Siamo tutti sulla strada per Kandahar.

La cattura di Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan è un danno collaterale della scelleratezza della “guerra contro il terrorismo”.

Infatti, Mastrogiacomo non è stato rapito, ma catturato dai Talebani. E’ la differenza tra una “banda” e un “esercito”. Sotto occupazione militare da cinque anni, i Talbani hanno ancora il pieno controllo di gran parte del territorio dell’Afghanistan.

Se ne deve essere accorto anche Dick Cheney, il vice presidente degliUsa che pochi giorni fa è stato svegliato da una bomba, esplosa in una base americana a settanta chilometri da Kabul. E forse il botto lo ha fatto diventare più arrogante: i marines hanno aperto il fuoco contro la popolazione civile qualche giorno fa.

Il generale Mini, proprio sulle pagine di Repubblica, di cui Mastrogiacomo è corrispondente, il giorno stesso in cui è apparsa la notizia della sua cattura, ha detto che quella è stata una reazione dettata “dalla frustrazione” delle truppe americane che non riescono, proprio non riescono, ad aver ragione degli insorti. Non è un gioco di parole, ma un esercito non ha ragione del nemico quando ha torto.

La cattura di Mastrogiacomo dimostra che la guerra al terrorismo, invenzione propagandistica dell’Aministrazione Bush, è una battaglia persa: si pensava di fare una passeggiata in Afghanistan, che fosse il trampolino per aggredire l’Iraq e poi finalmente dare la spallata finale all’Iran. Balle: quando Bush si presentò vestito da top gun sulla portaerei sulla quale campeggiava lo striscione “mission accomplished” non voleva dire che avrebbe vinto in Iraq, ma semplicemente che aveva trascinato mezza Europa nel conflitto. Quella sì che è stata una missione compiuta.

Noi italiani siamo stati trascinati nelle guerra, anzi in due. Il governo di prima ha mentito: ci ha raccontato che si andava a fargli fare la pace, sia in Afghanistan che in Iraq.

Il governo di adesso ha difficoltà a dire che la verità di prima era una menzogna: siamo andati a fare un guerra, anzi due senza essere preparati, né nel corpo (di spedizione) né nell’anima (pacifista, non quella dei cortei, quella della Costituzione).

Uomini come Mastrogiacomo hanno corso rischi, come quelli che proprio lui sta correndo in queste ore, per cercare di raccontare come sia possibile quanto è stato possibile per le nostre missioni militari. Un lavoro complicato, pericoloso, al limite della professione, oltre che del pericolo di lasciarci la pelle: di Enzo Baldoni abbiamo ricevuto in cambio le ossa, per la liberazione di Giuliana Sgrena, abbiamo dovuto pagare il prezzo del cadavere crivellato di Callipari.

E’ giunto il momento di chiederci perché stiamo in Afghanistan, prima ancora di capire come ci siamo andati. Qui il problema non è andare via, il problema è che qualcuno ci spieghi perché ci siamo andati. Solo se qualcuno ha il coraggio di dire chiaramente il perché, troveremo il come uscirne.

Mastrogiacomo è andato lì proprio per raccontarci il perché. D’Alema e Parisi, rispettivamente ministri degli Esteri e della Difesa dovrebbe dirci chiaramente perché e smetterla di trattarci come bambini, cui non si possa dire fino in fondo tutte le verità.

Noi che vogliamo sapere perché saremo oggi alle 12,30 in piazza del Campidoglio a Roma: vogliamo Daniele Mastrogiacomo libero.

Se è vero che chi salva un uomo salva il mondo intero, chi salva un giornalista salva la libertà di stampa, cioè salva la libertà di sapere che cosa succede davvero, che è l’unica strada per sapere tutto quello che non ci hanno voluto far sapere. Anche se è una strada che passa per Kandahar. Beh, buona giornata.

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