In lotta con la crisi globale, in lotta contro i governi neo-liberisti.

 I governi che rispondono alla crisi creata dalle ideologie del libero mercato con
un’accelerazione della stessa agenda ormai screditata non sopravvivono se credono di ri-raccontare la favola
”( Naomy Klein, The Nation, quotidiano canadese).


Il governo inglese ha cercato di rispondere agli operai britannici, scesi in sciopero
generale contro un appalto che vedeva coinvolti operai italiani alla vecchia maniera:
siamo in Europa, niente protezionismo.

Il governo italiano ha risposto niente, perché  niente sa rispondere davvero alla crisi: fosse per loro, si tratterebbe di una semplice sfavorevole congiuntura, da superare, prima negandone la portata, poi affrontandola con fiducia e ottimismo, magari con lo spot di qualche hanno fa che diceva grazie a chi faceva la spesa.
Il governo di Gordon Brown, che pure è intervenuto energicamente e subito contro la crisi finanziaria è rimasto spiazzato dalla reazione delle Unions che hanno chiesto e ottenuto una quota di assunzioni di operai inglesi disoccupati nella raffineria della Total.   In Italia i media hanno parlato di episodi corporativi, evocando lo spettro dell’anti-italianità: il fatto è che chi crede di farla ai romeni, l’aspetti dagli inglesi.
In realtà i sindacati inglesi hanno messo il dito nella piaga: lavora chi ne ha diritto,
non chi accetta paghe inferiori. Vetero- sindacalismo? Averne, in Italia.

Il fatto è che la crisi economica riaccende l’antagonismo di classe.

In Islanda folle di persone  percuotono pentole e padelle fin quando il governo non cade, come se invece che la gelida isola del Nord Europa fosse la bollente Argentina del 2002.
Fatto sta che Reykjavik i manifestanti chiaramente non si berranno un semplice cambio di facciata ai vertici del governo, benché la nuova premier sia una lesbica. Chiedono aiuti per la popolazione, non solo per le banche; indagini che facciano luce sulla débâcle finanziaria delle banche e profonde riforme elettorali.

Richieste simili si possono registrare in questi giorni in Lettonia, la cui economia si è
contratta più bruscamente che in qualsiasi altro paese della UE, e dove il governo si
trova sull’orlo del baratro. Da settimane la capitale è scossa da proteste, fra cui una
esplosiva rivolta con sassaiola il 13 gennaio.

In Grecia le sommosse di dicembre sono seguite all?uccisione da parte della polizia di un ragazzo di 15 anni. Ma ciò che ha fatto sì che continuassero, con i contadini che sono subentrati agli studenti nel capeggiarle, è la diffusa reazione di rabbia nei confronti della risposta del governo alla crisi: le banche hanno goduto di un “aiuto” di 36 miliardi di dollari mentre i lavoratori hanno visto le loro pensioni decurtarsi e gli
agricoltori non hanno ricevuto pressoché nulla. Nonostante i disagi causati dal blocco
delle strade con i trattori, il 78% dei greci ritiene che le richieste degli agricoltori
siano ragionevoli.

In Francia il recente sciopero generale, in parte innescato dal piano del presidente
Sarkozy di ridurre pesantemente il numero degli insegnanti  ha ottenuto il sostegno del 70% della popolazione.

In Corea a dicembre il partito al governo ha cercato di usare la crisi per introdurre un
molto controverso accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. I parlamentari si sono chiusi a chiave nel palazzo così da potere votare in privato, barricando le porte con scrivanie, sedie e divani. Se non che i rappresentanti dell’opposizione, non arrendendosi, con martelli e seghe elettriche hanno fatto irruzione e promosso un sit in di 12 giorni in parlamento.

Scioperi e manifestazioni contro la crisi e la disoccupazione si sono avute e in Spagna e in Germania. In Russia, la polizia di Putin ha caricato con durezza i manifestanti sulla Piazza Rossa.

In Italia, il “la” alla proteste contro la crisi lo ha dato l’Onda , il nuovo movimento
degli studenti, che ha coniato lo slogan che lega le manifestazioni in tutto il mondo:
La vostra crisi non la paghiamo noi”.
Nei mesi scorsi i sindacati di base hanno riempito le piazze, mentre lo sciopero generale del 12 dicembre scorso ha portato più di un milione e mezzo di lavoratori in tutta Italia.
Il 13 febbraio, altro sciopero generale dei dipendenti pubblici e dei metalmeccanici
promosso dalla Cgil: un grande  successo, nonostante la colpevole defezione delle altre confederazioni. Più di 700 mila operai, impiegati pubblici e privati, donne, precari, cassaintegrati e lavoratori stranieri hanno dato via a tre robusti cortei per le strade della Capitale, riempiendo poi piazza San Giovanni come non si vedeva da tempo. Paolo Ferrero ha giustamente detto che “è la prima volta dal dopoguerra che in Italia il movimento dei lavoratori non è rappresentato in parlamento.
Infatti, la politica fa la sorda, i media guardano da un’altra parte, il Governo cambia argomenti, l’opposizione parlamentare, troppo spesso ridotta a inseguire l’agenda del governo, fatica a capire la portata del disagio sociale e del montare della protesta
anticapitalista. Comica la dichiarazione del ministro del Lavoro che ha detto che la Cgil è isolata. Sembra la berzelletta del soldato italiano che oltre le linee nemiche chiamava a gran voce il tenente per dirgli che li aveva fatti tutti prigionieri, ma che quelli non lo lasciavano andare. Ma è un fatto che la protesta c’è e ribolle ovunque.  Ad essa va data non solo voce, ma sintesi politica. Questo è l’impegno che con urgenza viene dalle istante dei lavoratori italiani: da Milano a Pomigliano, dove è intervenuta la polizia coi manganelli, a Roma, dove il giorno prima dello sciopero generale i lavoratori dell’Alitalia hanno bloccato l’autostrada contro il mancato pagamento da tre mesi della cassa integrazione.

 

Ma se la crisi è globale, i conflitti sociali non possono rimanere locali. Bisogna riprendere l’abitudine politica ad ascoltare le istanze che vengono dal lavoro, ovunque in Europa e nel mondo. E metterle in cima alla lista delle priorità della Sinistra, anche in vista delle prossime tornate elettorali.
Fa bene alla salute delle idee di cambiamento. Aiuta la politica a guardare lontano.
Serve a mettere in crisi la crisi globale. Beh, buona giornata.

Share this nice post:
Share this nice post:
Share and Enjoy:
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks
Share

Rispondi


Share
Archivio
Tematiche
Cerca
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: