Cosa manca a Matteo Renzi? Un’idea di sinistra.

di Stefano Cappellini-ilmessaggero.it
A Matteo Renzi va riconosciuto un merito non secondario: ha coraggio. Non è merce molto diffusa nel Pd. Il modo in cui Renzi è diventato sindaco di Firenze, vincendo primarie nelle quali correva contro i candidati ufficiali del partito, ne è stata la dimostrazione principale. Anche nella sua contestazione all’attuale leadership democratica dimostra una intraprendenza che troppo a lungo, e per più di una generazione, è mancata ai giovani del Pd.

Aggiungiamo che la necessità di rinnovare il gruppo dirigente democratico è tema di assoluta urgenza, che può essere negato solo per cecità politica o per malafede. La gran parte della nomenclatura del Pd, con poche ma significative eccezioni, ha cavalcato tutti i vent’anni della Seconda Repubblica e con poca gloria. Gli stessi maggiorenti e capicorrente sono stati di volta in volta ulivisti e anti-ulivisti, prodiani e anti-prodiani, destrorsi e sinistrorsi. Il problema di un radicale ricambio non è dunque tanto una questione di vetustà, ma soprattutto di credibilità. Le ragioni di Renzi rischiano però di essere indebolite, fino quasi a essere cancellate, dai limiti della sua proposta politica. Limiti di forma e insieme di sostanza.

Innanzitutto c’è una questione che potremmo definire di appartenenza. Pier Luigi Bersani rischia di mancare il bersaglio quando accusa Renzi di «tirare calci», perché le contese per la leadership non sono mai un pranzo di gala e se ai giovani si toglie l’arma del conflitto dovranno far conto solo sulla cooptazione dei vertici. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Ma Bersani ha ragione quando, con la metafora dei calci, vuole intendere anche che la battaglia di Renzi sembra condotta, e non da oggi, contro il Pd, più che dentro il Pd.

Renzi ha spiegato a Firenze che ha scelto di non nominare Berlusconi, perché «così si guarda avanti». L’ultima campagna elettorale ha dimostrato che non basta ignorarlo, Berlusconi, per metterselo alle spalle. Renzi è peraltro uno di quei leader che dal berlusconismo attingono eccome, imitandone la tendenza a fare più attenzione alla confezione che al contenuto. Non è il primo né l’unico a sinistra, anzi. Per testimoniare la carica di innovazione dei cosiddetti rottamatori riuniti a convegno alla stazione Leopolda di Firenze s’è inventato la parola d’ordine del wiki-Pd. Un nome di battesimo internettiano, suggestivo e certo familiare alle orecchie dei ventenni-trentenni.

Ma in cosa consiste il wiki-Pd? Perché dovrebbe essere meglio del bronto-Pd? A chi è in grado di
parlare questa formula, oltre che alla comunità dei social network e degli smartphone? Mistero. Troppo spesso ci si dimentica che Berlusconi ha sì inaugurato la stagione della politica spettacolo e ipermediatica, ma poi i suoi storici slogan vincenti sono stati «meno tasse per tutti» e «aiutare chi è rimasto indietro». Sospettiamo che la wiki-politica sia una formula molto cool e smart, utile a fare (ottima) immagine, meno a rendere il Pd una credibile forza di governo, seppure in mano a una nuova generazione.

Ma peggio ancora va nei passaggi in cui Renzi cerca di dare una sostanza all’etichetta giovanilistica. A parte la polemica con i «vecchi», il messaggio principale arrivato dalla Leopolda è che Marchionne è in cima al pantheon dei rottamatori. Una apologia del marchionnismo che oltre ad arrivare decisamente fuori tempo massimo – nel momento in cui il manager è pesantemente sotto accusa per il deficit di politica industriale della Fiat – è incompatibile con l’ambizione di guidare il principale partito del centrosinistra. Non perché Renzi sia «di destra», come gli ha rimproverato Nichi Vendola, a torto, visto che neppure nella maggioranza di centrodestra la linea Marchionne riscuote l’acritico consenso che Renzi e i suoi gli hanno tributato a Firenze. Un grande partito di centrosinistra non si sdraia sulle ragioni dell’una o dell’altra parte.

Nella recente contesa Fiat-Fiom il Pd ha giustamente cercato, con fatica ma a ragione, di coniugare le istanze di una grande impresa nell’economia globalizzata e le sacrosante ragioni del mondo del lavoro, cui un grande partito di centrosinistra non può voltare le spalle in nome di astratti furori ideologici. Parlare all’elettorato del campo opposto è un obiettivo giusto. Ma non è con il salto di barricata o con la scorciatoia del marchionnismo che la strategia di allargare i consensi può funzionare.

E se a Renzi non è chiaro, per rendersene conto gli basta fare un salto in Parlamento, dove il capolista del Pd in Veneto alle ultime elezioni, Massimo Calearo, già falco di Federmeccanica e berlusconiano ante litteram, è tornato alle origini e non nega mai il suo voto di fiducia al governo del Cavaliere. (Beh, buona giornata).

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