Contro Berlusconi ci vuole il piano b.

L’ennesimo scandalo che riguarda Berlusconi, ci pone due semplici alternative:
a) Berlusconi e il berlusconismo sono la causa di tutti i mali del Paese (xenofobia, precariato, disoccupazione, disoccupazione giovanile, aumento delle imposte regionali, illegalità dei forti, repressione contro i deboli, violazioni Costituzionali, attacco alla Magistratura, attacco alla contrattazione collettiva, criminalizzazione della FIOM, distruzione del welfare, umiliazione della Cultura, licenziamento di massa degli insegnanti della Scuola, evasione fiscale, aumento parossistico della popolazione carceraria, monnezza, manganellate, caste, cosche, mafie e bunga bunga): in questa ottica scagliarsi contro “il bunga-bunga” è giusto, è possibile. Speriamo che il puzzone cada dal balcone (quello da cui ieri si affacciava Mussolini; quello da cui oggi si affaccia Berlusconi: balconi e televisioni fanno anche rima). E’ la tesi che sostengono Scalfari, Travaglio, Floris, Santoro, Gabbanelli. Un po’ lo fanno anche Fini, e la Marcegaglia di Confindustria, e don Sciortino di Famiglia Cristiana.

b) Berlusconi e il berlusconismo non sono la causa, ma il prodotto (marcio) della crisi profonda dell’economia italiana, della politica italiana, della cultura italiana, dei poteri forti italiani (imprese, clero, corporazioni, banche). E allora, la protesta contro il ” bunga-bunga” è inutile ai fini di un cambio dello scenario. E’ utile ai Fini, ai Casini, ai Di Pietro, ai Bersani, e perché no, ai Vendola, (e ancora a Marcegaglia di Confindustria e magari anche a don Sciortino di Famiglia Cristiana) per proporre una cambio della compagine di governo, ma non, certamente non a un cambio della visione politica, e dunque della prospettiva ontologicamente fattuale delle contraddizioni della crisi della democrazia, della crisi della produzione di merci, della crisi della produzione di idee , della crisi delle relazione tra le classi sociali, della crisi della difesa dell’ambiente, dello sviluppo delle nuove risorse ambientali, della crisi della prefigurazione di nuove e più promettenti prospettive del ruolo della nostra società nel mare magnum della globalizzazione. E’ la tesi che sostengono le proteste dei pastori sardi, dei metalmeccanici, dei precari della scuola, dei cassaintegrati, dei cittadini incazzati per la monnezza, dei migranti, degli internati nei centri di prima accoglienza, degli studenti e dei ricercatori, dei nuovi schiavi dei quello che una volta era il lavoro salariato, e che oggi si chiama “flessibilità”; è la tesi che sostengono le proteste dei precari in tutti i settori produttivi, ma anche dei piccoli imprenditori, le cui piccole aziende fanno grandi cose, nonostante le banche e gli enti locali (ancorché “federalisti”).

Personalmente opto per il piano b. Perché ha una forza creativa tale che nessuna rappresentanza politica è ancora riuscita a portare a valore elettorale. Finché dura farà cultura (del nuovo che avanza contro il “modernismo” controriformatore). Beh, buona giornata.

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