Ecce homo.

Questo è il discorso del Ministro degli Esteri al Senato, che oggi è stato bocciato per due voti. Se foste stati eletti al Senato della Repubblica, avreste votato contro questa visione della politica estera del nostro Paese?

“Discorso di Massimo D’Alema vice presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri al Senato della Repubblica 21.2.2007
D’ALEMA, vice presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri.

Signor Presidente, signori senatori, ringrazio il Senato della Repubblica per l’opportunità che mi offre di illustrare le linee della politica estera italiana perseguita dal Governo Prodi.
Abbiamo alle spalle settimane non facili, ma sono convinto che le comunicazioni di oggi ed il dibattito che ne seguirà permetteranno un bilancio oggettivo dei risultati che l’Italia ha conseguito in questi mesi. Sono anche persuaso che questa discussione ed il consenso che, spero, si potrà ottenere dal Senato saranno la base per nuove e impegnative prove che attendono il nostro Paese nei mesi che vengono.

Questo dibattito ha i caratteri di un dialogo: è pertanto evidente che il Governo è qui non soltanto per illustrare la sua azione, ma anche per ascoltare le considerazioni che verranno fatte nella discussione, per tenerne conto anche allo scopo di arricchire e precisare la nostra piattaforma. Questo dibattito è stato preparato da un confronto pubblico assai animato, nel corso del quale è stata proposta al Ministro degli affari esteri una serie di prove obbligatorie, di questioni che dovrebbero essere affrontate per forza, di trappole senza uscita: se D’Alema dirà questo, allora sarà vero; se dirà quest’altro, allora… e così via.

Personalmente sono ben consapevole di quanto sia giustamente accesa la discussione. Vorrei contribuire ad un dibattito il meno possibile strumentale, il più possibile aperto, libero, allo scopo di definire il quadro di valori delle scelte condivise nel modo più ampio possibile e allo scopo di misurare il consenso, senza il quale nessuna politica estera può essere ragionevolmente portata avanti in modo credibile nel confronto internazionale. E, da questo punto di vista, non vi nascondo che, in verità, nella struttura del mio discorso non avevo previsto e non ho previsto in alcun modo di parlare di Vicenza, anche perché non avrei nulla da aggiungere a quanto ha detto il Presidente del Consiglio, che segue personalmente lo sviluppo di questa situazione. Ma è del tutto evidente che se dal dibattito del Senato emergeranno interrogativi, questioni, proposte, non mi sottrarrò dal rispondere, precisando gli intendimenti del Governo.

Ma vorrei, appunto, parlare della politica estera e vorrei, se mi permettete, anticipare una conclusione generale: la politica estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana; coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i nostri elettori e – mi permetto di aggiungere – coerente con gli interessi strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una fase internazionale difficile. La coerenza è un presupposto essenziale per una politica estera efficace. È la condizione per essere riconoscibili, prevedibili, autorevoli: senza queste condizioni un grande Paese difficilmente può incidere sullo sviluppo degli avvenimenti internazionali.

Lasciatemi ricordare, anche se potrebbe apparire superfluo, quali sono i punti di riferimento, le grandi coordinate entro le quali si muove l’azione internazionale dell’Italia.
Direi che, innanzitutto, tali coordinate sono definite dall’articolo 11 della Costituzione la quale definisce due aspetti essenziali: in primo luogo, il rifiuto della guerra come principio a cui si ispira tutta l’azione di politica internazionale del Paese; in secondo luogo, e coerentemente con il rifiuto della guerra, la scelta di fare dell’Italia un soggetto attivo nella complessa architettura di istituzioni e di alleanze internazionali che si sono formate dopo la Seconda guerra mondiale allo scopo di prevenire e governare i conflitti rifiutando, appunto, la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali.

Questa complessa architettura di cui l’Italia è protagonista, fino al punto di riconoscere in Costituzione una rinuncia o una cessione della propria sovranità nel nome di un principio di governo condiviso, multilaterale, dei grandi problemi internazionali, questa complessa architettura è costituita dalle Nazioni Unite, innanzitutto, dal sistema delle Nazioni Unite, che è non soltanto struttura portante delle nuove relazioni internazionali, ma che è anche fonte di legittimità delle scelte internazionali, dalla adesione attiva dell’Italia alla costruzione europea e dalla partecipazione del nostro Paese all’Alleanza atlantica.

Queste tre grandi scelte che si sono via via affermate nel corso del dopoguerra come grandi scelte condivise sono quelle in cui si traduce la partecipazione del nostro Paese alla ricerca di un equilibrio internazionale che costituisce, appunto, l’asse di una politica estera condivisa.
Vedete, la situazione ottimale per l’Italia è quella in cui la priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto, l’articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più incerta, e il Paese si divide.

Sì tratta di quanto è accaduto negli anni successivi al drammatico attacco terroristico dell’11 settembre 2001 con le divisioni internazionali, in particolare, di fronte all’intervento in Iraq. Sono stati anni di lacerazione per l’Europa; un pilastro della nostra politica è stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il sistema delle Nazioni Unite, anni anche nei quali si sono coltivate vuote illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della politica estera italiana sono stati anch’essi stravolti, cosa che ha indebolito l’Italia in un’Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema delle Nazioni Unite già largamente emarginato.

Era questa la situazione quando siamo arrivati al Governo. Oggi il contesto è diverso ed è, in qualche modo, più favorevole ad un multilateralismo efficace. Tutti hanno imparato qualcosa dalle dure lezioni della storia, inclusa la difficoltà ad imporre soluzioni unilaterali, come dimostra il travagliato dibattito apertosi negli Stati Uniti d’America dopo il risultato dell’elezione di midterm e l’aperta discussione sulle prospettive della politica americana, conferma – se volete – del carattere aperto, forte di una grande democrazia che sa interrogarsi anche sui suoi errori e sa cercare la via per cambiare strada.

La lezione vale anche per l’Italia, confermando quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a favore di un rafforzamento politico dell’Unione europea e di un rilancio delle Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali. Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme, riflette i valori che ispirano la nostra politica estera.
La convinzione del Governo è che solo istituzioni multilaterali forti, capaci di decidere e di agire riusciranno a promuovere quei valori essenziali: la pace, la democrazia, i diritti umani, il diritto allo sviluppo da cui dipende a lungo termine anche la sicurezza internazionale.

Se il contesto è in parte cambiato, il problema vero è come riuscire ad esercitarvi una vera influenza. Abbiamo fissato degli obiettivi chiari nel programma dell’Unione; abbiamo definito i principi e i valori che li orientano. Il punto è come progredire nei fatti concretamente. Questi primi mesi di politica estera possono essere letti in questa chiave: un’azione tenace, paziente, graduale, ma coerente, per incidere sulla realtà della politica internazionale, e per incidere non soltanto attraverso le parole e le prese di posizione, anche se le parole contano, ma attraverso gli impegni e le assunzioni di responsabilità.

Tre sono le direttrici di azione perseguite dalla nostra politica estera che illustrerò: la prima è il rilancio dell’unità europea; la seconda è la necessità di una svolta in Medio Oriente e nella lotta al terrorismo; la terza: un allargamento degli orizzonti e delle relazioni internazionali del nostro Paese.
La prima direttrice è, appunto, lo sforzo per il rilancio dell’integrazione europea per cercare di sbloccare la situazione di crisi, la vera e propria impasse politica e costituzionale in cui l’Unione Europea è entrata dal 2004 in poi. L’Italia ha attivamente sostenuto, e sostiene, la decisione della Presidenza tedesca dell’Unione Europea che considera chiusa la pausa di riflessione e che avvia il percorso che nelle prossime settimane conoscerà tappe decisive per giungere ad un accordo istituzionale entro le elezioni europee del 2009. L’Unione non può ripresentarsi ai cittadini europei senza avere dato una risposta al bisogno di rinnovamento e di rafforzamento delle sue istituzioni democratiche. Se il dibattito costituzionale è finalmente ripreso, questo è stato anche grazie all’impulso venuto dal nostro Paese.

A quale soluzione dobbiamo tendere per i prossimi mesi? Dico con chiarezza che l’obiettivo che l’Italia intende perseguire è quello di salvaguardare nella misura più ampia possibile i contenuti, e in particolare i contenuti innovativi, del Trattato firmato a Roma nel 2004, già ratificato da 18 Paesi, che sono espressione di una larga maggioranza non solo di Stati membri, ma anche di cittadini dell’Unione Europea.
Salvaguardare i progressi segnati dal Trattato piuttosto che adottare una visione minimalista è essenziale perché l’Europa a 27 sia in grado di decidere, e quindi di funzionare e di corrispondere alle attese dei cittadini. Come ha affermato il Presidente della Repubblica nel suo recente discorso a Strasburgo, non si può seriamente sostenere che l’Unione non abbia bisogno, dopo il grande allargamento, di una ridefinizione del quadro d’insieme dei suoi valori e dei suoi obiettivi e di una riforma dei suoi assetti istituzionali.

Lavorare ad un progetto di Costituzione per l’Europa non ha rappresentato un esercizio formalistico, non ha rappresentato un capriccio o un lusso, ma ha corrisposto ad una profonda necessità dell’Europa nell’attuale momento storico. Ancora, che cosa è decisivo per rendere vitali i progetti e per far crescere sul serio un’Europa dei risultati? È decisiva la forza delle istituzioni e dell’impegno politico.
Questo è, appunto, l’impegno politico dell’Italia, di un Paese consapevole che istituzioni più forti ed efficienti sono la condizione perché l’Europa allargata possa affrontare con successo le nuove sfide della sicurezza, della lotta al terrorismo, della gestione dei flussi migratori, degli approvvigionamenti energetici, dei cambiamenti climatici.

