Il pacchetto anticrisi è vuoto e incartato male.

Il pacchetto anticrisi varato in dieci minuti dal governo italiano venerdì scorso è irritante, più che deludente. Di fronte a una crisi finanziaria ed economica di dimensioni ciclopiche, il governo ha fatto quello che gli è riuscito meglio fare: ha fatto finta. C’è una sproporzione spaventosa tra la realtà reale e la realtà raccontata durante la conferenza stampa del capo del governo e del ministro del Tesoro, dopo la riunione lampo del consiglio dei ministri. Basta confrontare nel concreto quello che succede nel mondo dell’economia globale per rendersi conto di come e quanto il governo italiano non si è dimostrato all’altezza della crisi.

Barak Obama si appresta a prendere la guida degli Usa, e già sappiamo qual è la sua visione della politica economica e delle misure che la sua amministrazione intende adottare per fronteggiare la crisi. Abbiamo visto la mole e la complessità delle misure adottate dal governo cinese. Abbiamo guardato come ha immediatamente operato il primo ministro inglese Gordon Brown. Abbiamo ascoltato la cancelliere Merkell e il premier Sarkozy indirizzare la Ue al superamento dei rigidi parametri, al fine di recuperare risorse da immettere nelle economie. Si vede che quando i nostri vanno in giro per summit politici ed economici mondiali proprio non capiscono quello che sentono dire dagli altri capi di stato e di governo, sono troppo occupati a fare cucù, a divellere leggii, a fare le corna o a confezionare gaffe di dubbio gusto. Prestare attenzione ai contenuti, quello non è il loro forte.

Se prendiamo in esame le cosiddette misure ci sarebbe da ridere, sembrano la parodia di uno di quei cominci di cui tanto ci si lamenta. Ma c’è poco da ridere: provate a dividere i bonus per le famiglie per i componenti e poi per 365 giorni: a ciascuno rimane in tasca neanche la somma per prendere un caffè al giorno al bar. E’così che si rilanciano i consumi? O attraverso la social card, tanto compassionevole, quanto insultante e umiliante? I versamenti dell’Iva solo a fattura pagata non è una misura, è una proposta che deve essere approvata dalla Commissione europea. Il finanziamento delle grandi opere: quanto è rimasto in cassa di quegli stanziamenti europei accantonati? E fra quanti anni partiranno quei cantieri? Il 5% calcolato su uno stipendio mensile di bonus una tantum per i lavoratori precari che hanno perso il lavoro è un ammortizzatore sociale o una beffa ai danni di chi ha gli stipendi più bassi d’Europa? Il tetto del 4% per i mutui al tasso variabile rischia di essere virtuale, visto che già è al 3,25 e ci aspetta una altro taglio di mezzo punto dalla Bce. E quelli a tasso fisso, che sono la maggioranza?

Non può apparire fuori luogo che il più importante sindacato italiano abbia confermato lo sciopero generale: il pacchetto anticrisi, paradossalmente ne ha rafforzato le ragioni. Mentre ne escono nettamente indebolite le confederazioni che si erano dimostrate più disponibili col governo: oggi sono semplicemente spiazzate dalla pochezza del pacchetto. Anche Confindustria sembra delusa e scettica che queste misure siano un volano per resistere ai morsi della crisi. C’è da aspettarsi che le lame del saving incidano ancora più in profondità nelle aziende italiane, con dure conseguenze occupazionali, oltre che sulle strategie di espansione dei mercati.

Le organizzazioni sindacali di base, forti in alcuni settori, come i trasporti, la scuola e il pubblico impiego hanno già annunciato l’adesione allo sciopero generale. E’facile prevedere che anche l’Onda, il nuovo movimento degli studenti confluirà nelle piazze il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale. Non potrebbe essere altrimenti: il pacchetto del governo, che arriva dopo i tagli, rischia di essere una palese conferma dello slogan degli studenti: la crisi non la paghiamo noi. Sarà forse una manifestazione episodica, ma molto fa pensare che si verificherà una saldatura tra lavoratori dipendenti, studenti, operai e ceti medi impoveriti: una risposta politica alla politica che non sa dare risposte sociali alla crisi.

Il combinato disposto dagli avvenimenti mette ancora più sotto i riflettori l’incapacità dell’opposizione parlamentare e del Pd, il partito più numeroso tra i banchi del Parlamento: incapaci di prefigurare uno scenario che guardi oltre la pochezza del governo nel gestire la crisi, si dimostra allo stesso tempo incapace di immaginare una sintesi politica delle proteste contro la politica economica del governo.

Patetici sono i peana all’ottimismo dei consumatori e alla fiducia nel mercato. Suonano poco convincenti, sembrano sermoni fideistici, soprattutto quando vengono pronunciati come chiosa del pacchetto anticrisi, già vuoto di suo e, in questo modo, incartato male dalla demagogia.
Se non si spendono soldi per far girare l’economia, vuol dire che non si ha fiducia nella ripresa economica. La domanda è: se il governo non si fida del mercato, perché dovrebbero fidarsi i consumatori? Non è che uno va in un negozio paga il conto col proprio ottimismo.

Ci sono limiti oltre i quali la propaganda perde la sua efficacia: i sorrisi del governo diventano presto il ghigno del potere. Il fatto è che chi è stato eletto ha pensato di andare al potere, più che di andare al governo. Confondere le due cose è facile e divertente quando le vacche sono grasse. Ma se è vero come è vero che questa non è una crisi ciclica ma è la crisi verticale del neo-liberismo su scala globale, accorgersi di non saper governare la crisi rischia di diventare di colpo un’esercitazione autoritaria, inversamente proporzionale all’inefficacia dell’azione di governo. L’arroganza non colma l’impreparazione. Semplicemente la peggiora. Dalla Storia vengono brutti esempi per la democrazia, bisogna stare attenti quando non si tengono in conto le sofferenze dei ceti medi.

La linea di confine tra disagio sociale e furore collettivo è sottile come un capello, ha scritto John Steinbeck, in “Furore”, romanzo ambientato negli anni della Grande Depressione, che gli valse il Nobel per la letteratura. Beh, buona giornata.

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