Affrontare la crisi economica oltre il mantra dell’ottimismo.
La scienza della felicità nell’anno più buio.
di TIMOTHY GARTON ASH, da repubblica.it
Buon Anno? State scherzando, vero? Il 2009 inizierà con lamenti che col passare del tempo non potranno che aggravarsi. Milioni di persone in tutto il mondo sono già state licenziate, per colpa di questa prima crisi davvero globalizzata del capitalismo, e decine di milioni di altre resteranno molto presto anch’ esse senza lavoro. Quanti tra noi saranno abbastanza fortunati da continuare ad avere un lavoro, si sentiranno più poveri e meno sicuri. Per festeggiare il suo Premio Nobel per l’ economia, Paul Krugman ci garantisce “mesi di inferno economico”. Grazie, Paul, e buon anno anche a te.
I problemi economici esacerberanno le tensioni politiche ovunque. Malgrado tutto, le voci che circolano sulla morte dell’ economia sono però esagerate: io non credo che il 2009 sarà per il capitalismo ciò che il 1989 è stato per il Comunismo. Forse, il 1 gennaio 2010 sarò costretto a rimangiarmi queste parole: fare previsioni è tempo sprecato. (Nell’ almanacco di previsioni e considerazioni dell’ Economist “The World 2009” è stato pubblicato un coraggioso e divertente articoletto intitolato “Per quanto riguarda il 2008, scusateci”).
Ora che inizia un nuovo anno, non vedo però un altro avversario sistemico all’ orizzonte, come invece c’ era – o per lo meno pareva esserci – nei giorni del Comunismo sovietico antecedenti al 1989. Il modello di socialismo alla Hugo Chavez è dipendente in tutto e per tutto dai capitalisti che acquistano il suo petrolio, mentre se vi appare appetibile il modello nordcoreano fareste bene a farvi visitare da un medico.
Sarebbe nondimeno un errore marchiano se in occasione del loro ventesimo anniversario non si rivedessero e riesaminassero le premesse di quel tipo di capitalismo del libero mercato – talora denominato “neoliberal” – che a partire dal 1989 appare trionfare da due decenni.
Prima di tutto e palesemente l’ equilibrio tra Stato e mercato, pubblico e privato, mano visibile e mano invisibile. Anche prima del tracollo del settembre scorso, Barack Obama aveva cercato di esortare i suoi compatrioti ad accettare l’ idea che il governo non sempre è una parolaccia.
Nei mesi successivi si è assistito a un plateale spostamento verso un più importante ruolo dello Stato, di solito con iniziative di improvvisazione governativa a dir poco disperate, in altri casi (come nella Londra di Gordon Brown) ideologicamente legittimate come Keynesianesimo, e in altri ancora (per esempio nella Washington di George Bush), come puro e semplice Disperazionismo.
Quanto di questo spostamento sia temporaneo e quanto sia invece destinato a durare più a lungo non potremo saperlo entro la fine di quest’ anno: quantunque la maggior parte di questo spostamento stia attualmente avendo luogo in direzione di un rafforzamento della mano visibile del governo, potrebbe anche non continuare a essere così.
Un illustre riformista economico cinese poco tempo fa mi ha detto che la crisi finanziaria asiatica di dieci anni fa ha catalizzato una riforma maggiormente orientata al mercato dell’ economia cinese, e che anche questa farà altrettanto. Se ha ragione, si potrebbe arrivare a ipotizzare addirittura una sorta di convergenza globale su qualche variante di economia di mercato sociale in stile europeo, con Stati Uniti e Cina più vicini rispetto alle attuali posizioni in contrasto tra loro. è importante tuttavia tener presente che ho usato le seguenti parole: “qualche variante”.
Anche in Europa, infatti, ci sono notevoli varianti tra le combinazioni possibili di Stato e mercato e il modo col quale esse funzionano. Ciò che si rivela adeguato a un piccolo Paese del Nord, può non essere efficace per un grande Paese del Sud. Non esiste una formula universale. Ciò che conta davvero è che cosa va bene per voi.