Nella visione del Governo italiano, d’altra parte, integrazione e allargamento devono continuare a combinarsi. La porta dell’Europa deve restare aperta ai Balcani occidentali e alla Turchia. Ciò corrisponde a interessi diretti dell’Italia per ragioni geopolitiche ed economiche – pensiamo ai Balcani – e di sicurezza, non soltanto dal punto di vista del mantenimento della pace, ma anche dal punto di vista della lotta alla criminalità. È evidente che soltanto nel seno dell’Europa e delle istituzioni europee i Paesi dei Balcani potranno trovare finalmente quella pacifica convivenza cui aspirano dopo lunghi anni di una tragica guerra civile balcanica e poi di una fragile tregua.

Oggi si tratta di avere chiaro un punto essenziale: non saremmo in grado di gestire la delicata questione dello status finale del Kosovo se togliessimo dal tavolo negoziale, che investirà il Consiglio di Sicurezza, la prospettiva della partecipazione per la Serbia e per i Paesi vicini all’Unione Europea. Essere nell’Unione Europea è anche un modo di sdrammatizzare il problema dei confini e tragici conflitti di natura nazionalistica. Conoscete già la posizione che abbiamo assunto e che sta guadagnando terreno sul tavolo europeo: la possibilità di scongelare i negoziati per l’accordo di stabilità e associazione con Belgrado, subordinandone la effettiva entrata in vigore al pieno rispetto degli impegni della Serbia verso il Tribunale internazionale dell’Aja; è un approccio già tenuto con la Croazia, Paese candidato a diventare membro dell’Unione entro pochi anni. Le controversie che ancora solleva la storia confermano l’importanza di un destino comune, di un futuro europeo.

Più lungo e più delicato è lo scenario per la Turchia, ma anche in questo caso, tuttavia, tenere aperta la porta rientra negli interessi europei, perché ciò permetterà di impostare su basi cooperative e non conflittuali i rapporti con un grande Paese a maggioranza islamica e con un peso decisivo nella regione mediorientale. È evidente che, nel tempo in cui c’è chi teorizza lo scontro di civiltà, il processo di adesione all’Unione Europea di un grande Paese islamico è la risposta migliore ed è il modo di affermare i valori europei e il carattere inclusivo dei nostri valori, appunto, la democrazia politica, la libertà individuale, la coesione sociale, fondamento di una grande comunità che non conosce confini religiosi o di civiltà.

È evidente che l’Europa non potrà continuare ad allargarsi all’infinito. L’assenza di confini ne indebolisce anche l’identità internazionale. Nell’area di vicinato, ad Est del Mediterraneo, l’Europa dovrà essere in grado di costruire rapporti di partnership più solidi nel confronto con la Russia. Una politica europea più unitaria, anche in campo energetico, è la condizione di una minore vulnerabilità e di una maggiore coerenza nel reciproco interesse. L’Italia ha, in questi mesi, sviluppato un rapporto bilaterale molto attivo verso Mosca e, nello stesso tempo, ha sviluppato un’azione per sollecitare un impegno comune europeo in questa direzione. Abbiamo vitale bisogno di una politica energetica comune, così come abbiamo bisogno di concreti passi verso un Trattato post Kyoto che includa gli Stati Uniti e le grandi economie emergenti in un nuovo patto ambientale.

La posizione italiana è che anche la relazione transatlantica sarebbe consolidata, non indebolita da un aumento della coesione europea. L’Unione Europea continua ad avere bisogno, anche per essere unita, di un rapporto solido con gli Stati Uniti. L’Italia è favorevole ad un rafforzamento dei legami diretti tra Washington e Bruxelles, tra Stati Uniti e Unione Europea in quanto tale.
Infine, è nostra convinzione che gli europei riusciranno a rispondere alle sfide che hanno di fronte (sicurezza, competizione globale e questione ambientale) solo se l’Unione non si chiuderà all’interno, ma se riuscirà a proiettarsi all’esterno e ad essere un attore sulla scena internazionale. Questa è la svolta da compiere che l’Italia ha cercato di favorire con scelte conseguenti. Faccio due esempi. Il primo è la spinta che abbiamo esercitato nell’agosto scorso per ottenere che fosse il Consiglio europeo a ratificare politicamente l’invio di contingenti europei in Libano, cosa avvenuta ed avvenuta per la prima volta. È la prima volta cioè che l’Unione Europea decide di partecipare ad una missione delle Nazioni Unite, non soltanto per decisione di singoli Paesi, ma con una deliberazione del Consiglio europeo.

Il secondo è lo sforzo che stiamo compiendo in questi mesi per armonizzare le posizioni europee nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui l’Italia è membro non permanente in questo biennio, come risultato di un’elezione pressoché plebiscitaria (186 voti su 192 disponibili nell’Assemblea generale) che non ha quasi precedenti e che di per sé dimostra che l’impegno multilaterale dell’Italia è apprezzato da una vasta comunità internazionale.
Per concludere su questo punto non in modo retorico ma nei fatti, la politica estera italiana é stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che significa una politica favorevole all’integrazione europea, come dimostra l’importanza degli sforzi compiuti insieme alla Germania per sbloccare l’impasse del trattato costituzionale, e significa una politica volta ad aumentare il grado di coesione europea sulle grandi questioni internazionali, dal Medio Oriente alla questione energetica.

Il Governo Prodi è un Governo europeista, anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l’Europa per deresponsabilizzare l’Italia; abbiamo responsabilizzato l’Italia per rafforzare l’Unione Europea.
Nei mesi scorsi – passo al secondo tema – l’Italia non ha recuperato peso soltanto in Europa; lo ha recuperato anche sulla scena mediorientale. La pacificazione del Medio Oriente richiede oggi un impegno politico, diplomatico, economico, di sicurezza senza precedenti, che deve accomunare, per riuscire, attori internazionali e regionali. L’alternativa è un Medio Oriente fuori controllo, caratterizzato dalle ripercussioni della crisi in Iraq, da guerre civili striscianti, dalla diffusione del fondamentalismo.

Dobbiamo scongiurare lo scenario di uno scontro di civiltà tra Islam e Occidente, uno scenario estremamente pericoloso che produrrebbe solo vinti senza vincitori, con costi altissimi in termini di destabilizzazione regionale e di diffusione del terrorismo. Per sconfiggere il terrorismo la condizione, invece, è quella di isolarlo innanzitutto all’interno dello stesso mondo arabo ed islamico. Questo è uno dei primi obiettivi dell’azione dell’Italia che può fare leva sul rilancio di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto appannati negli ultimi anni. Direi che c’è una vasta percezione, nel mondo arabo, del fatto che l’Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico, naturalmente, sia d’Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace.

Il secondo obiettivo, strettamente collegato, è che una nuova coalizione internazionale, fondata sul rapporto fra il Quartetto, ossia Unione Europea, Stati Uniti, Nazioni Unite…
La nuova coalizione, fondata sul Quartetto (Unione Europea, Stati Uniti, Nazioni Unite, Russia) e le componenti che potremmo definire più moderate del mondo arabo, deve riuscire a tradursi in progressi reali lungo tutto l’arco della crisi che ormai collega, attraverso le fratture tra sciiti e sunniti, l’instabilità in Iraq, la crisi libanese, il fronte israelo-palestinese.
Guardiamo anzitutto all’Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente italiano perché schierato in Iraq dopo un’operazione militare che era stata decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni – il possesso di armi di distruzione di massa – che si sono dimostrate infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq è stato, quindi, una scelta coerente con l’impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina.

Abbiamo ritirato dall’Iraq i soldati italiani, ma non abbiamo ritirato il nostro appoggio economico e civile alla popolazione irachena. Lo dimostra la firma a Roma, nel gennaio scorso, del Trattato bilaterale di amicizia e di cooperazione con l’Iraq, conclusa in occasione della visita del ministro degli esteri iracheno Al Zibari.
Alla decisione sul ritiro dall’Iraq è seguita la risposta italiana al conflitto in Libano, nell’estate scorsa, con la nostra partecipazione alla missione UNIFIL rafforzata, di cui l’Italia ha assunto il comando, altro segnale – se mi permettete – di un riconoscimento del ruolo che il nostro Paese viene assumendo nello scenario mediorientale.

Ho avuto già occasione per spiegare le dinamiche e le ragioni di fondo che ci hanno indotto fin dall’inizio a svolgere un ruolo attivo di primo piano, un ruolo che dalla Conferenza di Roma in poi, organizzata insieme agli Stati Uniti, ha pesato positivamente sugli sviluppi della crisi.
Mi preme oggi ricordare soltanto l’importanza particolare della crisi libanese che conteneva in sé un doppio rischio, in parte ancora presente: innanzitutto, quello di destabilizzare un Paese democratico appena emerso da decenni di guerra civile, rischio di fronte al quale tuttora persiste la necessità di un forte impegno internazionale a sostegno delle istituzioni democratiche libanesi e del Governo, che è espressione della maggioranza scelta dai cittadini; in secondo luogo, quello di amplificare le tendenze negative emerse sulla scena mediorientale dal 2001 in poi, tendenze che avrebbero trovato, a seconda del modo in cui si sarebbe conclusa la crisi libanese, una conferma ulteriore o una possibilità di arresto.
Sulla base di questa doppia motivazione abbiamo visto nella crisi libanese una sfida che non potevamo ignorare. I fatti ci hanno dato per ora ragione. La stabilizzazione del Libano è certamente un obiettivo non ancora raggiunto – come dimostrano gli avvenimenti delle ultime settimane – ma possiamo dire che, con il cessate il fuoco tra le parti in conflitto internazionalmente garantito, è stato possibile separare le dinamiche interne libanesi dal fronte esterno di una guerra con Israele. E non solo.

