Che cosa insegna alla pubblicità italiana la manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa a Roma.

Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato a Roma il 3 ottobre per la libertà di stampa in Italia. Lo hanno fatto dopo che centinaia di migliaia di cittadini avevano firmato l’appello proposto da Repubblica, il quotidiano italiano che insieme a l’Unità è stato querelato dal presidente del Consiglio dei ministri. Quello stesso quotidiano a cui era stato lanciato un anatema: non investite la vostra pubblicità nei giornali che parlano male del governo, aveva detto a più riprese il capo del Governo italiano.

Centinai di migliaia di cittadini italiani sono stati protagonisti di una presa di posizione perfettamente democratica: la libertà di stampa è un diritto inalienabile per la vita democratica della società civile in Italia; i giornali non sono un fenomeno residuale nell’era delle nuove tecnologie; anche i consumatori di messaggi pubblicitari sono titolari a tutti gli effetti del diritto di cittadinanza di essere informati in modo corretto, pluralista, libero.

La pubblicità è vissuta e si è sviluppata dentro il perimetro della libertà di informazione: chi inventa i messaggi, chi paga l’invenzione dei messaggi, chi li veicola all’interno del timone di un giornale o del palinsesto di una tv ha sempre saputo che l’autorevolezza del messaggio pubblicitario è relativa alla autorevolezza della testata giornalistica che quel messaggio edita. Quella autorevolezza ha il pilastro nella libera esercitazione della libertà di pensiero a mezzo stampa. Non ci può essere una buona tv, un buon sito internet, una buona emittente radiofonica, una buona testata giornalistica sulla carta stampata, quotidiana, settimanale o mensile se non c’è un sano principio di libertà di informazione. Senza piena libertà di informazione, non c’è neppure una proficua attività di comunicazione commerciale.

La competizione tra i media, nel marketing mix che le aziende hanno a disposizione per comunicare ai lettori-cittadini-consumatori la loro migliore offerta commerciale non ha possibilità di essere efficace se questa competizione avviene sul territorio della negazione della libertà di pensiero: chi fa bene il mestiere di informare crea media affidabili nella fedeltà alla testata, dunque affidabili come veicoli della comunicazione pubblicitaria.

In piena crisi tra i mezzi di comunicazione di massa e la pubblicità, che possiamo definire a pieno titolo la “quarta crisi”, quella stessa che colpendo i giornali e l’informazione si è aggiunta alla crisi ambientale, alla crisi energetica, alla crisi finanziaria, ebbene, quello che è successo a Roma sabato 3 ottobre è una buona notizia: la libertà di stampa fa bene ai giornali, ma fa bene anche agli inserzionisti; fa bene ai lettori, ma fa bene anche ai consumatori.

Perché tutto quello che fa bene alla democrazia fa bene a tutto e a tutti. Dunque anche alla pubblicità e ai pubblicitari. Beh, buona giornata.

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