Sèguèla, il rompi “balle”.

Mentre si sta dipanando la matassa dell’ultima inchiesta cosiddetta Valletopoli, quell’intreccio tra la tv dei gossip, la stampa dei gossip, che tanti personaggi ha dato anche alla pubblicità italiana, Jacques Sèguèla, grande vecchio della pub francese spara a zero contro la televisione italiana. Sa quello che dice, mica racconta balle.

«I cinque anni di governo Berlusconi hanno ucciso ogni differenza tra Rai e Mediaset». E ancora: «Il voyeurismo ha preso il posto del quoziente di intelligenza, l’inno italiano è diventata la bandana di Berlusconi» e «Michelangelo e Pavese hanno di che rivoltarsi nella tomba».
Jacques Sèguèla dice quello che pensiamo tutti, ma che facciamo fatica a dire, immersi ormai in una fetida coltre di mediazioni politiche: omologazione, appiattimento, volgarità e quindi perdita di qualità, sono per Seguela i mali cronici della tv nostrana.

Se da un lato specchio dell’omologazione tra tv pubblica e privata sono i contenitori domenicali («’Domenica in’ e ‘Buona domenica’ – ha detto – sono l’unica celebrazione del silicone made in Italy, lo stesso coronamento del vuoto, la stessa adorazione del vitello d’oro della mediocrità e della volgarità») dall’altro il più noto della pubblicità francese tratteggia un quadro altrettanto fosco dell’informazione tv: «Il giornalismo è diventato spettacolo di massa in cui l’effetto sostituisce il fatto e il culto del dramma uccide la riflessione. L’entertainment non è show, ma ‘peep show’, il voyeurismo ha preso il posto del quoziente di intelligenza, l’inno italiano è diventata la bandana di Berlusconi così come in Francia la marsigliese è diventata un rap. In questo modo la res pubblica diventa res diabolica. E Michelangelo e Pavese hanno di che rivoltarsi nella tomba».

Sèguèla non sente il bisogno di nascondersi dietro un dito, e dice quello che vede e pensa, anche della nostra pubblicità: «È una vergogna che i film siano continuamente interrotti dagli spot pubblicitari – dice e ricorda che il 18% di tutto il tempo televisivo è tempo pubblicitario – Troppa pubblicità uccide la pubblicità, è come i saldi che rappresentano il killer del commercio».

Apriti cielo. Siccome in Italia gli scandali non sono fatti, ma opinioni, ecco le opinioni degli “addetti ai lavori”.
In primis Giancarlo Leone, vicedirettore generale della Rai: «Non condivido affatto la sostanziale omologazione fra servizio pubblico e televisione commerciale. Il servizio pubblico ha una sua specificità centrata sull’informazione, una informazione che in tutta Europa non è capillare e frequente come la nostra». Balle ipocrite.

«Raccolgo la provocazione di Sèguèla come spinta a migliorarci, ma prima di buttar via tutto ci penserei su» dice Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset, convinta che «la nostra televisione sia tra le migliori al mondo. Abbiamo i migliori format che propongono anche le principali tv europee e Usa, un livello di informazione altissimo. I contenitori domenicali? Credo che ci siano margini di miglioramento, ma non è tutto volgare». Ancora balle.

Infine Renzo Lusetti, responsabile del Dipartimento informazione della Margherita, che ospitava il convegno cui è stato ospite Sèquèla, difende gli spot pubblicitari e auspica che proprio la pubblicità possa «diventare un baluardo per il pubblico, un punto di riferimento in un panorama che va mutando e nel quale la pubblicità diventa sempre di più specchio dei tempi». Balle spaziali.

Caro Jacques, per una televisione vera e una pubblicità buona, ce n’est qu’un début, continuons le combat. Beh, buona giornata.

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