Affrontare la crisi oltre il mantra dell’ottimismo./2.
Uguaglianza e sviluppo
di FRANCO BRUNI da lastampa.it
La crisi come opportunità: su questo insiste il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica. E auspica, fra l’altro, che sia colta l’occasione per ridurre le disparità dei redditi e delle condizioni di vita. È davvero possibile? Si può diminuire l’ingiustizia sociale mentre si è affannati dall’emergenza macroeconomica internazionale? Si può accentuare la funzione ridistribuiva della finanza pubblica quando il bilancio è stressato dalle conseguenze del rallentamento produttivo, come mostrano i dati forniti ieri dal governo?La crisi è esplosa in una fase della crescita globale caratterizzata da crescenti disuguaglianze. Esse sono una ragione di fragilità dello sviluppo e rendono la recessione socialmente e politicamente più preoccupante. Combattere la crisi facendo attenzione agli aspetti distributivi e di giustizia sociale sembra l’unica via per ottenere risultati duraturi. Come si fa?Il cattivo funzionamento e l’inadeguata regolazione di alcuni mercati hanno favorito lo scoppio della crisi. È diffusa la tentazione di dedurne che dalla crisi e dall’ingiustizia si esce andando «contro il mercato». È un’idea sbagliata. Va invece migliorato il quadro di regole e politiche pubbliche.All’interno di quel quadro funzionano liberamente i mercati, permettendo ai loro meccanismi di ottenere sia una ripresa della crescita dei redditi che una loro miglior distribuzione.

Lo strumento principale per influenzare la distribuzione del reddito rispettando i mercati sono le imposte progressive. Una riduzione delle imposte e degli oneri sociali sui redditi da lavoro medio-bassi, migliorerebbe la distribuzione, oltre a stimolare la domanda e ad abbassare i costi del lavoro. È però arduo tagliare le aliquote proprio quando già la crisi contrae il gettito fiscale allargando il fabbisogno. Perché la crescita del debito pubblico non appaia insostenibile ai mercati finanziari, la riduzione immediata delle tasse andrebbe associata a una credibile contrazione, graduale e futura, di molte spese pubbliche. Di quelle inutili e di quelle, come alcuni trattamenti pensionistici, che sono, proprio loro, gravi cause di ingiustizia distributiva fra categorie e generazioni di lavoratori. Occorre inoltre insistere nella riduzione dell’evasione fiscale. Ovvio da dire e difficile da fare: ma la spudoratezza con cui l’evasione continua, per alcune categorie di operatori e di transazioni, rende precaria e artificiale la condizione apparentemente migliore di chi evade, è fonte di distorsioni competitive, di ingiustificate disuguaglianze, ed è insopportabile, soprattutto in tempi di crisi.

Per favorire, insieme, il mercato e la giustizia distributiva, è indispensabile, soprattutto in Italia, arricchire e migliorare gli ammortizzatori sociali. In una fase di profonde ristrutturazioni produttive, gli aiuti per chi perde il posto vanno messi a disposizione, senza ingiusti privilegi per le categorie di lavoratori più protette, in forme che aiutino a chiudere le imprese meno efficienti e spostare i lavoratori verso nuovi impieghi. Le regole devono avere applicazione generale e vanno evitati trattamenti ad hoc, come quelli proposti per il caso Alitalia, che sono fonte di maggiori, anziché minori disuguaglianze.

Complementare all’assistenza alla disoccupazione è l’adozione di salari minimi e imposte negative per i più poveri. Inoltre, quando gli ammortizzatori sono adeguati, una forte decentralizzazione della contrattazione salariale può migliorare, insieme, l’allocazione di mercato delle risorse, la velocità di crescita dei redditi e la giustezza della loro distribuzione. Una giustezza che deve riflettere la crescente importanza e diversità delle competenze e delle abilità dei singoli lavoratori.

È stato calcolato, in molti Paesi, che una parte considerevole dell’aumento della disuguaglianza dei redditi dell’ultimo decennio è dovuta alle retribuzioni fuori misura dei dirigenti di imprese e banche. Non è demagogico sperare che la crisi sia occasione per rimediare alle anomalie di sistemi di fissazione dei compensi che, oltre a eccessive disparità distributive, hanno creato incentivi per comportamenti manageriali arrischiati e inopportuni. I rimedi vanno decisi soprattutto all’interno delle imprese, anche se la politica può facilitarne e sollecitarne l’adozione.

Il contenimento delle disparità dei redditi e delle condizioni di vita, oltre al risultato di provvedimenti specifici, è prezioso sottoprodotto di diverse altre politiche utili a gestire la crisi. Esse non sono contro i meccanismi di mercato ma, anzi, li rendono più fluidi e produttivi. Le politiche in difesa della concorrenza, contro i privilegi oligopolistici e i protezionismi corporativi, rafforzano i mercati e hanno ovvie implicazioni di giustizia distributiva. Parlare oggi di liberalizzazioni può apparire stonato: eppure si tratta di provvedimenti che, oltre a rilanciare la crescita, servono proprio a far giustizia. Il miglioramento dell’efficienza e la riduzione degli sprechi nella produzione dei servizi pubblici, dalle scuole alla sanità alla giustizia al verde delle città, beneficia molto di più i meno fortunati e i più deboli. Il drastico ridimensionamento del numero e dei privilegi della casta politica libera risorse per la crescita dei mercati e fa giustizia, nel senso più elementare del termine.

Ha dunque ragione il Presidente: non c’è affatto contrasto fra le politiche per riprendere a crescere e l’attenzione alla giustizia distributiva. Il nostro Paese, come tanti altri, può svincolarsi meglio dalla morsa della crisi se ha anche l’ambizione di uscirne più giusto. (Beh, buona giornata).

franco.bruni@unibocconi.it

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