Alitalia: i frutti amari del lodo Letta.

Un gruppo di dipendenti Alitalia, duecento, probabilmente preda di un livello alto di emotività, suggestionati dalla piega che ha preso la vertenza, ha deciso il blocco dei voli. La parola blocco girava da giorni, come riportavano i giornali, ma finora era prevalsa l’idea di un confronto duro, ma dentro la dialettica delle posizioni. E invece, alle 17 di lunedì si vota uno sciopero con partenza alle 18, della durata di ventiquattrore, fuori dalle regole.

Le agenzie di stampa ci dicono che a nulla sono servite le parole del cosiddetto “fronte del no”: essi sono stati scavalcati dall’esasperazione, dalla rabbia, dalla frustrazione di un gruppo di dipendenti.

E così, sono stati cancellati, senza preavviso molti voli, soprattutto nella tratta Roma-Milano, con il conseguente disappunto dei passeggeri.

Si è arrivati a questo dopo che con il “lodo Letta” si è voluta chiudere ogni possibilità di trattativa sulla stipula dei nuovi contratti di lavoro in capo a Cai, la nuova compagnia che prenderà il posto di Alitalia nel trasposto aereo italiano.

Il governo, invece che essere terzo tra le due parti, si è schierato sbrigativamente dalla parte di Cai.

Da parte sua Cai ha rincarato la dose, scrivendo alle organizzazioni sindacali di base che non avrebbe riaperto nessuna trattativa.

Agli occhi dei dipendenti, Cai è apparsa essere una sorta di spin-off del governo. E questo non ha davvero giovato alla ricerca di una soluzione.

Le organizzazioni sindacali confederali che prima emettono un comunicato congiunto con tutte le nuove sigle, di fronte al lodo Letta capitolano, accettano di firmare, ratificano la spaccatura del fronte sindacale. Forse Cgil non è molto convinta, ma alla fine firma ugualmente.

Governo, Cai e confederali, come hanno pensato di gestire la situazione che si è venuta a creare col lodo Letta? Speravano la protesta si spegnesse da sola? O qualcuno contava su qualche gesto inconsulto, come appare essere a tutti gli effetti il blocco improvviso?

Perché proprio di un gesto inconsulto si tratta: non ha respiro, provoca la precettazione, aliena la simpatia dei cittadini. Se una vertenza, basata su elementi di legittimità che si possono discutere ma non negare, diventa invece una mera questione di ordine pubblico, sono i dipendenti in lotta i primi a rimetterci.

Infatti, il ministro dei trasporti, invece che farsi carico di una vertenza che riguarda il suo dicastero, ha chiesto apertamente la precettazione dei dipendenti in sciopero selvaggio.

E poi, il ministro del lavoro, invece che fare il ministro del lavoro, cioè tentare di tenere insieme, con il paziente esercizio della mediazione le esigenze delle aziende e quelle dei lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali, ha rilanciato l’idea di restringere i limiti del diritto di sciopero.

Entrambi i ministri, che avrebbero dovuto dare all’opinione pubblica qualche spiegazione del perché quella di lunedì 10 è stata una giornata terribile per il trasporto in Italia, del perché non si è messo mano per tempo alla vertenza sulla mobilità, che avrebbe evitato la paralisi contemporaneamente del trasporto pubblico, delle linee metropolitane e dei treni, trovano invece una occasione insperata: all’unisono chiedono sanzioni. Le sanzioni, si sa, sono sempre un bel trucco per chi non vuole trovare soluzioni.

Quando saranno passati i fumi dell’irrazionalità, anche i partecipanti allo sciopero selvaggio si renderanno conto di aver preso una pericolosa cantonata. Che cosa portano a casa, dopo aver provocato questo casino? Hanno solo colto il frutto amaro del lodo Letta, con il rischio serio di avvelenare tutti i prossimi passi di una vertenza che non è né facile, né di breve durata.

Qualcuno, tornando tra i compagnetti della sua parrocchietta potrà anche vantarsi di aver vinto una assemblea e fatto votare a maggioranza la sua bella mozione “dura”. Bravo, bel tiro, peccato sia stato un autogol.

Beh, buona giornata.

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