Chi e cosa hanno incastrato Barack Obama?

Per quanto il pessimo risultato elettorale dei democratici fosse stato ampiamente previsto, la debacle del presidente Obama, a metà del suo mandato alla casa Bianca è stato un colpo per chi all’interno degli Usa e nel resto del mondo aveva creduto in una svolta epocale della politica interna ed estera degli Stati Uniti. La rivincita dei repubblicani non si è fatta attendere, e in soli due anni dalla elezione di Obama hanno messo in campo una forza tale da frantumare il sogno neo kennedyano, incarnato dall’amministrazione Obama.

Il New York Times racconta lo sforzo imponente che in due anni ha portato i repubblicani alla rivincita già nel med term. Nel segno dello slogan: “Obiettivo della minoranza è diventare maggioranza”, i repubblicani hanno messo su in poco tempo una delle più impressionanti campagne degli ultimi cinquant’anni, campagna foraggiata da ingenti quantità di danaro da parte di finanziatori e banchieri capitanati da Karl Rove, ex stratega di George Bush che da solo, come riporta Nbc News, avrebbe “pompato” oltre 38 milioni di dollari in spot denigratori contro i democratici.

A guidare la campagna mediatica Carl Forti che ha saputo utilizzare a favore del partito tutti i punti deboli dei democratici. Quali sono stati i punti deboli dell’amministrazione Obama? Lo ha detto alla Abc, senza mezzi termini, Nency Pelosi, speaker uscente del Congresso, carica equivalente al nostro presidente della Camera: “Se la gente non ha un lavoro, non è interessata a cosa fai per trovarglielo, vuole vedere i risultati”.

Dunque, Obama è stato punito da quella gran parte di elettori che erano andati a votarlo per superare la crisi, e che non vedendo risultati apprezzabili, misurabili nella qualità delle loro vite, hanno deciso di votargli le spalle, anche semplicemente non andando affatto a votare. La disoccupazione negli Usa è oltre il 10 per cento, la classe media soffre della crisi economica, seguita alla grande crisi finanziaria che, nata negli Usa ha poi contagiato tutto il mondo. Quella crisi determinò la fine dell’era Bush. Ma, paradossalmente, quella crisi , diventata poi crisi dell’economia reale determina oggi una pesante sconfitta del consenso elettorale, che penalizza duramente il presidente Obama e la sua amministrazione.

Obama doveva comunicare meglio agli elettori l’attività di governo di questi due anni? E’stato troppo timido nel portare avanti quello che aveva promesso durante la sua strabiliante campagna elettorale? Ha prodotto più mediazioni, più compromessi che fatti concreti, tangibili agli occhi dell’opinione pubblica americana? E’ la possibile spiegazione della sconfitta elettorale dei democratici, che per altro riecheggia nei commenti della stampa in questi giorni.

Ma a ben guardare le cose, c’è da notare qualcosa di più profondo. Ci sono almeno due aspetti: il primo è che senza contenuti genuini e innovatori, la capacità di comunicare rischia di infrangersi contro gli scogli delle realtà. Il secondo aspetto, che è la conseguenza stringente del primo è che il populismo della destra (ma ina certa misura anche quello del centro-sinistra) è la malattia infantile delle democrazie occidentali.

Obama aveva promesso agli americani di uscire dalla crisi. Ma dalla crisi le grandi compagnie, le banche, le holding, le corporation non ci vogliono uscire: l’hanno provocata loro e oggi stanno facendo tali profitti che più dura meglio è. Per questo investono in politica ingenti quantità di denaro per fermare chi, anche timidamente, propone una migliore distribuzione della ricchezza. Non è un caso che i “tea party” sono cominciati contro la riforma sanitaria voluta da Obama. E che l’abolizione o comunque una profonda revisione di questa legge è al primo posto nell’agenda dei repubblicani, nei prossimi due anni dell’amministrazione Obama.

Gli elettori sono uguali in tutto il mondo: sanno partecipare a un sogno collettivo di cambiamento. Ma sono pronti a tornare, ognuno per sé sui propri passi, quando il cambio non si realizza. “Change, yes we can” era lo slogan dell’ascesa di Obama. Che oggi potrebbe essere suonato, nelle menti degli elettori americani: “Cambiamento? No, noi non possiamo permettercelo”. E’successo negli Usa. Ma non è affatto diverso da quello che succede da noi.
Beh, buona giornata.

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