Medice cura te ipse.

Molti medici prendono troppo a cuore le sofferenze dei loro pazienti, sviluppando la sindrome conosciuta come ‘fatica da compassione’.

Lo afferma Lidia Genovese, psicologa di un Istituto di ricerca di Sydney, alla Conferenza sui servizi di salute mentale in corso nel Queensland.

Per la ricercatrice, i professionisti della sanità nemmeno riconoscono di soffrire di questa patologia e rischiano l’esaurimento.

Per questo dovrebbero consultare regolarmente un professionista di salute mentale.

Come dire che se la prendono talmente a cuore che gli si ammala l’animo. Ma temo la cosa sia soprattutto dovuta al fatto che in tempi di neoliberismo sfrenato, di più stato e meno mercato a tutti i costi, veder tagliare le spese per la sanità, dunque l’attenzione verso i malati, fa venir male anche ai medici, ai paramedici, agli operatori della sanità in genere.

Soprattutto quando sui malanni ci si specula, si costruiscono lobby, carriere politiche, sperperi e serbatoi di voti. La salute delle classi più deboli è diventa un voce di bilancio, da far quadrare, al di là e al di fuori della realtà sociale. E un malato diventa una voce di spesa o un numero da mettere nella colonna delle entrate.

Anche se Ippocrate non era un contabile, oggi comanda la bottom line, l’ultimo rigo, sotto cui iscrivere un cifra, il più vicina possibile ai risultati finanziari previsti dal bilancio. Come dire che conta più la forbice di un direttore finanziario, che il bisturi di un chirurgo. Infatti, quando di parla di sanità si parla sempre di tagli.

Nelson Mandela una volta ha detto che l’Aids era un grande flagello dell’umanità, ma che c’era una epidemia peggiore dell’Aids: i pessimi governi. Beh, buona giornata.

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