Toglietemi le mani di dosso, o non prendo più un aereo.

Non metto in dubbio che una ventina di cittadini britannici di origine pakistana abbiamo progettato un attentato eclatante. So, però, che la brillante operazione antiterrorista di Londra è un falso, ma non ho le prove. Per poterle avere, dovrei aspettate settimane, mesi, come è stato dichiarato dalle autorità. Vorrei anche dire che se da circa un mese, grazie alla soffiata di un infiltrato, i componenti della banda che voleva far saltare in aria da sei a dieci aerei diretti negli Usa era sotto controllo, tanto che a un certo punto è stato deciso di arrestarli tutti, che bisogno c’era della messa in scena dell’allarme negli aeroporti londinesi? Propaganda, pura e semplice propaganda: siccome siamo minacciati, la guerra al terrorismo deve continuare, in Iraq, in Afghanistan, in Libano.

Un paio di giorni orsono, oltre ventimila manifestanti pacifisti hanno sfilato per le vie della capitale londinese, lasciando davanti all’ambasciate Usa e a Down Street decine di bambole e peluche, a significare ciò che resta dei bambini uccisi dalle bombe, come è avvenuto a Cana. L’enfasi della brillante operazione condotta da Scotland Yard appare come una contromanifestazione della necessità dell’impegno britannico, a fianco degli Usa, nei teatri di guerra in Medioriente. Più in generale, sembra essere un imponente spot, per disorientare l’opinione pubblica europea, che non ha mostrato affatto di gradire lo sbriciolamento del Libano da parte di Israele, con l’acquiescenza dilatoria degli Usa, che stanno prendendo il tempo necessario all’iniziativa militare israeliana, prima di sottoscrivere una risoluzione all’Onu che imponesse il cessate- il- fuoco.

Fa effetto vedere migliaia di passeggeri, costretti a buttare nel cestino bottigliette di acqua, a consegnare tutti i bagagli, a svuotare le tasche e mettere gli effetti personali in un sacchetto trasparente. Fa l’effetto che vuole ottenere: dare il senso dell’assedio, del pericolo imminente, di fronte al quale il rispetto per la persona e per la propria privacy può lasciare il posto alle misure di sicurezza. Il direttore dell’orchestra del teatro moscovita Bolshoi ha detto che i suoi musicisti, a Londra per una stagione concertistica, non sono disposti a imbarcarsi sull’aereo senza i loro strumenti, come invece vorrebbero le nuove disposizioni di sicurezza anti-terrorismo, imposte ieri agli aeroporti britannici. Piuttosto, ha spiegato Alexander Vedernikov, i maestri “raggiungerebbero Parigi in treno e da lì si imbarcherebbero per Mosca. Al check-in ho visto due violini spediti come bagagli, è inaccettabile”.

Un gesto di una poesia sproporzionata all’abitudine, all’assuefazione di cui ognuno di noi si è nutrito in questi anni di politiche della sicurezza. Talmente sproporzionato che varrebbe la pena di imitarlo: sarebbe un bello smacco a chi usa la sicurezza come strumento di coinvolgimento dei cittadini nelle guerre decise dai governi, sarebbe un gesto di ribellione contro chi ha deciso di usarci come scudi umani nella lotta contro la presenza militare occidentale nei paesi arabi. La parola d’ordine potrebbe essere forte: toglietemi le mani di dosso o non prendo più un aereo. Beh, buona giornata.

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