Una seconda considerazione per il 2009 riguarda ciò che serve a una crescita sostenibile, verde, a bassa emissione di anidride carbonica, indispensabile a prevenire l’ imminente punto di non ritorno del riscaldamento globale. In discussione, adesso, ci sono due cose: quanta crescita e quale tipo di crescita. Ancora una volta, Obama sta cercando di individuare le chance che questa crisi offre, orientando parte del suo incentivo fiscale keynesiano verso investimenti in energie alternative. Nel suo complesso, però, verosimilmente il 2009 pare prospettarsi come un altro pessimo anno, dal punto di vista della lotta al riscaldamento globale. Orientarsi verso un’ economia sostenibile, a ridotta emissione di anidride carbonica, impone sia alle aziende sia ai governi di accollarsi spese a breve termine per benefici a lungo termine.
Quando le aziende e i governi si ritrovano con le spalle al muro, di solito fanno il contrario.
Quasi certamente, il meglio che possiamo augurarci è che i nostri leader stiano alla larga dal nazionalismo economico-rubamazzo degli anni Trenta: per consentir loro di andare oltre, si renderà inevitabile uno spostamento più incisivo delle aspettative nei loro confronti da parte degli elettori e degli azionisti. Pertanto fino a quando noi, la popolazione, saremo guidati nelle nostre scelte finanziarie e politiche dalla stella polare dei profitti economici a medio termine, non dovremmo biasimare i nostri leader di adoperarsi per darci ciò che chiediamo.
Una terza, essenziale presa di coscienza ci obbliga dunque a guardare alle nostre personali stelle polari: quanti più soldi e “cose materiali” ci occorrono? Siamo sicuri che chi si accontenta gode? (“No”, dicono all’ unisono i pubblicitari). Potremmo farcela con meno? Che cosa vi sta davvero a cuore? Che cosa contribuisce in misura maggiore alla vostra felicità personale? Che lo crediate o meno, esiste ora un intero sottocampo di studi accademici sulla felicità: l’ economista Richard Laynard ha scritto un libro molto interessante che si intitola “Happiness, Lessons from a New Science”.
Sarà questa ciò di cui parlava Nietzsche, alludendo alla “gaia scienza”? Uno studioso olandese, Ruut Veenhoven, ha creato un database mondiale della felicità che annovera classifiche nazionali: ha illustrato i risultati delle sue ricerche su un sito web canadese in un articolo intitolato “Il Canada supera gli Stati Uniti nell’ indice di felicità globale”, nel quale ovviamente è la vittoria sugli Usa a contribuire in buona parte alla felicità materiale dei canadesi.
Una classifica diversa e una “mappa mondiale della felicità” a quanto pare sono state messe a punto dall’ università britannica di Leicester. La Danimarca si colloca in entrambe al top della classifica. Infine, esiste anche un “Giornale di studi sulla felicità” (il cui editore molto verosimilmente se la ride per tutto il tragitto che compie fino alla banca).
Indipendentemente da ciò che pensate del valore sostanziale di questa roba – scusatemi, di questa scienza – potete trascorrere tranquillamente un’ oretta a navigare in Rete per leggerne di più e chiedervi quanto di ciò sia inventato di sana pianta. Tornando a questioni più serie, invece, alcune scelte effettivamente ricadono sui singoli cittadini della middle-class dei Paesi più ricchi. Deve essere chiaro che il pianeta non può tollerare che 6,7 miliardi di persone vivano come vive oggi la middle-class in America settentrionale e in Europa occidentale, per non parlare delle previsioni entro la metà del secolo di arrivare a nove miliardi di abitanti del pianeta: o una più ampia parte del genere umano dovrà essere escluso dai benefici del benessere, o il nostro stile di vita dovrà necessariamente cambiare.
Il mantra col quale la maggior parte dei nostri leader politici e del mondo degli affari entra nel 2009 è “torniamo alla crescita economica, costi quel che costi”. Similmente all’ equipaggio di una barca in piena tempesta, si ripropongono di tenerla a galla e in moto sui marosi, senza curarsi di quale sia la rotta da seguire, ma mentre ci dirigiamo verso l’ epicentro della tempesta, che ancora non ci ha colpiti, dovremmo dare enorme importanza alla rotta che seguiamo.
Ciò rende inevitabile una leadership di alto livello, ma anche cittadini in grado di esigere una tale leadership. Per quanto mi riguarda, sarei felice di apportare al mio stile di vita i cambiamenti che dovessero rendersi necessari? Quasi sicuramente no, ma quanto meno mi piacerebbe sapere quali dovrebbero essere. (Beh, buona giornata)
Traduzione di Anna Bissanti
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