In Israele si fa strada la consapevolezza che la sicurezza dello Stato ebraico può essere difesa meglio da una garanzia internazionale in cui l’Europa gioca un ruolo essenziale piuttosto che attraverso il ricorso a risposte militari nazionali.
Voglio sottolineare due punti importanti: come primo la forza UNIFIL, che non è un esercito occidentale schierato di fronte ad una minaccia islamica; è una forza internazionale nella quale, a fianco dei militari europei, vi sono i militari della Turchia (scelta importante), del Qatar e di altri Paesi islamici. Il secondo punto, che a me pare di grandissimo rilievo in questo scenario, è che l’Europa è tornata a giocare un ruolo attivo. Israele ha accettato per la prima volta lo spiegamento di una forza internazionale lungo i suoi confini come garanzia della sicurezza di Israele, apertamente dicendo che l’esperimento del Libano potrebbe anche essere la premessa per il dispiegamento di una forza internazionale a Gaza e nella Cisgiordania.
Dunque, la missione libanese è importante per molte ragioni: al di là della portata specifica, rappresenta un possibile punto di svolta.

Lasciatemi dire che nel Libano (purtroppo questo ha scarso rilievo nell’informazione nazionale, ma fortunatamente ne ha su quella internazionale) i nostri militari, così come in altri scenari, stanno svolgendo un lavoro di straordinario rilievo. Non solo, come è evidente, dal punto di vista militare, della sicurezza, dell’interposizione, della progressiva riduzione verso lo zero degli incidenti che lungo il confine israelo-libanese hanno caratterizzato nel corso degli anni una turbolenza e una minaccia continua: stanno svolgendo anche uno straordinario lavoro di assistenza delle popolazioni , di sminamento dell’area colpita dalla guerra, di prevenzione degli incidenti, fino ad un lavoro di istruzione nelle scuole per evitare che i bambini libanesi vengano colpiti dalle cluster bomb.
Come accennavo, sono d’altra parte evidenti i legami tra l’evoluzione in Libano e la situazione israelo-palestinese. In questi anni si è sostenuto da più parti che la questione palestinese avesse perso la sua centralità: non era vero e la tesi del Governo italiano, così come di larga parte della diplomazia europea, è opposta. Il conflitto israelo-palestinese rimane la chiave di tutti i conflitti mediorientali (questa è fermamente la mia opinione), e risolvere la questione palestinese, accelerare la ricerca di una soluzione, è diventato ancora più urgente nel momento in cui la situazione palestinese contribuisce alla crisi interna di gran parte dei Governi della regione favorendo l’ascesa di movimenti fondamentalisti che cercano di appropriarsi della bandiera della causa palestinese.

Abbiamo a lungo incoraggiato, come Italia e come Europa, la creazione di un Governo palestinese di unità nazionale. Sono andati nella stessa direzione gli sforzi compiuti dall’Arabia Saudita con l’organizzazione dell’incontro alla Mecca tra Abu Mazen e Khaled Meshaal, sforzi che abbiamo attivamente e direttamente sostenuto.
Dopo tale incontro, e dopo il vertice trilaterale di due giorni fa tra Condoleezza Rice, Abu Mazen e Ehud Olmert, siamo forse giunti ad una possibile svolta positiva. Il Governo palestinese e il suo programma non sono ancora noti: la cautela è d’obbligo. L’accordo della Mecca è comunque un’occasione che dobbiamo, l’Europa e il resto della comunità internazionale, saper valorizzare e non perdere. Se quell’accordo fallisse, l’unica prospettiva sarebbe quella della ripresa di una sorta di guerra civile strisciante nei Territori: una tragedia per i palestinesi, ma anche un motivo in più di insicurezza per Israele. Noi non vogliamo consentirlo.
Ciò che è essenziale è che il nuovo Governo riconosca gli accordi sottoscritti dall’Autorità Nazionale Palestinese con Israele, consentendo così ad Abu Mazen di avviare un negoziato con Israele a nome dell’intera comunità palestinese.
D’altro canto, che interesse potrebbe avere Israele a fare la pace con metà dei palestinesi?

È evidente che il processo di pace richiede un coinvolgimento dell’intera comunità palestinese. Soprattutto, ciò che è essenziale è che il nuovo Governo si impegni contro la violenza, promuovendo immediatamente e finalmente con la liberazione del caporale Shalit quello scambio di prigionieri che sarebbe un segno di distensione nei rapporti israelo-palestinesi, bloccando il lancio di missili, favorendo l’estensione della tregua in vigore a Gaza, alla West Bank, condizione appunto perché cessi la violenza in tutta la Regione. Si tratta di un passaggio estremamente delicato, di un momento davvero difficile ed importante.

