Conferenza sul Clima di Copenhagen: c’è stato del marcio in Danimarca.

Copenhagen, la «grande delusione» vista dalla Nigeria, di Marina Forti-il manifesto

Verranno fuori con una dichiarazione politica senza vera sostanza, giusto per non dire che torniamo a casa con le mani vuote, dice Nnimmo Bassey: questa conferenza di Copenhagen «è una grande delusione». Da un anno Bassey è il presidente di Friends of the Earth International, grande rete ambientalista internazionale con affiliati sia nel Nord che nel Sud del pianeta. Nigeriano, architetto di formazione, nel ’93 è stato tra i co-fondatori di Environmental Right Action (Era), organizzazione che ha cominciato a legare i diritti umani alle questioni ambientali: e forse non esiste luogo dove la relazione tra i due sia più evidente che nel delta del fiume Niger, una delle regioni mondiali più ricche di petrolio e gas naturale, devastata dall’inquinamento, dove le pacifiche proteste sono state represse in modo brutale – è là che in quegli anni ’90 il governo nigeriano, allora una dittatura militare, ha risposto alla protesta contro la Shell nella regione Ogoni del Rivers State, nel delta, facendo impiccare 9 dirigenti del movimento tra cui lo scrittore Ken Saro-Wiwa.

Dunque «delusione»: ma cosa vi aspettavate da Copenhagen?
Che i governi qui riuniti fossero in grado di giungere a un accordo che riconosce il principio della giustizia climatica, finanzia le misure necessarie a mitigare il cambiamento del clima, in cui i paesi industrializzati si impegnano a seri tagli delle emissioni di gas di serra in casa propria e non solo attraverso il meccanismo degli offsets (i «meccanismi flessibili» che permettono di scrivere a proprio credito progetti ambientali finanziati in paesi poveri, ndr). E che fissa tempi e verifiche chiari. Ma di tutto questo qui non vedo nulla.

Chi ne ha la responsabilità?
Prima di tutto c’è un problema di mancanza di trasparenza. Troppe riunioni riservate, bozze di documenti che circolano in segreto, lo stile della presidenza danese ha una parte di responsabilità. Portano responsabilità anche i paesi del Annex 1 (i 37 paesi industrializzati elencati nel Protocollo di Kyoto, tenuti a tagliare le loro emissioni di gas di serra secondo quote precise, ndr): è chiaro che non sono qui per rafforzare il Protocollo di Kyoto ma per indebolirlo, fare manovre politiche a breve temine. Chi ha mostrato senso di leadership è Lula: il Brasile sta finanziando le sue misure per riconvertire l’industria nazionale e tagliare le emissioni, e aiuta anche altri paesi più poveri. E lo fa su base volontaria, senza pre-condizioni.

Come cittadino di un paese africano «in via di sviluppo», ma anche grande produttore di petrolio, cosa si aspetta che faccia qui il governo della Nigeria?
Vorrei che venisse a dire che mette fine, da subito, a una delle maggiori fonti di gas di serra nel mio paese, il gas flaring – il gas disperso da soffioni non controllati. E’ un problema pazzesco, circa 24 miliardi di metricubi di gas all’anno dispersi nell’atmosfera, una perdita di 25 miliardi di dollari l’anno. Invece qui hanno detto che vogliono legare il gas flaring ai Meccanismi di sviluppo pulito, cioè farsi finanziare interventi che dovrebbero già fare come obbligo di legge, e che non faranno mai.

Lo sfruttamento di petrolio e gas ha inquinato il delta innescando dagli anni ’90 un ciclo terribile di proteste e repressione.
E non è finita: nel 1999 è finita la dittatura militare ma non la grave violazione dei diritti umani. Prosegue la devastazione di comunità locali, non c’è lo stato d’emergenza ma continuano uccisioni e violenza, e l’inquinamento: in media una perdita di greggio al giorno. Come stupirsi che sia nata una lotta armata. L’amnistia? Di solito tregue e amnistie seguono un processo di negoziato, nel delta invece è stata annunciata dall’alto e ora ci sono segnali che sta collassando. Perché non ha fondamenta solide, non sono state affrontate le questioni di fondo: mancano investimenti in infrastrutture e sviluppo, non c’è stata alcuna bonifica, restano povertà, abbandono. Problema di fondo, posto fin dai movimenti degli anni ’90, il controllo delle risorse: ormai lo stato centrale trasferisce fino al 30% del reddito del petrolio, ma va nelle tasche della burocrazia non allo sviluppo economico e sociale.

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