficienza la cosa comune». </p>
<p><strong><br />
Nel frattempo, per nascondere tutto ai cittadini, il governo vara la legge-bavaglio. Leiè d&#8217; accordo anche con questo?</strong> </p>
<p>«La traccia possibile di una discussione seria su di un tema serio, come quello della dialettica tra il diritto alla privacy e il diritto all&#8217; informazione, si è persa in un labirinto. E solo ora forse può essere ritrovata. Più che di bavaglio, pare che si trattasse di un &#8220;bavaglino&#8221;. Si è troppo confuso, e non certo solo da parte nostra, fra i mezzi e i fini». </p>
<p><strong>Bavaglino, dice lei? E allora perché avete paralizzato per questo il Parlamento per ben due anni, a discutere di intercettazioni, invece di parlare dei problemi veri del paese? </strong></p>
<p>«Al Parlamento è bastato un mese per fare la &#8220;manovra&#8221;. Un&#8217; azione effettiva, la prima fatta in Europa e qui dall&#8217; Italia. Altrove siamo ancora allo stadio dei disegni, dei documenti, dei propositi, delle reazioni di piazza. Da noi non è stato così. E la &#8220;manovra&#8221; non è stata solo finanza, ma anche politica. Per la prima volta è riduzione del perimetro dello Stato, con l&#8217; effettivo azzeramento di trenta enti pubblici, dei costi del governo e della politica». </p>
<p><strong><br />
Ministro, a parte i tagli alle Regioni, nella manovra non c&#8217; è niente di strutturale&#8230; </strong></p>
<p>«Nella manovra è stata fatta la riforma delle pensioni più seria d&#8217; Europa in questi anni e pari data c&#8217; è stata Pomigliano, con il lavoro che non esce ma torna in Italia e nel Mezzogiorno.E forse queste due, pensionie Pomigliano, sono dueP più importanti della P3. Con rispetto parlando, e con orgoglio parlando, l&#8217; azione del governo contro la criminalità organizzata ha un&#8217; intensità e un&#8217; efficacia finora non conosciute. E forse anche questo va messo sul piatto della giustizia». </p>
<p><strong>Ma le Regioni? Perché i governatori protestano? Perché Formigoni dice che dovrà tagliare i servizi ai cittadini? </strong></p>
<p>«Qui vale la dialettica tesi, antitesi, sintesi. Il processo politico ha funzionato subito con i Comuni e le Province, e si sta chiudendo ora anche con le Regioni. Come Comuni e Province, così le Regioni hanno infine fatto propria la nostra ipotesi di discuterne all&#8217; interno del federalismo fiscale tanto municipale quanto regionale. E alla fine il bilancio mi sembra positivo. Nell&#8217; insieme la manovra è stata fatta su una vastissima base di consenso sociale». </p>
<p><strong>E la crescita? Anche su questo il piatto della manovra è miseramente vuoto. Può negarlo? </strong></p>
<p>«Come le ho detto, i numeri italiani sono allineati alla media europea. Nella manovra, oltre alla stabilità finanziaria, c&#8217; è comunque una prima &#8220;cifra&#8221; dello sviluppo. Dalle reti di impresa alla drastica riduzione della burocrazia. Più in generale nel tempo presente non esiste lo sviluppo in un Paese solo, non si fa lo sviluppo con la Gazzetta ufficiale, soprattutto avendo il terzo debito pubblico del mondo. Del resto la ripresa in attoè portata più che dalle politiche economiche, dal cambio sul dollaro.E tuttavia certo molto deve esser fatto ancora. Dalla &#8220;battaglia per il diritto&#8221;, troppe regole sono infatti un costo e un limite allo sviluppo, per arrivare alla ricerca, per cui dovrebbe essere fatto un maxi fondo d&#8217; investimento pubblico, alla combinazione tra la riforma degli istituti tecnici, cui devono concorrere anche le imprese, ed il contratto di apprendistato».</p>
<p><strong><br />
 Bersani la invita da tempo ad andare in Parlamento, a discutere della crisi. Perché lei si rifiuta?</strong> </p>
<p>«La sequenza non può essere prima chi e poi cosa, e cioè prima si sceglie chi governa e poi si decide cosa si fa. Questa sequenza riflette un eccesso di odio antropomorfo. Prima si deve discutere sul cosa».<strong> </p>
<p>E dello scontro tra il premier e Fini cosa mi dice. Quello non è un pericolo, per la tenuta del Pdl?</strong> </p>
