About Wikileaks.

Alexander Stille- la Repubblica

Le prime rivelazioni sui comunicati diplomatici fatti uscire da Wikileaks provocano varie riflessioni. Come giornalista sono una miniera di particolari affascinanti del mondo chiuso della diplomazia, particolari che rendono fresche e colorate quelle che sono normalmente le noiose strette di mano che vediamo fotografate sulle prime pagine del giornale, la materia prima di cui è fatta la storia, per cui di solito bisogna aspettare decenni prima che si possano aprire gli archivi.

Dal punto di vista del cittadino questo flusso continuo di materiale riservato desta qualche preoccupazione: diventa sempre più difficile condurre la diplomazia, basata sulla riservatezza e la possibilità di offrire giudizi candidi ai propri colleghi e superiori.

Finora viene fuori un’immagine abbastanza positiva del livello dei diplomatici americani come ha scritto la storico Timothy Garton Ash: “La mia opinione personale del Dipartimento di Stato si è alzata di diversi gradi…molto di quello che troviamo qui è lavoro di prim’ordine”. Da quello che si legge si capisce l’enorme complessità e difficoltà dell’attuale situazione internazionale, le mille insidie e minacce presentate dal terrorismo, l’intreccio complesso di interessi strategici, le fragili personalità umane. Si vede spesso con occhio disincantato i grandi della terra, dove il potere (soprattutto il potere quasi senza limiti) porta a comportamenti stravaganti e spesso paranoici. Pensiamo alle descrizioni del dittatore libico Gheddafi, che viaggia sempre con la sua infermiera ucraina o il leader ceceno che balla ad un matrimonio in un bagno di vodka, pistola in tasca, insieme a connazionali musulmani.

Nel caso italiano i diplomatici americani hanno colto due elementi importanti. Il delirio di onnipotenza di Berlusconi, la sua vita privata stravagante e disordinata e la sua incapacità di distinguere tra interessi privati e quelli pubblici l’hanno reso una persona inaffidabile. La situazione va molto oltre i problemi posti dai festini del Presidente del Consiglio. La preoccupazione, espressa ai più alti livelli anche dal Segretario di Stato Hillary Clinton, è che ci potrebbero essere affari economici sottobanco tra il presidente russo Vladimir Putin e Berlusconi. Certamente c’è qualcosa di molto strano e di molto malsano in questo rapporto: i lunghi viaggi in Russia di Berlusconi, spesso con appuntamenti ufficiali limitati, le vacanze di Putin e famiglia nelle ville in Sardegna di Berlusconi, la rivelazione sconcertante che la prostituta Patrizia d’Addario ha passato la notte in quello che Berlusconi ha chiamato “il letto di Putin”. Non sono rapporti normali da capi di Stato.

È arcinota la tendenza del Presidente del Consiglio, da vecchio imprenditore, di captare al volo opportunità imprenditoriali in qualsiasi momento e situazione: in un paese normale ci sarebbe già una commissione parlamentare per chiarire se ci sono rapporti d’affari tra il leader russo e quello italiano. A sentire le voci, Putin con il controllo quasi assoluto della ricchezza energetica del suo paese sarebbe in grado di canalizzare una parte de flusso energetico dove gli pare, arricchendo se stesso e i suoi partner scelti con contratti che valgono miliardi. Se cosi fosse con il leader italiano, Putin avrebbe la possibilità di condizionare pesantemente la politica estera di uno dei membri chiave dell’Unione Europea e della Nato. Effettivamente, come ha osservato la diplomazia americana, Berlusconi è sembrato il portavoce di Putin in Europa. E quindi il sospetto c’è. Sarebbe giusto sapere se fondato o meno.

Non so se introdurre questi elementi di franchezza nel mondo cortese e un po’ ipocrita della diplomazia faccia del bene o del male. Molto spesso la diplomazia esige che si faccia buon viso a cattivo gioco, che si vada d’accordo con persone che non piacciono particolarmente e che ci sia una certa ipocrisia (una qualità spesso troppo denigrata), necessaria per armonizzare gli interessi conflittuali e separare i sentimenti privati dal bene pubblico.

In questo caso sono particolarmente affascinanti le discussioni private su molti leader Arabi che in privato incitano gli stati Uniti a fermare il programma nucleare iraniano, mentre in pubblico protesterebbero se gli Stati uniti o Israele facessero qualcosa di concreto. La situazione mi ricorda un’osservazione molto acuta di Thomas Friedman, un giornalista con molta esperienza nel Medio Oriente: mentre in molti casi conta di più cosa dicono in leader in privato rispetto a quello che dicono in pubblico, Friedman sostiene che nel mondo arabo conta di più quello che dicono in pubblico rispetto a quello che dicono in privato. Quindi il fatto che molti leader arabi si dimostrino ragionevoli sulla coesistenza con Israele in privato, ma gridano ‘morte ad Israele’ davanti alle folle nei loro paesi, è indicativo, perche si sentono vincolati dall’opinione pubblica dei loro paesi, e quindi in questi casi vale di meno la parola privata. Perciò sarà interessante vedere se chiudere il divario tra dichiarazioni private e pubbliche sia un bene o un male. (Beh, buona giornata).

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