Antitrust, tariffe e pubblicità: continuiamo a farci del male.

L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha multato Tim e Vodafone con una sanzione da 500.000 euro ciascuno “per modifica unilaterale e sistematica dei piani tariffari senza fornire adeguate informative al consumatore”. Ne da notizia l’associazione Altroconsumo, che aveva denunciato in agosto all’Authority i due operatori per pratiche commerciali scorrette sui rincari delle tariffe di telefonia mobile.

Secondo i rilievi di Altroconsumo, accolti dall’Antitrust, “la mancanza di informazione e trasparenza ha impedito agli utenti di conoscere le caratteristiche delle nuove tariffe”, e le modalità di attuazione della portabilità e di rimborso del credito residuo.

Finora, tra il crollo generalizzato dei consumi degli italiani, le uniche voci che si salvavano era le spese per informatica e telefonia mobile. Così facendo, le compagnie telefoniche coinvolte dalle sanzioni dell’Antitrust danno un brutto colpo a questo settore dei consumi. Non solo. Tra il crollo generalizzato della pubblicità, con le conseguenti ripercussioni sui bilanci dei giornali italiani, tenevano i budget pubblicitari sulle offerte telefoniche.

Le campagne pubblicitarie di questi mesi sono state, evidentemente, lanciate all’insegna della “ mancanza di informazione e trasparenza”, come recita la decisione dell’Antitrust. Il che è un altro brutto colpo alla credibilità della pubblicità italiana.

Se alla crisi economica si aggiunge la crisi di fiducia nelle compagnie telefoniche e di conseguenza alla pubblicità promossa dai gestori, tutto questo fa malissimo alla ripresa dei consumi. Diventa inutile chiedere ai cittadini e ai consumatori di mantenere i nervi saldi di fronte alle difficoltà economiche del Paese, quando alcuni comportamenti mettono in discussione la trasparenza delle aziende e la veridicità delle informazioni.

Queste mille piccole bolle speculative, che si scoprono di frequente sono  forse un danno calcolato, tanto da far venire il sospetto che le eventuali sanzioni comminate dall’Antitrust vengano messe in conto e portate comunque a profitto nei conti economici calcolati sugli aumenti tariffari poco trasparenti. Il che, sia detto con tutto il rispetto,  rischia anche di vanificare l’operato stesso dell’Authority , minarne l’efficacia, screditarne le funzioni agli occhi dei consumatori, diffondere un pericoloso senso di impotenza da parte di milioni di clienti.

Recentemente negli Usa una commissione parlamentare ha chiesto conto ai top manager delle banche dei loro comportamenti. Una cosa simile è successa in Gran Bretagna. E’ ora che anche in Italia si cominci seriamente a pensare come fermare e sanzionare pratiche commerciali scorrette.

La violazione delle norme antitrust non è solo un dolo, sanabile per via amministrativa. E’ un danno continuo e continuato, oltre che alla correttezza verso i consumatori, anche alla credibilità dei soggetti del mercato: in definitiva, al libero mercato stesso.

La cosa non è risolvibile  solo con l’introduzione della “class action”, cioè la possibilità di intentare cause civili collettive da parte dei cittadini lesi nei loro diritti, che pure il governo italiano ha prorogato di due anni, come stabilito nel decreto “mille proroghe”(!). 

Il punto è che non si tratta più  solo di introdurre deterrenti ai cattivi comportamenti. Si tratta di intervenire con tempestività e decisione, perché in Italia cambi profondamente il rapporto tra grandi compagnie e i loro clienti. Non lo imporrebbero semplicemente astratti principi di etica dell’impresa. E’ la crisi dei consumi che lo chiede: senza correttezza e trasparenza non c’è fiducia, senza fiducia non c’è nessuna luce possibile, in fondo al tunnel della peggiore congiuntura economica mai vissuta dai mercati globali. Beh, buona giornata.

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