<p>«Anche questo tema rientra nell&#8217; idea antropomorfa della politica, che non mi appartiene». </p>
<p><strong>Non può negare che l&#8217; altro scontro dentro la maggioranza riguarda lei e il presidente del Consiglio. È vero che venerdì scorso persino Gianni Letta l&#8217; ha rimproverata in Consiglio dei ministri?</strong> </p>
<p>«Oggi ci abbiamo riso sopra. Vedo un eccesso di confusione tra &#8220;personale&#8221; e &#8220;politico&#8221;. Certo, in politica conta anche il personale, ma su troppi &#8220;scontri&#8221; ho letto troppo folklore&#8230;». </p>
<p><strong>È vero o no che lei minaccia quasi ogni giorno le dimissioni?</strong></p>
<p> «Non ho mai minacciato le dimissioni, ma spesso ho detto &#8220;non firmo&#8221;. E alla fine il voto è sempre arrivato, positivo e convinto. Tutto quello che ho fatto, e forse anche un po&#8217; più della politica economica, l&#8217; ho fatto convinto di fare comunque quello che mi sembrava bene per il mio Paese.E non avrei potuto farlo senza Berlusconi e Bossi, o contro Berlusconi e Bossi. E sarà così anche nel prossimo autunno e oltre». (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Italia, luglio 2010: fine della Seconda Repubblica.</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 22:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi ha fallito]]></category>
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		<description><![CDATA[http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-ai-promotori-la-nostra-e-una-rivoluzione/50631?video=&#038;ref=HREA-1 (Beh, buona giornata).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-ai-promotori-la-nostra-e-una-rivoluzione/50631?video=&#038;ref=HREA-1</p>
<p>(Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Ave Cesare.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 22:04:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eolico: P3, il gruppo occulto avrebbe agito su mandato di Formigoni (di Marco Maffettone-Agenzia Ansa) Tra di loro, il gruppo che faceva capo a Flavio Carboni, il premier Silvio Berlusconi lo chiamavano &#8216;Cesare&#8217;. Come emerge da una telefonata intercettata tra l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia Nicola Cosentino e il giudice tributario Pasquale Lombardi nella quale quest&#8217;ultimo sostiene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eolico: P3, il gruppo occulto avrebbe agito su mandato di Formigoni (di Marco Maffettone-Agenzia Ansa)</p>
<p> Tra di loro, il gruppo che faceva capo a Flavio Carboni, il premier Silvio Berlusconi lo chiamavano &#8216;Cesare&#8217;. Come emerge da una telefonata intercettata tra l&#8217;ex sottosegretario all&#8217;Economia Nicola Cosentino e il giudice tributario Pasquale Lombardi nella quale quest&#8217;ultimo sostiene che &#8221;Cesare e&#8217; contento&#8221; per cio&#8217; che il gruppo sta facendo proposito del Lodo Alfano. </p>
<p>&#8220;Cesare è lo pseudonimo utilizzato dai soggetti per riferirsi al presidente del Consiglio&#8221;, affermano i carabinieri del nucleo investigativo di Roma nell&#8217;informativa inviata ai pm della Procura capitolina nell&#8217;ambito delle indagini sulla cosiddetta P3. I militari dell&#8217;Arma si riferiscono proprio all&#8217;intercettazione telefonica del 2 ottobre 2009 nella quale Lombardi dice a Cosentino che &#8220;lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il 6&#8243;, ovvero il giorno dell&#8217;udienza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano: un esplicito riferimento, per i militari, all&#8217;attivita&#8217; esercitata dal gruppo del quale fa parte anche l&#8217;uomo d&#8217;affari Flavio Carboni, per condizionare i giudici della Consulta sul provvedimento del Guardasigilli, poi bocciato dagli stessi giudici della Corte Costituzionale il 7 ottobre scorso.</p>