Ne abbiamo parlato ieri con la collega israeliana Tzipi Livni e con il presidente Abu Mazen. L’uno e l’altra hanno sentito il bisogno di informare l’Italia e di chiedere una nostra partecipazione attiva per definire le questioni ancora aperte nelle settimane che verranno. Per questo ritengo che sarà necessaria una missione nella regione oltre che urgente una discussione a livello europeo, perché, pur apprezzando l’iniziativa americana, di Condoleezza Rice, credo che far diventare il “quartetto” un singolo Paese rischi in realtà di indebolirne l’azione e di ridurre il consenso internazionale.
L’Italia continuerà ad essere partecipe di questo processo, di questi sforzi, in un passaggio – ripeto – molto delicato e difficile, ma che potrebbe essere un tornante decisivo per accelerare il cammino della pace.
Infine, la diplomazia italiana sta applicando le sanzioni all’Iran, decise nel dicembre scorso dal Consiglio di sicurezza, secondo il regolamento europeo approvato il 12 febbraio scorso nel Consiglio affari generali.

L’Italia non si sottrae alle sue responsabilità, ma ritiene anche che per raggiungere risultati effettivi sia indispensabile tenere unito il fronte dei Paesi membri del Consiglio di sicurezza. È l’unica vera pressione politica che potrebbe spingere l’Iran a riprendere il negoziato. Come ha dimostrato il caso della Corea del Nord, un’impostazione negoziale efficace può anche produrre risultati importanti, come la rinuncia all’ambizione nucleare.

Oggi riceveremo a Roma il capo dei negoziatori iraniani, Ali Larijani, e torneremo ad insistere con lui per chiedere all’Iran un gesto aperto e ragionevole di adesione alle richieste della comunità internazionale. Tuttavia, è evidente all’indomani delle vicende della Corea del Nord e dell’Iran (che è in pieno svolgimento), che ci troviamo di fronte ad un problema più generale, alla necessità cioè di rilanciare una strategia complessiva di non proliferazione e di riduzione degli arsenali nucleari.
La mia opinione è che in parte un’occasione sia stata perduta dopo la fine della guerra fredda e che vi sia addirittura il rischio di una ripresa della corsa agli armamenti, innanzitutto tra Stati Uniti e Russia. La Comunità internazionale non ne ha bisogno ed anche per questo, nel corso della nostra recente visita in Giappone, d’intesa con il Governo giapponese, abbiamo ritenuto di dover rilanciare un dibattito internazionale proprio sui temi della non proliferazione e del disarmo nucleare, nella convinzione che questo potrà essere uno dei temi della presidenza giapponese del G8 a cui l’Italia vorrà dare un proprio contributo di iniziative e di proposte.

Lasciate che a questo punto io affronti una delle questioni più delicate e controverse e che, tuttavia, è a pieno titolo parte dell’iniziativa internazionale dell’Italia in questa complessa regione, nella quale si sviluppa il conflitto con il terrorismo e con il fondamentalismo, vale a dire le ragioni della presenza italiana in Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari impegnati all’estero per il loro straordinario impegno.
Si tratta, come è noto, di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch’essa importante, è una missione in crescita, come dimostra anche l’aumento delle risorse che il Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere.

Lo abbiamo detto chiaramente nella riunione dei Ministri degli esteri della NATO a Bruxelles nel gennaio scorso: “La pacificazione dell’Afghanistan non è missione della NATO, è una missione delle Nazioni Unite all’interno della quale la Nato, insieme ad altri Paesi, svolge una delicata ed essenziale funzione militare, ma la missione è innanzitutto politica e civile”. Lo ripeteremo nel Consiglio di sicurezza.
L’Italia ha chiesto ed ottenuto di poter essere il Paese leading, quello che promuove e organizza il dibattito sul rinnovo del mandato della missione civile delle Nazioni Unite (UNAMA), che si svolgerà a marzo, e di essere anche relatore nel dibattito sul rinnovo del mandato per la missione militare, che si svolgerà ad ottobre.
Abbiamo dunque rivendicato per noi, con tutti i rischi del caso, il compito di essere il Paese che nell’ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite imposterà la discussione sui futuri compiti dell’ONU sul piano civile, politico e militare in Afghanistan.
È del tutto evidente che la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo l’abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere sottovalutati: la liberazione dell’Afghanistan da un regime oppressivo, oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche; la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un processo di ricostruzione economica.

Sono risultati importanti. Ancora qualche giorno fa, nella Conferenza internazionale con le donne afghane, che si è svolta a Roma, abbiamo sentito tante testimonianze significative di persone che, grazie all’impegno internazionale, hanno ritrovato la possibilità di vivere liberamente la propria vita, di lavorare, di affermarsi come cittadini di un Paese normale, pure attraversato da un così tragico conflitto.
Credo che dobbiamo discutere con l’Afghanistan. Dobbiamo discutere con le personalità politiche che rappresentano quel Paese. Dobbiamo discutere innanzitutto con loro i compiti futuri della comunità internazionale e lasciate che – aprendo una piccolissima parentesi – lo dica non soltanto come Ministro degli esteri ma, se mi permettete, anche come uomo di sinistra. Gran parte della classe dirigente afgana di oggi è rappresentata da persone che hanno combattuto da posizioni democratiche e progressiste il regime oppressivo dei talibani. Il Ministro degli esteri dell’Afghanistan, costretto all’esilio dal regime dei talibani, dopo il massacro di tutta quella parte della società afgana che aveva sostenuto il Governo comunista, è stato a Colonia un militante dei Verdi, consigliere comunale, direi una personalità formatasi nella sinistra europea che è tornato nel suo Paese grazie alla caduta di un regime oscurantista e totalitario.

