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La crisi secondo Franco Piperno: “da alcune generazioni, l’abbiamo aspettata; e ora siamo contenti di darle il benvenuto”.

Primissime note sulla Cosa Multimediale e sulla sua natura premoderna di “Regulae at directionem Ingenii”(prima parte), di FRANCO PIPERNO (PIPERNO@FIS.UNICAL.IT)

Premessa

Queste note, non delineano la Cosa che ci proponiamo di realizzare giacché quella cosa lì è solo marginalmente linguistica: puntiamo a qualcosa che sia, prima di tutto, suono ed immagine — per criticare l’universo asfittico delle parole. Così ad esempio, la parte linguistica-discorsiva, che pure deve apparire nella nostra Cosa, ha sempre un fondo musicale appropriato; ancora, l’uso ossessivo della satira è un modo di tradurre la capacità espressiva di un’allegra cattiveria nei riguardi della rappresentazione del reale che si fonda sulla sua mutilazione- come accade per la tematica della rappresentanza nella vita civile del paese. Va da sé che la vera difficoltà è redigere un numero zero e non discettare su come redigerlo. Nel seguito quindi noi, come tutti gli altri coautori, cercheremo di approntare a titolo d’esempio un numero zero.

I).
La crisi, come attesta la filologia della parola, la vera crisi s’intende, è quella attuale ha tutta l’aria di esserlo, è prima di tutto “giudizio”, “decisione”; in altri termini la crisi è tale perché costringe a decidere. Non ci si può sottrarre al giudizio. Ed è proprio questo l’aspetto più interessante e per il quale noi, da alcune generazioni, l’abbiamo aspettata; e ora siamo contenti di darle il benvenuto.
La crisi a cui guardiamo è quella che, distruggendo ad un ritmo esponenziale la stessa ricchezza che con quello stesso ritmo aveva creato, opera per modificare concetti e sentimenti comuni in maniera ben più micidiale di quanto possano mai fare milioni di libri sovversivi, migliaia di scioperi, centinaia di rivolte. La crisi compie il suo lavoro con un automatismo pressoché perfetto. Per questo ci sembra di poter dire: “ scitate Catarì ca l’aria è doce”.

II).
La crisi sconvolge l’ordine delle cose presenti, strutturato come proiezione valorizzante dell’homo laborans– il nostro compito è rovesciare anche l’ordine delle idee presenti, che incorniciano la realtà e la riconducono all’economia.
Nella crisi emergono altre anime collettive che spesso sono proprio le stesse o fortemente analoghe a quelle che abitavano il mondo prescientifico, quello che si svolgeva prima della modernità.
Il giornale è il luogo dove questa emersione viene registrata e le si conferisce consapevolezza.
Un giornale dei luoghi, dove nella parola luogo è presente il tempo del luogo.
Esso si configura come un esodo linguistico dalla semantica dominante, come abbandono e distruzione delle parole chiave dell’opinione pubblica, dei moderni luoghi comuni; e la coniazione collettiva di altre parole, di nuovi-antichi luoghi comuni.
Così il lavoro viene ricondotto alla sua vera natura di lavoro salariato: attraverso la trappola dei posti di lavoro sacralizza l’iniziativa del capitale, facendola apparire come bisogno universalmente umano di progresso e benessere- bisogno definitivamente indotto, dal momento che nell’uomo è l’attività che ha una base istintuale e non il lavoro salariato.

III).
Non informazione, quindi, per uniformizzare il mondo, bensì comunicazione volta ad esaltare le differenze; non un universo attorno al valore crescente delle merci, ma un pluriverso strutturato sulle passioni collettive e la determinazione a soddisfarle- oltre la semplice ripetizione sinonimica.
La politica riportata alla sua origine: l’autogoverno della città- non gestione dell’economia, né per la sopravvivenza e nemmeno per il benessere; bensì la libera vita comunale: a ciascuno il suo, ad ognuno la sua buona vita.

IV).
Il nostro interlocutore non è quindi l’individuo generico, quello descritto dalle statistiche attraverso grandezze quantitative come il reddito, la speranza di vita, insomma l’italiano medio, elettore-consumatore, etc.- giacché l’individuo medio è una cattiva astrazione, una vuota convenzione linguistica che riduce l’essere umano ad un inutile ripetizione, un semplice uno in più, mediante la cui esistenza non viene acquisito niente, non viene aumentato nient’altro che un numero, e il cui senso è solo un inutile aggravio di entropia.

V ).
L’esodo, l’uscire dalla ripetizione sinonimica vuol dire porsi domande diverse da quelle che appassionano l’opinione pubblica, che è solo l’opinione dominante.
Così il dibattito sulla degradazione ambientale assume la forma di mobilitazione generale proprio perché occulta il processo di riconversione energetica- uno degli enormi affari attorno a cui l’occidente capitalistico tenta di riorganizzare il processo produttivo per competere con i così detti paesi emergenti. Laddove il problema non è quello di riconvertire, ma di ridurre drasticamente l’inutile dissipazione d’energia, il gigantesco aumento d’entropia che deriva dalla logica stessa del progresso industriale.

VI ).
Ancora un esempio: nell’opinione pubblica prevale un’attitudine sacrale verso la scienza interpretata come innovazione di prodotto. Laddove è proprio la tecno-scienza, a svalorizzare ciò che già abbiamo, a lasciar fuggire il presente, ad inventare continuamente nuovi bisogni creando nuove merci che ormai invadono anche la sfera propriamente biologica dell’uomo e moltiplicano a dismisura le relazioni mercantili tra gli esseri umani. Sicché il malaugurato progetto di riorganizzare gli studi universitari attorno alle necessità d’innovazione dell’impresa si presenta come la minaccia più seria all’autonomia del sapere, alla comune libertà di creazione simbolica, una delle facoltà tra le più singolari della specie “homo sapiens”; e va combattuta come se si fosse in presenza dell’origine stessa del male. Infatti, l’innovazione più radicale, quella che rompe fin nelle radici con la tradizione è quella che cessa di innovare e brevettare, perché il nuovo è solo la tradizione del moderno.

VII ).
Infine, a proposito di fabbricazione dell’opinione pubblica, si pensi nel dibattito sui grandi media, a come è stata affrontata la questione della morte: la morte, grazie alla tecno-scienza, è sentita come scandalo della vita e non come suo compimento. La morte conferisce perfezione alla vita, non è il contrario della vita, è solo il contrario della nascita. E’ singolare l’alleanza fra la tradizione cattolica e la tecnoscienza nel tentare di allungare senza limite la vita biologica -testimonia quale profonda degradazione del mondo naturale si sia realizzata nelle società a tardo capitalismo; dov’è andata la virtù d’accettare la morte? Dove è finito quel gesto tragico dell’intelletto, quello scarto eccedente di coscienza rispetto al nostro fratello lupo, alla nostra sorella tigre, all’impersonalità dello sguardo della pecora? Come scrive il poeta “un bel morire tutta la vita onora”.

VIII ).
Il nostro interlocutore è certo l’individuo ma quello sociale: l’individuo consapevole di possedere una coscienza enorme, potenzialmente all’altezza del genere. L’individuo medio ignora ciò che non ha nome; per la maggior parte crede solo all’esistenza di tutto ciò che ha un nome; e quanto alle parole, alcune fanno sì che ciò che non esiste esista, altre che non esista ciò che esiste.
Sicché, risulta più facile cambiare le nostre idee sul mondo piuttosto che il mondo. Su una moltitudine di milioni d’individui generici, solo un esiguo numero sente e guarda la vita come potenza, avventura. Il resto la subisce senza pensarci, come un ciclo da cui sono posseduti inconsapevolmente. (Beh, buona giornata)
-Fine della prima parte-.

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Di Marco Ferri

Marco Ferri è copywriter, autore e saggista, si occupa di comunicazione commerciale, istituzionale e politica.

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