<p>Nessun elemento, nelle carte degli investigatori, permette di capire se il premier sapesse qualcosa o se si tratti di millanterie. Nel corso della telefonata Lombardi fa riferimento anche alla vicenda del cosiddetto complotto contro Stefano Caldoro, attuale governatore campano, sottolineando che se &#8221;lui e&#8217; rimasto contento&#8221; allora &#8221;lui ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te e non adda scassa&#8217; o cazz&#8221;. &#8221;Appare evidente -osservano i carabinieri- che con queste parole il Lombardi vorrebbe far intendere al Cosentino che la sua candidatura a presidente della Regione Campania è stata da loro richiesta nel corso della riunione quale contropartita per l&#8217;operazione Lodo Alfano&#8221;. Nei documenti redatti dai carabinieri si fa riferimento, inoltre, al governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. In base a quanto si legge nelle carte</p>
<p>Formigoni diede mandato al gruppo di chiedere esplicitamente al presidente della Corte di Appello di Milano, Alfonso Marra, di &#8220;porre in essere un intervento nell&#8217;ambito della nota vicenda dell&#8217;esclusione della lista riconducibile al governatore dalle elezioni regionali 2010&#8243;. </p>
<p>Parlando dell&#8217;attività svolta dall&#8217;associazione, i militari dell&#8217;Arma definiscono emblematica la &#8220;vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della corte di appello di Milano&#8221;. &#8220;Non appena Marra &#8211; proseguono i carabinieri &#8211; ha ottenuto, dopo un&#8217;intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (ed in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l&#8217;ambita carica, i componenti dell&#8217;associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell&#8217;ambito della nota vicenda dell&#8217;esclusione della lista &#8216;Per la Lombardia&#8217;&#8221;. </p>
<p>Nelle carte dell&#8217;inchiesta si fa espresso riferimento, inoltre, al ruolo svolto dal sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, dal capo degli ispettori di via Arenula, Arcibaldo Miller, e Antonio Martone, presidente della commissione per la Valutazione, la trasparenza e l&#8217;Integrità delle amministrazioni pubbliche. &#8221;Altri personaggi vicini al gruppo &#8211; si legge nell&#8217;informativa &#8211; che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d&#8217;interferenza, sono individuabili nei giudici Miller Arcibaldo, Martone Antonio e nel sottosegretario alla giustizia Caliendo Giacomo&#8221;. </p>
<p>Al momento la posizione dei tre è al vaglio dei pm della Procura di Roma. E&#8217; prevista, infine, domani l&#8217;udienza del tribunale del Riesame che dovra&#8217; decidere sull&#8217;arresto di Carboni. Mentre sabato il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci vera&#8217; ascoltato dai magistrati romani nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta madre, ovvero gli appalti sull&#8217;eolico nell&#8217;isola, che vede il governatore indagato per abuso d&#8217;ufficio e concorso in corruzione. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Quei quattro &#8220;pensionati sfigati&#8221; sono rimasti in tre.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 17:04:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Verdini e Cosentino a rapporto da Berlusconi: il primo resta, il secondo lascia-blitzquotidiano.it Il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino ha deciso di rassegnare le dimissioni dal governo, mantenendo però il ruolo di coordinatore del Pdl in Campania. La decisione sarebbe stata maturata dallo stesso deputato campano e comunicata al premier. Cosentino non lascia quindi l’incarico di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Verdini e Cosentino a rapporto da Berlusconi: il primo resta, il secondo lascia-blitzquotidiano.it</p>
<p>Il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino ha deciso di rassegnare le dimissioni dal governo, mantenendo però il ruolo di coordinatore del Pdl in Campania.</p>
<p>La decisione sarebbe stata maturata dallo stesso deputato campano e comunicata al premier. Cosentino non lascia quindi l’incarico di coordinatore regionale campano del Pdl. Diversa, almeno per ora, la sorte dell’altro ipotetico dimissionario, Denis Verdini.</p>