Credo che con queste forze, con queste personalità dobbiamo discutere come sviluppare una strategia più efficace allo scopo di ottenere i risultati che ci proponiamo. E’ del tutto evidente…
La convinzione del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba rafforzare l’impegno civile, l’impegno politico, l’impegno economico. La convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATO si isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO.
La missione afghana è innanzi tutto una sfida dell’intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dell’insieme dei Paesi del mondo, tra i quali – faccio osservare – non ve n’è neppure uno che sostenga la necessità di ritirare le forze internazionali dall’Afghanistan, dal momento che tutti i Paesi del mondo – tra i quali ne cito due piuttosto importanti nella regione: la Russia e la Cina – ritengono che un ritorno dei talibani sarebbe una tragedia non accettabile, anche per loro. La Cina ha 93 chilometri di confine con l’Afghanistan.

È dunque necessario impegnare l’insieme di questi Paesi in uno sforzo comune. È necessario impegnare l’Unione Europea in quanto tale. Il Consiglio europeo ultimo ha approvato una nuova missione, cosiddetta PESD, per la preparazione delle forze di polizia afghana; missione europea, che vedrà, quindi, una presenza dell’Unione in quanto tale nella missione afgana.
In questo senso va l’impegno internazionale dell’Italia. In questo senso va la Conferenza che abbiamo promosso, d’intesa che le Nazioni Unite e con il Governo afgano, sullo Stato di diritto, il cui obiettivo è quello dell’adozione di un nuovo piano di azione per il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti umani in Afghanistan. In questo senso va la richiesta italiana di una Conferenza internazionale per la pace in Afghanistan, capace di coinvolgere tutti i Paesi della regione e tutti i Paesi e le istituzioni internazionali a differente titolo impegnati in Afghanistan.

Questa proposta, che ci ha visti in un primo momento isolati, raccoglie via via maggiori consensi: sia la disponibilità, dichiarata in Italia qualche giorno fa, del Governo afgano, che ha rappresentato una novità importante, sia il consenso di altri Paesi europei. È di ieri il documento congiunto tra il Governo spagnolo e il Governo italiano. La Spagna tra l’altro schiera le proprio forze armate a fianco delle nostre, in una missione che è comune. È di ieri il documento congiunto del Governo spagnolo e di quello italiano, in cui, appunto, si richiede – questa volta insieme – l’organizzazione di una Conferenza internazionale per la pace in Afghanistan.

Vedete, non ci nascondiamo e non ho nascosto le difficoltà di questa sfida. Non ci nascondiamo e non ho nascosto le responsabilità che l’Italia si è assunta, ma, come il Senato può facilmente comprendere, una linea di responsabilità comporta anche dei vincoli e dei doveri. È una scelta difficile rimanere lì, in uno scenario così drammatico, ma essendo lì possiamo chiedere di essere relatori nel Consiglio di sicurezza; essendo lì possiamo batterci per una conferenza internazionale per la pace. Se non ci fossimo più, rompendo la solidarietà europea, venendo meno ad un mandato dell’ONU, non potremmo più avere diritto di esercitare il nostro peso nella comunità internazionale.

Ecco perché quello che noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione per sviluppare in modo autorevole quell’azione per la pace in cui l’Italia è impegnata con l’adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre forze internazionali.
Avrei molti punti da aggiungere sulle scelte internazionali compiute in questi mesi, ma lasciate che mi limiti ad enunciare qualche tema e a ricordare qualche titolo. Ci siamo sforzati di allargare gli orizzonti, come ho detto, dell’azione internazionale dell’Italia, guardando a grandi aree del mondo che sono protagoniste del processo di globalizzazione e rispetto alle quali l’Italia aveva mantenuto nel corso degli ultimi anni un atteggiamento distante e, talora, ostile, guardando alla sfida della competizione internazionale più con timore (i dazi), che non con fiducia nelle possibilità di un grande paese come l’Italia. Missioni italiane sono state in Cina, in India, in Giappone e in Brasile. In tutti questi Paesi si sono riallacciate relazioni politiche e si sono determinate anche nuove opportunità…

Non vorremmo apparire come dei sostenitori acritici delle virtù taumaturgiche della globalizzazione. Sappiamo che la globalizzazione è una sfida, una sfida difficile, ma siamo convinti che i suoi effetti vadano governati attraverso la cooperazione internazionale.
Mi pare che questa rinnovata, ampia azione internazionale dell’Italia risponda agli interessi di un grande Paese, la cui capacità di rispondere alle sfide competitive, il cui dinamismo e la cui creatività sono, appunto, le condizioni per vincere.

