Habemus Papam di Moretti ovvero la messa in scena di una crisi altrettanto reale e minacciosa.

In sala con il filosofo: Paolo Virno commenta Moretti. “Habemus Papam”: rito e abisso dell’apocalisse culturale. Da “Palombella rossa” alla “palla prigioniera” dei porporati
di RICCARDO TAVANI -3Dnews/Terra

Paolo Virno si lascia trascinare volentieri alla proiezione per la stampa dell’ultimo film di Nanni Moretti. Virno insegna filosofia del linguaggio a Roma ed è uno dei nostri pensatori più stimati e citati, soprattutto all’estero. Una stima che si è conquistato con anni di studi e pubblicazioni di importanza decisiva e crescente.

A fine proiezione, Virno deve subito tornare ai suoi impegni universitari e appena fuori la sala comincia già a svolgere il rullo delle impressioni che ha ricavato da “Habemus Papam”. A non essere scambiato per uno che cela il proprio giudizio dietro pomposi riferimenti speculativi, afferma subito che gli è sembrato un film riuscito.

Dice che ha pensato a Ernesto De Martino, alla sua definizione di “apocalisse culturale”, che è una sorta di messa in scena, o forse di “messa in abisso” degli elementi reali di una crisi altrettanto reale e minacciosa. L’apocalisse culturale è quella rappresentazione nelle forme profonde di un rito collettivo che serve a impedire l’avvento di una apocalisse vera e incombente. È ciò che De Martino ha osservato nei suoi cruciali studi antropologici: quando un aggregato umano sente che una crisi sta mettendo in discussione le premesse e le condizioni stesse alla base dell’esperienza umana, ricorre al rito. Rappresenta tutte le tappe che hanno condotto alla catastrofe e cerca di invertirne il segno, di trovare un contravveleno.

“Habemus Papam”, rappresentando un particolare e originale stato di crisi, in quanto film, prodotto cinematografico si carica esso stesso del ruolo di apocalisse culturale tesa a scongiurarne una reale. Nel conclave per eleggere il Papa, ogni cardinale implora Dio per non essere eletto proprio lui; così la scelta cade su uno dei meno favoriti. Ma questi, di fronte all’enormità del compito che lo aspetta rimane paralizzato, incapace di proferire una sola parola alla folla che lo attende sotto la famosa finestra e, anzi, fugge, senza farsi neanche vedere.

La psicanalisi, dice Virno, cui si tenta di far ricorso per risolvere la crisi del Papa si dimostra del tutto impotente, anzi, grottesca perché non di una crisi individuale si tratta ma di quella di un intero organismo collettivo. Il Papa non soffre di alcuna crisi riguardante la propria fede, non ha alcun trauma infantile del tipo “deficit da accudimento” da parte della madre. Sente solo la sproporzione tra sé e la necessità di una rottura di continuità storica che la chiesa dovrebbe segnare ma che è incapace di determinare.

Anche i prodromi di un’analisi collettiva all’intero corpo cardinalizio, però, si dimostrano grottescamente infecondi, perché né i porporati e tanto meno l’analista conoscono la regola dello “spariglio”, della rottura di continuità, sia a carte che nella vita reale. Così la “palombella rossa” della crisi della vecchia chiesa comunista, dice Virno, diventa qui la palla a volo tormentata dei cardinali, i quali, però, sono rimasti alla “palla prigioniera” del secolo e del millennio scorso.

Il Papa prigioniero di un ruolo mummificato e sprofondante sotto il proprio sovraccarico è egli stesso elemento fondamentale della crisi, della catastrofe incombente. Per questo fugge davanti al compito assegnatogli, evade dalle mura vaticane, tenta un esodo paradossale sulle strade, sui tram, nei supermercati, nelle cornetterie notturne, negli hotel di terz’ordine, come nelle piccole chiese della città. Fino a imbattersi nella passione vera della sua vita: il teatro.

Si mette a seguire una compagnia che sta rappresentando “Il gabbiano” di Checov. La vera rappresentazione, però, a cui assiste è quella della crudele follia di un suo “doppio”, ovvero di quella degenerazione patologica costituita dall’incapacità di sottrarsi alla coazione a ripetere un ruolo svuotato di senso. Quando i porporati, nota Virno, fanno irruzione nel teatro con tutto il loro austero e cupo apparato scenico abbiamo come un raddoppiamento del tema della rappresentazione apocalittica: il delirio autentico che colpisce l’attore principale è esattamente l’orlo dell’abisso reale su cui stiamo pericolosamente oscillando.

Il disordine, l’incertezza, il caos magmatico che ci minacciano non possono essere assolutamente limitate alla vicenda della chiesa, anche se Virno comprende le necessità di un’efficacia narrativa del film circoscritta a questo particolare ambiente. La chiesa, il Papa hanno sì rappresentato nel passato quello che San Paolo chiamava il katechòn, ovvero la forza che abbraccia il male, il disordine, la confusione per impedire loro di dilagare completamente.

Oggi, però, è l’intero ordine economico, politico, istituzionale mondiale a rappresentare su vasta scala la pericolosa “crisi di presenza” di cui parlava De Martino. La fuga, la sottrazione, l’esodo dai ruoli sociali prefissati e ormai insensati, soffocanti diventano esse stesse forme attuali del katechòn. Non riguardano, però, solo un Papa, immaginario o reale che sia, ma tutti noi.

Ma intanto, il papa immaginato e messo in scena dal film di Moretti mantiene aperta l’apocalisse culturale nell’unico modo tormentosamente eppure coraggiosamente conseguente a impedire l’inabissamento in quella reale.
(Beh, buona giornata).

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