<p>Silvio Berlusconi li aveva chiamati entrambi, un doppio faccia a faccia per decidere se resistere al rischio di un voto contrario in Parlamento o se seguire le tracce del caso Brancher, cioè una ritirata “strategica”.</p>
<p>Denis Verdini e Nicola Cosentino erano entrati più o meno insieme a Palazzo Chigi ma alla fine all’uscita hanno preso due strade diverse. Il coordinatore regionale della Campania, già da tempo raggiunto da un mandato di cattura della magistratura per legami con la Camorra di Casal di Principe, si è dimesso per “opportunità”.</p>
<p>Il governo può infatti fare a meno di sottosegretario all’Economia, non così Denis Verdini. Il Pdl e lo stesso Berlusconi difficilmente potrebbero reggere senza conseguenze alle dimissioni di uno dei 3 coordinatori nazionali. Verdini quindi non dovrebbe dimettersi, a differenza di Cosentino. Questo il quadro e le strategia in cui sembra muoversi il premier.</p>
<p>La scelta del passo indietro è stata probabilmente vista come obbligata. Il coinvolgimento di Cosentino nell’inchiesta stava creando parecchi problemi al Pdl e all’esecutivo anche perché tutta la componente finiana del partito era pronta a votare a favore della sfiducia. Anche Pier Ferdinando Casini, di cui negli ultimi giorni si è parlato spesso per un possibile riavvicinamento dell’Udc al centrodestra, aveva fatto sapere che i centristi avrebbero dato parere favorevole alla richiesta di ritiro delle deleghe per il politico campano, già finito nel mirino nei mesi scorsi per l’accusa di essere il referente politico del clan dei Casalesi, circostanza questa che lo aveva già costretto a ritirarsi dalla corsa alla presidenza della Regione.</p>
<p>Il suo posto quale portacolori del Pdl venne preso da Stefano Caldoro, che poi fu effettivamente eletto, ma contro la candidatura del giovane ex socialista, si apprende dalle carte dell’inchiesta, fu osteggiata dall’interno proprio dal gruppo che oggi viene indicato come “P3″. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>La lettera di Michele Santoro a Mauro Masi.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 14:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Michele Santoro]]></category>
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		<description><![CDATA[(fonte: repubblica.it). &#8220;La mancata messa in onda&#8221; di Annozero sarebbe &#8220;un grave danno per il servizio pubblico e mi costringerebbe a impiegare tutte le energie per difendere diritti miei, dei miei collaboratori e degli spettatori&#8221;. Lo scrive oggi Michele Santoro in una lettera al direttore generale della Rai Mauro Masi, commentando &#8220;l&#8217;ennesimo rinvio di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(fonte: repubblica.it).<br />
&#8220;La mancata messa in onda&#8221; di Annozero sarebbe &#8220;un grave danno per il servizio pubblico e mi costringerebbe a impiegare tutte le energie per difendere diritti miei, dei miei collaboratori e degli spettatori&#8221;. Lo scrive oggi Michele Santoro in una lettera al direttore generale della Rai Mauro Masi, commentando &#8220;l&#8217;ennesimo rinvio di una settimana&#8221; da parte del Cda Rai sulle decisioni relative alla messa in onda della trasmissione. Ecco la lettera:</p>
<p>&#8220;Gentile Direttore,<br />
al termine di una stagione faticosa, durante la quale sono stato costretto a lavorare più per contrastare manovre politiche e impedimenti burocratici che per realizzare un prodotto televisivo, solo al fine di trovar modo di continuare a svolgere la mia professione con un minimo di serenità, avevo accolto il tuo invito a valutare una ipotesi  transattiva che ponesse fine all&#8217;interminabile vicenda giudiziaria che mi riguarda.<br />
Ma siccome nessuna azienda seria rinuncerebbe a cuor leggero a una trasmissione come Annozero e nessuna azienda libera discuterebbe di materie contrattuali riguardanti i suoi dipendenti come ha fatto la Rai, addirittura dedicando intere trasmissioni alla nostra cosiddetta trattativa, si è scatenata una incredibile concatenazione di errori di comunicazione e polemiche.</p>
