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Non lasciare soli i giornalisti ungheresi.

Nel giornale assediato “Noi cronisti resistiamo ma non lasciateci soli”,di Andrea Tarquini- La Repubblica

La e-mail circolare del direttore è ancora calda su ogni schermo, emozioni e timori li leggi sui volti. «Cari colleghi, questa legge crea una situazione nuova, da voi mi aspetto ancora più coraggio e rigore giornalistico, narrate ancora ai lettori la realtà nei suoi molteplici momenti», ha scritto Kàroly Voeroes, direttore del Népszabadsàg. Nello stanzone del desk centrale, i capistruttura più anziani ricordano i tempi bui della dittatura comunista, i giovani appena sposati e con figli piccoli dissimulano dignitosi l´ansia per il futuro.

Evoca quasi il clima di un brutto romanzo sovietico un giorno passato con i colleghi ungheresi sotto il torchio del potere. Bécsi Ut, viale Vienna, numero 122. In un modesto palazzo-uffici anni Settanta è la redazione del Népszabadsàg. Ex organo ufficiale del più gorbacioviano tra i Pc al potere nella guerra fredda, poi dall´89 quotidiano liberal di qualità. Sono stati Voeroes e il suo staff a iniziare la protesta della pagina bianca sull´esempio di Repubblica contro le leggi-bavaglio italiane.

«Stiamo pubblicando un grazie a voi di Repubblica e a tutti i media e politici d´Europa che sono stati solidali con noi», dice commosso il direttore.
«Il governo Merkel, quello lussemburghese, la Francia, hanno protestato. I media filogovernativi ne tacciono. Vi rendete conto? Li censurano! A raccontare al pubblico come il mondo reagisce alla legge, qui restiamo solo noi, l´ex quotidiano sindacale Népszava, la rivista letteraria élet es irodalom, e pochi altri. Continuiamo, rilanciamo con forza», sussurra il direttore ai suoi. «Vogliono instillare l´istinto vile dell´autocensura, un clima di rischio permanente, contrastiamoli. Vogliono creare una situazione in cui i media non possano più controllare il potere, come è normale nel mondo libero, ma finiscano invece controllati dal potere».
Dal tavolo rotondo dell´ufficio centrale, due occhi verdi con un bel sorriso triste fanno capolino da dietro un computer, una voce gentile mi saluta in un tedesco perfetto. Riconosco la giovane Edit, corrispondente dalla Germania fino a pochi anni fa. «Resti a Berlino libera, sono felice per i tuoi figli», mi dice sorridendo con gli occhi lucidi. La sua bimba cresce qui in un´altra realtà.

«Ho scritto alla Consulta», rivela il direttore. «La legge ha troppe irregolarità. Primo, è entrata in vigore il giorno dopo la firma del capo dello Stato, senza i normali 60 giorni perché i cittadini s´informino. Secondo, ha creato l´Autorità centrale per il controllo dei contenuti dei media. Si rende conto? Sembra quasi la realtà che Goebbels raccontò con precisione nei suoi diari. Quando nel 1928 Hitler aveva fretta di prendere il potere, a costo di usare subito la violenza. Goebbels gli disse che non era il caso, che era meglio pazientare e puntare a vincere le libere elezioni usando le leggi della democrazia di Weimar, per poi cambiare tutto. Non paragono il 1933 tedesco al nostro presente, ma con la maggioranza di due terzi Orban e il suo partito, la Fidesz, possono fare quel che vogliono. In pochi mesi, da quando Orban è al potere, sono passate 800 nuove leggi senza obiezioni. Non solo i media, anche la Consulta hanno perduto ruoli costitutivi». Il tempo stringe, il giornale va fatto in corsa, tanto peggio per come l´Autorità per il controllo dei contenuti reagirà domani.

«Guardate la prima pagina di Gazeta Wyborcza scritta da Michnik in ungherese anziché in polacco, le corrispondenze di Repubblica, della Welt e del New York Times, coraggio», mormora il direttore. Finora, mi dice, l´autorità di controllo dei media che nel mondo libero controllano loro il potere, non si è ancora fatta viva. Dal suo ufficio ai piedi della collina del castello di Buda, tace e comincia a scrutare. Sa che può applicare la nuova legge e incute timore in ogni momento, come i potenti nel Castello di Kafka.

Le speranze fanno andare avanti, a denti stretti, i timori pesano. Non solo perché l´autorità di controllo, nel nome, ricorda alla lontana la famigerata Avo, la polizia segreta della repressione-carneficina contro la rivoluzione del 1956. «La crisi pesa nel settore, mille licenziamenti in radio e tv sono alle porte, andiamo per ragioni economiche verso un futuro con tanti giornalisti a spasso. Il governo influenza il mercato della pubblicità, e le prime sanzioni hanno già colpito», mi racconta il vicedirettore Gabor Horvath. «Attila Mong, conduttore del news-talkshow radio del mattino, 180 minuti, e il suo capostruttura Zsolt Bogar, prendono ancora lo stipendio di dipendenti della radio pubblica ma non vanno più in onda da quando Attila ha commentato la legge-bavaglio con la sfida di un minuto di silenzio al microfono. Antonia Mészaros, fino a poco fa conduttrice delle tv news serali più seguite, adesso deve rassegnarsi a guidare soltanto programmi per bambini.

Di noi, della Merkel, di ogni critica parlano descrivendo congiure internazionali». Termine cupo, evoca il linguaggio antisemita del regime che in guerra fu, all´Est, l´alleato più zelante di Hitler. «Legga», dice Horvath. Mi mostra l´editoriale del filogovernativo Magyar Hirlap a firma di Zsolt Bayer, commentatore considerato vicino al presidente che scrive: «È sempre la stessa puzza, peccato non esser riusciti a sistemarli tutti a Orgovany». Allusione a un massacro di comunisti compiuto nel 1919 dalle guardie bianche di Horthy. I giornalisti democratici, per mettere alla prova la nuova legge, hanno denunciato Bayer ieri sera.
(Beh, buona giornata).

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Di Marco Ferri

Marco Ferri è copywriter, autore e saggista, si occupa di comunicazione commerciale, istituzionale e politica.

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