Test clinici hanno dimostrato che i testimonial non vendono.

(apparso su advexpress.it)

Stando alle ricercatrici Vicki G.Morwitz, della New York University, ed Edith Shalev, dell’Israel Institute of Technology, attualmente a spingerci all’acquisto non sarebbe affatto il desiderio di emulazione, quanto, piuttosto, la paura di essere guardati dall’alto in basso da chi giudichiamo sotto di noi e la necessità così di rafforzare il nostro ego, pareggiando l’acquisto. Va così in pezzi, ed era ora, la logica “aspirazionale” che per troppo tempo ha condizionato la creatività italiana. La qual cosa è da salutare positivamente.

Perché dovrebbe finalmente convincere tutti a porre fine alla lunga stagione dei testimonial famosi, e molto costosi, e, diciamocelo, alquanto noiosi.

Ne dà conto Simona Marchetti, che dalle pagine de Il Corriere della Sera cita un paio di esempi. Le due ricercatrici hanno sottoposto alcuni studenti newyorkesi a test mirati su alcuni prodotti. Con il risultato che questi ragazzi hanno dimostrato molto più interesse per l’acquisto di un riproduttore digitale di musica perché glielo consigliava un garzone di un negozio di alimentari, che si è dimostrato più credibile di un uomo d’affari.

Oppure, il caso di una elegante t-shirt griffata che, indossata da un commesso, invece che da uno studente di un college prestigioso, ha fatto venire loro il desiderio di acquistarla.

Insomma, se torniamo a fare cose semplici e a utilizzare persone normali nelle nostre campagne pubblicitarie, la pubblicità torna a essere credibile, i prodotti appetibili, nonostante la crisi dei consumi che attanaglia le aziende italiane.

Signori clienti e amici pubblicitari, capìta l’antifona? Beh, buona giornata.

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