<p>Oggi sono costretto a constatare che non si è ottenuto il risultato sperato: individuare soluzioni che appaiano e siano dalla parte del pubblico. E&#8217;, invece, risultato evidente che Annozero, perfino da chi esprime nei suoi confronti critiche violente, è considerato un elemento assai importante del panorama informativo italiano. Il clamore suscitato dalla eventualità di una sua soppressione, al di là delle critiche ingiustificate e immotivate sulla portata e il valore del possibile accordo, ha dimostrato inequivocabilmente che un pubblico enorme non vuole rinunciare ad uno dei suoi appuntamenti preferiti.</p>
<p>Perciò lasciami dire che, indipendentemente dalle tue intenzioni, la tattica di rinviare continuamente la conferma in palinsesto del programma, anche dopo quanto emerso dall&#8217;inchiesta di Trani, conferma nell&#8217;opinione pubblica la convinzione di un  carattere strumentale dell&#8217;interesse manifestato per le nuove trasmissioni alle quali avrei potuto dar vita. Non c&#8217;è più spazio, quindi, per rinvii e ambiguità. E non c&#8217;è più tempo per trovare alcun accordo tra noi che non preveda la messa in onda di Annozero.</p>
<p>Ti prego di provvedere di conseguenza a sbloccare le pratiche che con i miei collaboratori sono state già tutte opportunamente istruite e consegnate alla Rete dopo aver definito con il Direttore Liofredi e gli uffici competenti della Rai date e modalità produttive. La mancata messa in onda del programma sarebbe un grave danno per il servizio pubblico e mi costringerebbe ad impiegare tutte le energie per difendere  diritti miei, dei miei collaboratori e degli spettatori. Ti ringrazio per la cortese attenzione e ti invio i miei più cordiali saluti.<br />
Michele Santoro<br />
(Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Quattro sfigati pensionati?</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 11:42:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il senatore, il coordinatore nazionale, il sottosegretario e l’uomo d’affari: ecco chi sono i “quattro sfigati” di Berlusconi-blitzquotidiano.it Flavio Carboni, Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Denis Verdini: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi li ha definiti “quattro sfigati pensionati”. La Procura della Repubblica di Roma li ha iscritti nel registro degli indagati per associazione a a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il senatore, il coordinatore nazionale, il sottosegretario e l’uomo d’affari: ecco chi sono i “quattro sfigati” di Berlusconi-blitzquotidiano.it</p>
<p>Flavio Carboni, Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Denis Verdini: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi li ha definiti “quattro sfigati pensionati”. La Procura della Repubblica di Roma li ha iscritti nel registro degli indagati per associazione a a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico in Sardegna.</p>
<p>Eppure, fatta eccezione per il settantottenne Carboni, il senatore Dell’Utri, il coordinatore nazionale del Pdl Verdini, e il sottosegretario all’Economia sono ben lontani dalla pensione. Le loro conversazioni, catturate dalle intercettazioni telefoniche trascritte nelle quindicimila pagine del rapporto dei carabinieri, trattano argomenti non certo alla portata di semplici “sfigati”.</p>
<p>Come i “cinquecento milioni di dollari” che, stando a quanto scrive oggi Repubblica, Carboni avrebbe detto di avere con sé in una valigetta, o le cene a casa di Verdini con magistrati e sottosegretari.</p>
<p>Scorrendo le biografie dei protagonisti della “difesa” di Berlusconi vengono tirate in ballo la mafia, la camorra, la loggia Propaganda 2, la morte del banchiere Roberto Calvi, il caso Moro. Restando ai fatti, ecco chi sono i “quattro sfigati pensionati”.</p>
<p>Nicola Cosentino, 52 anni, di Casal Di Principe (Napoli), coordinatore regionale del Popolo della Libertà in Campania, dal  maggio 2008 è Sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze.</p>