Interpretare in modo dinamico gli interessi generali del Paese significa anche guardare con lungimiranza a Paesi percepiti con minore rilievo strategico. Penso ad un continente dimenticato per antonomasia, ma non dall’Italia, e in questo caso, in verità, neppure negli anni recenti, cioè l’Africa, dove il presidente Prodi si è recato poche settimane fa per assistere, unico Capo di Governo non africano invitato, al vertice dell’Unione Africana. Anche questi sono segnali di un’attenzione nostra e di un’attenzione verso di noi. L’Africa è teatro sia di crisi umanitarie che politiche tra le più drammatiche, dal Darfur alla Somalia, dove l’Italia ha un ruolo importante da esercitare come parte del gruppo di contatto. Per l’Italia l’Africa è un continente vicino. Basti pensare all’enorme problema dei flussi migratori, al quale stato dedicato un primo summit euro-africano lo scorso novembre a Tripoli.

Infine, abbiamo dato rilievo ad una dimensione della politica estera che è l’impegno intorno a grandi questioni di principio che toccano valori fondamentali come quello dei diritti umani. Ne è testimonianza la campagna promossa alle Nazioni Unite per la moratoria universale delle esecuzioni di condanne a morte nel quadro di una campagna per l’abolizione completa della pena capitale nell’ambito di una iniziativa che non può che essere di lungo periodo in quanto punta a mutare comportamenti collettivi consolidati. Sono stati già conseguiti risultati di rilievo, tra cui la dichiarazione presentata in Assemblea generale dall’Unione Europea, sottoscritta già da svariate decine di Paesi. Ci stiamo adoperando perché si arrivi in tempi ravvicinati ad un dibattito e ad un voto nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Nell’azione internazionale dei mesi scorsi abbiamo dovuto tenere conto di un vincolo evidente, difficilmente eludibile: il vincolo della finanza pubblica, che ha imposto di contenere risorse e, di conseguenza, ambizioni. Abbiamo cercato di rispondervi con azioni di razionalizzazione e in prospettiva di più ampia riforma.
Vorrei sottolineare alcuni risultati non disprezzabili: innanzitutto, l’incremento della spesa per aiuti pubblici allo sviluppo, praticamente raddoppiata, dai 374 milioni agli oltre 600 del 2007, insufficienti e che, tuttavia, testimoniano di una volontà del Governo di rilanciare l’azione italiana di lotta alla povertà, come asse della nostra azione internazionale.

Nel frattempo, abbiamo messo a punto e presentato al Parlamento un primo progetto di riforma della cooperazione allo sviluppo, a cui diamo e do molta importanza: una riforma lungamente attesa, che spero il Parlamento ci aiuti adesso a realizzare al più presto e che armonizzerebbe l’assetto italiano al principio prevalente in altri Paesi europei e la separazione tra indirizzo politico, che resterà di competenza del Ministero degli affari esteri, e gestione operativa, affidata ad una struttura tecnica, aperta alla collaborazione con le Regioni, con i Comuni, con i donatori privati per rendere più efficace e meglio coordinata l’azione italiana di solidarietà. Stiamo anche lavorando alla struttura del Ministero degli esteri con l’obiettivo di ridurre le spese al minimo compatibile e di rendere più efficiente, razionalizzandola, la rete diplomatica e consolare.

Considero – ma voi direte: è naturale – il bilancio di questi mesi di lavoro come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle quali siamo impegnati. Tuttavia, l’Italia c’è in diversi scenari essenziali e c’è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un’azione politica efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti.

La politica estera italiana attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera dell’Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l’altro alla luce del dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all’inizio della mia esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità internazionale.
So bene che le scelte della politica estera, le singole scelte della politica estera possono via via mettere a disagio una parte del Senato e una parte dell’opinione pubblica. Nel valutare gli effetti complessivi di una politica, ciò che si chiede non è l’adesione entusiasta ad ogni singolo passaggio, ma, appunto, la valutazione di un disegno complessivo e di un’azione complessiva, dei suoi indirizzi, dei suoi risultati, dei valori cui si ispira.

Credo che questa azione sia coerente e mi sono sforzato di dimostrarlo con il programma con il quale la maggioranza di Governo si è presentata agli elettori.
Una cosa è certa: un Paese come l’Italia, che non è una grande potenza, non può ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno.

Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la difficile sfida, ad esempio, dell’atteggiamento internazionale verso un nuovo governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in Afghanistan nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi) senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità.
Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non lo potrebbe fare.
Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo cammino della pace.”

Share this nice post:
Share this nice post:
Share and Enjoy:
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks
Share

Rispondi


Share
Archivio
Tematiche
Cerca
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: