La politica Fini a se stessa.

Berlusconi al seminario di Gubbio di Forza Italia spara a zero sul governo: “Io non credo che noi potremo votare sì alla missione in Libano. L’opposizione – ha poi aggiunto – la faremo certamente in Parlamento e certamente con manifestazioni nelle piazze”

I propositi combattivi trovano subito l’apprezzamento di Gianfranco Fini. “Berlusconi a Gubbio ha colto nel segno, indicando in una opposizione inflessibile, non pregiudiziale, da svolgersi nel confronto con le categorie e se necessario nelle piazze, la via per contrastare il governo Prodi”, ha commentato il presidente di An. C’è una gran voglia di menar le mani, nel senso dell’applauso, da parte del partito di Fini.

Lo si era visto con l’appoggio alle proteste dei tassisti, quando Alemanno fu accolto in piazza al grido di ”duce duce”, tanto per far capire che significa l’appoggio alle categorie.

La Russa si presentò in Parlamento con pagnotte di pane, per protesta contro le liberalizzazioni delle licenze dei panificatori, quelli che una volta di chiamavano fornai.

Anche gli avvocati sono in agitazione, con l’appoggio del partito di Fini. Sulla politica estera, Fini ha annunciato di voler presentare una mozione in Parlamento per chiedere al governo se le missioni in Afghanistan e Iraq siano o no missioni di pace, con l’intento di creare contraddizioni tra il governo e i partiti della cosiddetta sinistra radicale. Dunque non è una strategia politica in politica estera, ma l’uso della politica estera a fini di politica interna.

Fini fa finta di credere che a Berlusconi possa interessare una opposizione “inflessibile per contrastare il governo Prodi”. In realtà, e Fini lo sa, a Berlusconi interessa solo e soltanto la salvaguardia ad ogni costo della posizione dominante di Mediaset sul sistema televisivo italiano.

Non è un caso che Berlusconi ha detto chiaramente a Gubbio che non vuole la legge sul conflitto di interessi e che non vuole la riforma della Rai. Fini continua a fare i conti senza l’oste, perché è un leader che soffre dell’essere orfano del carisma di un padre ispiratore. Fini ha un alta opinione di se stesso, tipica della sua storia politica, quella del Msi di Almirante, che ha sempre cercato di sfruttare le contraddizioni interne alla Dc per testimoniare la centralità della destra anticomunista. Fini si crede scaltro e dotato di magniloquenza.

Ma nella politica moderna gli artifici retorici dell’eloquenza trovano lo spazio di un mattino, prima della prima edizione dei tg. Fini appare spaesato, non ha un progetto strategico, ma una serie di tattiche.

Tutta l’esperienza di governo è stata un sequenza di tatticismi: la sciocchezza di aver firmato insieme a Bossi la legge sull’immigrazione, che si è ben presto rivelata un fallimento.

La legge sulle droghe è stato un manifesto all’intolleranza, una inutile dimostrazione muscolare contro la riduzione del danno della tossicodipendenza.

La legge Gasbarri, è stata un esempio straordinario di servilismo verso Berlusconi e le sue aziende.

La breve permanenza di Fini alla Farnesina ha mimato l’autoleggittimazione della destra a importanti incarichi di governo, ma l’opera del ministro è stata opaca, subalterna a tratti tragicomica: come l’unità di crisi per lo tsunami, due briefing al giorno con la stampa, una strampalata conta dei morti italiani, che per fortuna si rivelò infondata.

Sul piano politico non si può non contare l’errore madornale di essersi schierati per il sì al referendum costituzionale, trascinando An nella certezza della sconfitta, non solo elettorale, ma delle stesse idee-forza della destra sulla la riforma dello stato.

Nel frattempo, An ha tentano l’invasione delle stanza del potere alla maniera dei “forchettoni” della peggiore DC. I nuovi “forchettini” si sono infilati alle Poste, alle Ferrovie, alla Rai, nella Sanità. Gli scandali alla Rai e nella Sanità hanno ben più che lambito la figura politica di Gianfranco Fini, anche sul piano dei rapporti personali e famigliari. Sul piano interno, l’azzeramento degli incarichi di partito non è avvenuto per decisione politica, ma è suonata come rappresaglia ai pettegolezzi sulla presunta storia sentimentale con una donna ministro, registrati in un bar del centro di Roma da un giornalista e pubblicati da un quotidiano, di proprietà di un parlamentare di An.

A Fini manca un Almirante e lo ricerca in Berlusconi. Al quale deve molto, in termini politici e non solo. Fini rischia di finire strangolato dagli interessi usurai. Forse bisognerebbe dirglielo apertamente, invece di coccolarlo come il capo di futuro partito di destra moderna.

La Fiuggi 2, quella della rigenerazione del partito, ammesso che si faccia, appare sempre di più una altra operazione tattica, fine a se stessa. Anzi, Fini a se stesso. Beh, buona giornata.

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