<p>Nel settembre 2008 viene pubblicamente accusato di aver avuto un ruolo di primo piano nell’ambito del riciclaggio abusivo di rifiuti tossici, come emerso dalle rivelazioni di Gaetano Vassallo, il boss responabile di disastro ambientale relativamente allo smaltimento abusivo di rifiuti tossici in Campania attraverso la corruzione di politici e funzionari.</p>
<p>Nel novembre 2009 i magistrati inoltrano alla Camera dei deputati una richiesta di autorizzazione per l’esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica. La richiesta viene respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera.</p>
<p>Nel gennaio 2010 la Corte di Cassazione conferma le misure cautelari a carico di Cosentino. Il 19 febbraio la richiesta di dimissioni dagli incarichi venne respinta da Silvio Berlusconi.</p>
<p>Al momento, oltre che nell’inchiesta sull’eolico, Cosentino è indagato per l’episodio legato al dossier che puntava a screditare Stefano Caldoro quale candidato alla presidentre della Regione Campania, e per le pressioni esercitate sulla Cassazione per una rapida fissazione dell’udienza in cui si doveva discutere della legittimità della misura cautelare emessa nei confronti del sottosegretario dalla magistratura napoletana.<br />
Marcello Dell’Utri, 61 anni, di Palermo. Senatore del Popolo delle Libertà, “politico per legittime difesa”, come lui stesso si è definito in un’intervista al Fatto Quotidiano. Stretto collaboratore di Silvio Berlusconi sin dagli anni Settanta, socio in Publitalia e dirigente Fininvest, nel 1993 fonda con Berlusconi Forza Italia, di cui diventa deputato nel 1996, per “proteggersi”, come ha dichiarato egli stesso al Fatto Quotidiano, dall’accusa, poi confermata, per false fatture. È stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso e ha patteggiato una pena di due anni e tre mesi per frode fiscale.</p>
<p>Nel dicembre del 2004 il tribunale di Palermo condanna  Dell’Utri a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni (70.000 euro) alle parti civili, il Comune e la Provincia di Palermo.</p>
<p>Denis Verdini, toscano (è nato in provincia di Massa Carrara) di 59 anni, è uno dei tre coordinatori nazionali del Popolo della Libertà insieme a Ignazio La Russa e Sandro Bondi, dopo essere stato coordinatore nazionale unico di Forza Italia. Commercialista e presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, candidato di Forza Italia già alle amministrative del 1995, dal 1997 è uno degli azionisti, con il 15 per cento, del quotidiano il Foglio diretto da Giuliano Ferrara.</p>
<p>Nel febbraio 2010 viene iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze per il reato di concorso in corruzione, riguardo ad alcune irregolarità a lui imputabili su alcuni appalti a Firenze e a La Maddalena, sede in cui si sarebbe dovuto tenere il G8, poi spostato a L’Aquila. Il gip si riserva la decisione di ricorrere ad eventuale rinvio a giudizio.</p>
<p>Nel maggio 2010 è indagato dalla Procura di Roma in un’inchiesta su un presunto comitato d’affari, la cosiddetta “cricca”, che avrebbe gestito degli appalti pubblici in maniera illecita</p>
<p>Flavio Carboni, 78 anni, di Sassari. Il suo successo economico comincia negli anni ‘70 con una serie di società immobiliari e finanziarie. Succcessivamente Carboni inizia a muoversi nel mondo dell’ editoria, diventando proprietario del 35% del pacchetto azionario della Nuova Sardegna ed editore di Tuttoquotidiano, per il fallimento del quale è poi stato condannato in primo grado e assolto in appello per vizio di forma.</p>
<p>È stato anche accusato dell’omicidio di Roberto Calvi, imputazione da cui è stato poi assolto per insufficienza di prove: il pm aveva chiesto la condanna di Carboni all’ergastolo; è stato anche assolto dall’accusa di essere stato il mandante del tentativo di omicidio di Roberto Rosone, vice di Calvi all’ Ambrosiano; dall’accusa di falso e truffa ai danni del Banco di Napoli; dall’accusa di ricettazione della borsa di Calvi, che avrebbe contenuto il pc del banchiere, documenti, soldi e le chiavi di alcune cassette di sicurezza.</p>
