Ostaggi.

Dopo l’intervista rilasciata al Manifesto dai tecnici rapiti nel delta del Niger, ieri è giunta una telefonata a casa dei famigliari di uno di loro. La soluzione della vicenda preme sul Governo e sul Ministero degli Esteri.

Tecnicamente il problema è semplice: bisogna che gli ostaggi rimangano in vita, nel senso che le forze speciali nigeriane non tentino nessuna sortita contro i rapitori, perché questo potrebbe mettere seriamente a rischio la vita dei tecnici italiani dell’Eni.

Romano Prodi ha avuto assicurazioni in merito dal parte del capo del governo nigeriano, incontrato al vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba. Interviste e telefonate sono la prova che i tecnici dell’Eni sono ancora vivi. Ma, come sottolinea la Farnesina, la situazione è molto delicata. Perché non c’è dubbio che le ragioni del rapimento sono, paradossalmente, comprensibili se non addirittura condivisibili. Una regione africana è ricca di petrolio e povera da morire: di fame, di malattie e di sete.

L’organizzazione politica che detiene gli ostaggi chiede che i proventi dello sfruttamento del petrolio vengano ridistribuiti a beneficio della popolazione che vive, ai limiti della sopravvivenza, sopra i giacimenti petroliferi. E allora scopriamo che il nostro Paese e il suo modello di consumo energetico sfrutta brutalmente un paese e la sua gente. Che l’Eni è per niente differente dalle altre compagnie petrolifere. Che noi avendo bisogno di petrolio possiamo fare a meno di scrupoli.

Quella stessa mancanza di scrupoli che fa di noi stessi ostaggi del petrolio: per quarantotto ore i gestori delle pompe di benzina scioperano contro il governo italiano che ha deciso la liberalizzazione della distribuzione della benzina, perché cali il prezzo della benzina . E’ uno straordinario cortocircuito: italiani ostaggi vicino ai pozzi di petrolio, italiani ostaggi dei prezzi davanti alle pompe di benzina.

E’ sbagliato rapire tecnici, ma le ragioni dei rapitori sono comprensibili. E’ un diritto scioperare, ma le ragioni dei gestori sono sbagliate.

Libertà e liberalizzazioni stanno facendo una danza macabra, grottesca, pericolosa.

Il petrolio, dopo aver inquinato il pianeta, comincia ad avvelenare il nostro rapporto con la realtà. Il nostro modello di sviluppo sta andando in corto circuito. Il prezzo da pagare corrisponde al prezzo di mercato, ma è il mercato che esprime valori che non siamo più disposti a pagare. Ce ne sentiamo ostaggi. E temiamo che a qualcuno salti in testa di usare la forza per uscire da questa stretta mortale.

Come è successo con la guerra in Iraq e in Afghanistan. Quell’uso della forza che piace tanto ai guerrafondai di casa nostra, come l’on. Fini che crede che la diplomazia italiana sia rimasta ai tempi dell’Asse (prima era Berlino oggi è Washington) e che quindi applaude alla lettera aperta degli ambasciatori dei paesi che occupano l’Afghanistan, per spingere l’Italia a rimanere in armi in quel paese.

Ostaggio anch’egli del ricordo della sua breve permanenza alla Farnesina, fa a meno di scrupoli nell’usare vicende di politica estera per fare polemiche di politica interna. Si vede che anche a lui il petrolio dà alla testa, forse perché è nero. Beh, buona giornata.

Share this nice post:
Share this nice post:
Share and Enjoy:
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks
Share

Rispondi


Share
Archivio
Tematiche
Cerca
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: