L’autonomia dell’elettorato: come l’astensione ha punito il sistema dei partiti.

The (election) day after di Piergiorgio Odifreddi-repubblica.it

Passata l’euforia per i risultati dei ballottaggi, può essere utile meditare brevemente sui fatti e sulle interpretazioni delle elezioni amministrative. Anzitutto, il dato più significativo è quello delle percentuali di votanti: l’affluenza alle urne è stata del 60,08% degli aventi diritto per le comunali, e del 45,23% per le provinciali. Se si fosse trattato di un referendum, il voto per le provinciali sarebbe addirittura risultato nullo per mancanza di quorum.

Poichè alle precedenti elezioni amministrative l’affluenza era stata del 68,56% per le comunali e del 61,26% per le provinciali, si può dedurne un netto aumento della disaffezione degli elettori per il meccanismo elettorale. E si deve tenerne conto nel valutare le percentuali con cui sono stati eletti i nuovi sindaci e i nuovi presidenti di provincia. Ad esempio, a Napoli ha votato soltanto il 50,57% degli aventi diritto: poichè De Magistris ha ottenuto il 65,37% dei voti, in realtà è stato eletto dal 32,93% degli elettori, cioè esattamente da un terzo della città.

Che questo risultato venga presentato dai media e dai vincitori come una vittoria schiacciante, è significativo della percezione distorta che ci viene fornita dell’intero processo elettorale. In fondo, che a governare basti la maggioranza formale dei votanti (e nel maggioritario, paradossalmente, neppure quella) non sta affatto scritto nelle Tavole della Legge: si potrebbe benissimo argomentare, al contrario, che ogni imposizione ai cittadini debba avere un esplicito assenso della maggioranza sostanziale.

L’opposizione fra i due modi di vedere ha una lunga storia, e nella logica deontica si traduce nella scelta fra “ciò che non è esplicitamente proibito è permesso” e “ciò che non è esplicitamente permesso è proibito”. E a me sembra che, soprattutto quando sono in ballo grandi decisioni che coinvolgono un’intera cittadinanza o un’intera popolazione, la seconda alternativa sia la più democratica, mentre la prima puzzi un po’ troppo di truffa: soprattutto in una democrazia indiretta, dove il permesso (espresso attraverso il voto) prende la forma di una delega generica, e non di un assenso specifico.

In ogni caso, anche senza stare a sofisticare sulle percentuali reali, è singolare assistere all’esultanza del maggior partito di opposizione. Il Pd e il suo segretario si comportano come se avessero vinto loro, ma dimenticano che quando De Magistris dice di aver “liberato Napoli”, si riferisce alla precedente amministrazione: cioè, a un sindaco e a una giunta di centrosinistra che hanno governato per dieci anni. E dimenticano che al primo turno il Pd aveva espresso un altro candidato, che non ‘e arrivato al ballottaggio.

A Milano la situazione è un po’ diversa, ma non troppo. I votanti sono stati il 67,24% degli aventi diritto, e Pisapia ha vinto col 55,11% dei voti: dunque, col 37,06% degli elettori. E benchè fosse sostenuto già al primo turno dall’intera coalizione di centrosinistra, aveva comunque vinto le primarie contro il candidato del Pd.

In definitiva, le elezioni hanno mostrato, da un lato, una disaffezione dell’elettorato per il processo elettorale. E dall’altro lato, una sconfitta non solo dei candidati del Pdl, ma anche di quelli del Pd. Questi due campanelli d’allarme suonano all’unisono: la gente ne ha abbastanza della politica tradizionale, e se Berlusconi fa fa bene a piangere, Bersani non fa affatto bene a ridere.
(Beh, buona giornata).

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