<p>Il suo primo arresto avviene in Svizzera, nell’estate del 1982. L’unica condanna definitiva nei confronti di Carboni è emessa nel 1998: 8 anni e 6 mesi di reclusione per il concorso nel fallimento del Banco Ambrosiano. Al periodo di detenzione previsto, già ridotto in applicazione delle amnistie del 1986 e del 1989, viene detratta la carcerazione preventiva: nessun ordine di esecuzione della pena viene emesso a suo carico. Nel giugno dello stesso anno Carboni viene nuovamente arrestato per un caso di bancarotta fraudolenta riguardante una società immobiliare di Porto Rotondo.</p>
<p>Nel maggio 2010, all’indomani della sua assoluzione per il delitto Calvi, viene indagato per concorso in corruzione nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti per l’eolico in Sardegna. A differenza degli altri tre “sfigati”, l’8 luglio 2010 Flavio Carboni viene arrestato. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>Il Vaticano è nocivo.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 21:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Leggi e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Popoli e politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Cesano(Roma)]]></category>
		<category><![CDATA[leucemie]]></category>
		<category><![CDATA[radio vaticana]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Sede]]></category>

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		<description><![CDATA[Radio Vaticana, una perizia conferma il nesso tra le onde delle antenne e i tumori nei bimbi Esiste una correlazione tra l&#8217;eposizione alle onde elettromagnetiche e l&#8217;aumento di leucemie e linfomi nei bambini fino a 14 anni che abitano a ridosso degli impianti di Cesano. Sono i risultati contenuti nelle 140 pagine della perizia disposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Radio Vaticana, una perizia conferma il nesso tra le onde delle antenne e i tumori nei bimbi</p>
<p>Esiste una correlazione tra l&#8217;eposizione alle onde elettromagnetiche e l&#8217;aumento di leucemie e linfomi nei bambini fino a 14 anni che abitano a ridosso degli impianti di Cesano.<br />
Sono i risultati contenuti nelle 140 pagine della perizia disposta cinque anni fa nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta per omicidio colposo dopo le morti sospette nella zona-repubblica.it</p>
<p>C&#8217;è stata &#8220;un&#8217;associazione importante, coerente e significativa, tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini&#8221;. All&#8217;incremento di questo rischio potrebbero aver &#8220;plausibilmente contribuito&#8221; anche le strutture di Maritele, sia pure &#8220;in modo limitato e additivo&#8221;. Sono queste alcune delle conclusioni cui è giunta la perizia firmata dal professor Andrea Micheli e affidata in sede di incidente probatorio dal gip Zaira Secchi cinque anni fa perché si accertasse l&#8217;eventuale nesso di causalità tra le onde elettromagnetiche emesse dalle antenne di Radio Vaticana, a Cesano, e quelle del quartier generale della Marina militare, in localià La Storta. </p>
<p>La battaglia giudiziaria contro le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana è durata anni, con la Santa Sede che invocava l&#8217;extraterritorialità e reclamava il diritto a non essere giudicata dallo Stato italiano, e dall&#8217;altra parte i cittadini di Roma nord e di Cesano, vicini all&#8217;antenna di Santa Maria di Galeria, che lamentavano citofoni ed elettrodomestici che si trasformavano in ripetitori della radio, conversazioni telefoniche scandite dalle recite del rosario. «Molestie» denunciate dagli abitanti di Cesano già nel 1999, cui successivamente si aggiunsero gli esposti per le malattie che sarebbero state provocate dal superamento dei limiti di emissione delle onde elettromagnetiche. Citati in giudizio nel luglio 2000, gli imputati ottennero prima la sospensione del processo per un difetto di giurisdizione legato a questioni di procedibilità disciplinate dai Patti Lateranensi, poi fu la Corte di Cassazione nell&#8217;aprile 2003 a riconoscere il diritto dello Stato italiano a svolgere il processo. Nel 2005 la sentenza storica, con condanne simboliche, per il reato 674 del codice penale, &#8220;gettito pericoloso di cose&#8221;. </p>
<p>Restava l&#8217;altro filone, e le denunce per «troppi casi di leucemia e la morte di una decina di bambini». Questa inchiesta della procura di Roma va avanti, sei gli indagati, e riguarda le morti sospette e i decessi per leucemia avvenuti tra il 1994 e il 2000, per cui ipotizza il reato di omicidio colposo. Cinque anni fa il gip Zaira Secchi commissionò la perizia per accertare il possibile nesso di causalità tra l&#8217;inquinamento elettromagnetico e l&#8217;incremento di tumori e leucemia a Cesano e a La Storta, aree vicine agli impianti della radio. Oggi i risultati. </p>
<p>Nel dossier si legge che poiché la leucemia è una patologia &#8220;relativamente rara&#8221; negli adulti, l&#8217;esposizione di lungo periodo (oltre dieci anni) alle antenne di Radio Vaticana per i bambini fino a 14 anni di età, che hanno abitato nella fascia tra 6 e 12 km dalle antenne, ha determinato un eccesso di incidenze di leucemie e linfomi. Nei casi di decessi di adulti, invece, gli esperti nominati dal giudice hanno evidenziato &#8220;un&#8217;associazione importante, coerente e significativa&#8221; tra i malati e quelli che hanno abitato a poca distanza da Radio Vaticana, associazione che non sembra sia stata supportata da prove decisive nel caso degli impianti della Marina. </p>
<p>Nelle 140 pagine di accertamento peritale gli esperti danno conto degli aspetti anagrafici della popolazione investigata, della storia di tabagismo (fumo attivo e passivo), dell&#8217;esposizione da alcol sulle patologie familiari e sui decessi complessivamente avvenuti negli ultimi anni nelle aree vicine a Radio Vaticana (137 morti) e a Maritele (141). L&#8217;inchiesta della procura, prima che venisse affidata la perizia, chiamava in causa Roberto Tucci, Pasquale Borgomeo e Costantino Pacifici (responsabili dell&#8217;emittente della Santa Sede) e Gino Bizzarri, Vittorio Emanuele Di Cecco e Emilio Roberto Guarini, della Marina militare. I primi tre, erano finiti sotto processo per &#8216;getto pericoloso di cose&#8217;, in relazione all&#8217;emissione nociva di onde elettromagnetiche provenienti dagli impianti radiofonici di Santa Maria di Galeria. Pacifici, però, era stato assolto in primo grado, mentre per Tucci e Borgomeo (poi deceduto) la corte d&#8217;appello, dopo una prima assoluzione annullata dalla Cassazione, aveva dichiarato il &#8216;non doversi procedere&#8217; per prescrizione del reato. (Beh, buona giornata).</p>
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		<title>In Italia un debito pubblico da record. Complimenti al governo.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 12:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ferri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza - Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Bankitalia]]></category>
		<category><![CDATA[governo berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[record debito pubblico italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il debito pubblico italiano sale a maggio e tocca i 1.827,1 miliardi di euro, aumentando di 15 miliardi rispetto al mese precedente e raggiungendo un nuovo record in valori assoluti. Dalla fine del 2009 il valore del debito italiano è salito di 65,8 miliardi, segnando un incremento del 3,7%. Lo dice la Banca d&#8217;Italia. Beh, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il debito pubblico italiano sale a maggio e tocca i 1.827,1 miliardi di euro, aumentando di 15 miliardi rispetto al mese precedente e raggiungendo un nuovo record in valori assoluti. Dalla fine del 2009 il valore del debito italiano è salito di 65,8 miliardi, segnando un incremento del 3,7%. Lo dice la Banca d&#8217;Italia. Beh, buona giornata.</p>
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