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E’ come se l’uccisione di Osama andasse in onda a puntate su Fox Crime.

La ricerca di una verità credibile sul come sia stato fatto fuori Osama bin Laden è stata deliberatamente ostacolata dalla stessa sceneggiatura da telefilm d’azione, dagli stessi effetti speciali, modello fiction con cui si è costruita la gestione mediatica dell’attacco militare. Vi mettereste a caccia di incongruenze narrative, per esempio della serie 24, piuttosto che dell’ultima stagione di NCIS ? Tutti vi diranno: e piantala! fammi vedere come va a finire questa nuova puntata. E tutto diventa come se fosse stato appena trasmesso da Fox Crime.

Sarà perché quanto è successo a proposito delle controverse ricostruzioni dell’Attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre ha fornito un precedente prezioso e istruttivo, quanto sta avvenendo dopo l’uccisione di Osama bin Laden sembra perfettamente scontato. Le reticenze dell’Amministrazione Obama, le mezze verità rilasciate alla stampa da Leon Edward Panetta, il capo della Cia, le contraddizioni sulla ricostruzione ufficiale della meccanica degli avvenimenti che hanno portato all’individuazione del nascondiglio, all’attuazione del piano di attacco e alla successiva morte del ricercato globale n.1, senza contare la decisione di non divulgare foto e video del corpo di Osama bin Laden, tutti questi fatti messi insieme congiurano perché nascano dubbi, dietrologie, teorie complottiste. La domanda è semplice: perché? C’è chi dice che Barak Obama ha fatto un grande cosa dando l’ordine di eliminare fisicamente Osama, ma che ha sbagliato a farlo uccidere, invece che catturare. E che il suo secondo errore è stata la decisione di non divulgare le foto, alimentando la possibile leggenda di un Osama ancora vivo.

Ma se ben guardiamo le cose, dobbiamo contestualizzarle, in almeno tre scenari contemporanei e in un certo senso contigui. Il primo scenario è la ripercussione sulla politica interna agli Stati Uniti, ben sapendo che la politica interna degli Usa è vissuta con la stessa importanza che assume la politica estera. Alla notizia della morte di Osama, data dallo stesso presidente Obama in diretta televisiva, le tv di tutto il mondo hanno trasmesso le scene di giubilo a Washington e a New York. Di li a qualche ora le Borse di tutto il mondo hanno registrato un incremento del valore del dollaro Usa e un calo del prezzo del petrolio. I sondaggi hanno dato il gradimento Obama in risalita di un decina di punti. Un grande viatico alla rielezione del 2012, dopo la debacle elettorale di medio termine. Poiché tutti i commentatori dicono che i temi della prossima campagna elettorale saranno prettamente sociali ed economici, ecco che è di tutto interesse per lo staff di Obama che la memoria dell’uccisione di Osama rimanga attivo il più a lungo possibile: polemiche, sospetti e dietrologie sono utilissime allo scopo. Rilasciare informazioni col contagocce dilata i tempi di attenzione sull’evento, a tutto vantaggio della reputazione del presidente in carica.

Il secondo scenario è la guerra in Afghanistan: da nove anni si trascina una guerra, senza apprezzabili né visibili risultati. La morte di Osama può essere una svolta: l’uccisione del nemico globale n.1 può dare impulso a una exit strategy, che coinvolga i Taliban del mullah Omar, per dare quel tanto di stabilizzazione, che permetta agli Stati uniti e alla Nato, dunque ai governi europei coinvolti nelle operazioni belliche di sganciarsi dalla regione, senza perdere la faccia davanti alle rispettive opinioni pubbliche, stanche di aver perso tanti uomini sul terreno, ma anche di aver speso un sacco di soldi, sin qui inutilmente. Anche in questo caso tutti i mezzi sono utili, per tener vivo e presente a tutti il più a lungo possibile il successo dell’uccisione di Osama, anche, appunto polemiche, sospetti e dietrologie sulla morte del capo di al Qaeda.

Il terzo scenario è proprio collegato alla situazione in Afghanistan: è il Pakistan. Per anni gli Usa hanno finanziato il Pakistan, prima per sostenere i Taliban contro i Russi, poi per sostenere gli alleati occidentali contro i Taliban e al Qaeda. Siccome il Pakistan è strategico per la stabilizzazione dell’Afghanistan, la decisione di far fuori dallo scacchiere la pedina Osama è stata un passaggio decisivo. Ma agli occhi del mondo arabo non si possono far passare i potenti servizi segreti come “traditori”. Quindi le contraddizioni della ricostruzione circa il ruolo dei servizi segreti, circa il ruolo della polizia pakistana, circa la proprietà del villone di Abbottabad sembrano molto funzionali a creare quella confusione che possa permettere al Pakistan di assumere un ruolo pubblicamente diverso nella “guerra”al terrorismo in Afghanistan.

Dunque, siccome i media sono un terreno di scontro politico, molto moderno e sofisticato, ma non per questo meno feroce, le presunte defaiances della strategia di comunicazione dell’Amministrazione Obama altro non appaiono che leve sapientemente utilizzate per guidare il consenso verso i prossimi salti mortali in politica estera Usa, senza rinunciare a una eccellente spendibilità nella prossima campagna elettorale. Chi da noi critica la versione ufficiale sembra avere lo stesso atteggiamento scettico dei repubblicani negli Usa, così come la totale accettazione della verità ufficiale da parte dell’opinione pubblica orientata a destra in Italia è, paradossalmente, omologabile ai sentimenti dei democratici americani, come a dire: abbiamo fatto fuori il nemico globale n.1, che altro andate cercando?

Il che è un altro modo per dire che chi fa dietrologia sta semplicemente giocando, forse inconsapevolmente lo stesso gioco di chi depista la verità. Tutto il mondo è paese, le campagne elettorali sono per i partiti politici nelle democrazie occidentali come gli esami per Edoardo De Filippo: non finiscono mai. Beh, buon giornata.

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Di Marco Ferri

Marco Ferri è copywriter, autore e saggista, si occupa di comunicazione commerciale, istituzionale e politica.

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