Venerdì 13 porta bene o porta male?

di Paolo Ciofi  da Megachip.info

Lo sciopero del 13 prossimo, indetto dalla Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, che vedrà scendere in piazza a Roma in un’unica manifestazione due categorie di lavoratori fondamentali per il presente e il futuro del Paese come i metalmeccanici e i dipendenti pubblici, è di per sé una novità di rilievo, e va sostenuto per tanti motivi. Ma in questo passaggio cruciale dell’Italia, lacerata da una crisi economica e sociale, al tempo stesso istituzionale, politica e morale, emerge soprattutto una motivazione che a mio parere più di ogni altra, proprio in questo momento, si fa apprezzare.

È l’unità conquistata su una piattaforma di lotta alla recessione, per i diritti e per la tutela di occupazione e salari, da due settori del lavoro dipendente in apparenza molto distanti, e spesso giocati l’uno contro l’altro dai governi e dalla Confindustria. Un segnale e una scelta di particolare rilievo perciò, in controtendenza rispetto alla frantumazione del lavoro, alle divisioni tra categorie e interne alle categorie, alla contrapposizione spesso scientificamente praticata tra uomini e donne, tra “garantiti” e precari, tra nativi e stranieri, tra giovani e anziani. In una parola, rispetto alla svalorizzazione del lavoro che, al fondo, è all’origine della crisi globale.

La vicenda clamorosa della Lindsey Oil nel Lincolnshire, dove i lavoratori britannici oppressi dalla disoccupazione ed espropriati del futuro hanno scioperato contro i loro “colleghi” italiani e portoghesi reclutati dalla Total, è indicativa del livello altamente conflittuale che può raggiungere la concorrenza tra operai senza lavoro e in apprensione per sé e per le proprie famiglie. Un fenomeno non nuovo, anzi tipico degli albori del capitalismo, quando i salariati non avevano rappresentanza sindacale e politica, e che oggi si ripete in forme diverse e meno vistose in tante regioni dell’Europa e dell’Italia.

Ma se la competizione spietata tra chi vive del proprio lavoro certifica inequivocabilmente il fallimento della globalizzazione del capitale magnificata come l’epifania della crescita, del benessere e della sicurezza – vale a dire di un modello sociale che si sta risolvendo in una catastrofe umana e ambientale proprio perché fondato su un gigantesco processo planetario di subordinazione e di precarietà del lavoro – , non è pensabile di poter uscire dalla crisi con un ritorno al passato. Le politiche protezioniste e nazionaliste, con l’innalzamento di nuove barriere, finirebbero per rendere esplosive tutte le contraddizioni senza mettere in discussione il modello sociale. Vale a dire che le toppe sarebbero persino peggio dei buchi.

Perciò mi pare di fondamentale importanza il messaggio che la giornata del 13 ci manda: per uscire positivamente dalla crisi, per tutelare diritti, salari e occupazione, ma anche per difendere la Costituzione e la Repubblica democratica, è necessaria la ricomposizione unitaria del mondo del lavoro, una nuova centralità dei lavoratori e delle lavoratrici nelle scelte sindacali e di governo. E per questo è necessario praticare l’esercizio della democrazia e forme di lotta che indichino obiettivi concreti, capaci di guadagnare consensi di massa, non solo sul terreno sindacale ma anche su quello politico.

Ciò vuol dire, per essere chiari fino in fondo, riconoscere i caratteri e gli interessi dei lavoratori del XXI secolo, distinguendoli e separandoli da quelli del capitale, spostando il centro di gravità del conflitto dalla dispersione tutta interna al pluriverso dei lavori sull’asse discriminante della dualità lavoro-capitale. E poiché le scelte del governo, al di là della loro inconsistenza, vanno nella direzione esattamente opposta, sia nella versione più vicina alla Confindustria, sia in quella che si riconosce nella “territorialità” della Lega, esse vanno duramente contrastate.

Depurata della demagogia contro i padroni, la posizione leghista in realtà azzera nei territori la dualità lavoro-capitale, ponendo al centro un duplice conflitto: contro lo Stato che deruba i “padani” delle loro ricchezze, e contro gli “stranieri” non padani che rubano il lavoro. Da una parte, si tende a consolidare un blocco d’ordine che mette insieme padroni e salariati, spostando tutte le contraddizioni all’interno del lavoro dipendente. Dall’altra, si ripristina il vecchio Stato gendarme con funzioni repressive contro gli “altri”. Nell’un caso e nell’altro si diffonde la paura, si piccona lo Stato di diritto, si rafforza in ultima istanza il dominio del capitale sul lavoro, mentre il tessuto sociale si disgrega e il Paese si disunisce.

La retrocessione verso il protezionismo, il nazionalismo, la “territorialità” e il localismo miope, la costruzione di nuove muraglie non solo psicologiche nella fase più drammatica della crisi, quando si perdono milioni posti di lavoro e nel pianeta cresce la miseria, generano solo rancore e odio alimentando i razzismi e la sindrome della lotta di tutti contro tutti. È il brodo di coltura in cui si moltiplicano i bacilli della violenza, delle svolte reazionarie e di destra, di una guerra senza vincitori né vinti perché porterebbe alla dissoluzione del pianeta.

Sono forti le ragioni per raccogliere il segnale di luce che i metalmeccanici e i lavoratori pubblici hanno acceso illuminando la strada della ricomposizione unitaria del lavoro: muovendo dal basso, dalle fabbriche e dagli uffici, come pure dai territori, per innovare sindacati e politica riempiendoli di contenuti, allargando l’orizzonte alla dimensione nazionale, europea e globale. Ormai è chiaro che a livello europeo c’è bisogno di una nuova impostazione sindacale e politica, che faccia del parametro lavoro la misura di riferimento per l’integrazione: massima occupazione come obiettivo strategico da perseguire; contratto europeo per le categorie fondamentali della produzione industriale e agraria, della ricerca e dei servizi; parità di salario tra uomini e donne per parità di prestazione; diritto al lavoro come fondamento della libertà e dell’uguaglianza, e dunque eliminazione del precariato e di ogni restrizione alla libera circolazione delle persone.

Anche a livello nazionale la ricomposizione unitaria del lavoro, al fine della valorizzazione massima delle lavoratrici e dei lavoratori nella società e nella politica, assume il significato di un obiettivo strategico verso il quale occorre con determinazione incamminarsi per tre principali ragioni. Innanzitutto, per uscire dalla crisi attraverso il cambiamento del modello economico-sociale. Senza di che, se si continuano a privilegiare rendite e profitti, non si rimuovono le cause di fondo della crisi e l’Italia rischia di andare a picco. Le misure del governo non sono altro che elargizioni a pioggia, insufficienti nelle quantità  e sbagliate nella sostanza perché prive di una visione strategica e perché non collegano gli incentivi alle imprese con la garanzia dell’occupazione e con il vincolo ambientale.

Ma c’è di più, dal momento che l’accordo siglato da governo e Confindustria con Cisl, Uil e Ugl sul modello contrattuale, nel tentativo di isolare la Cgil si qualifica in realtà come un errore capitale di cui tutti rischiamo di pagare le conseguenze. Perché, colpendo i salari e depotenziando il contratto nazionale, in definitiva si finisce per incentivare il diffondersi della crisi, indebolendo le difese del Paese. Come ha spiegato con dovizia di argomenti sul Corriere della sera del 5 febbraio Robert Reich, ex segretario al lavoro nell’amministrazione Clinton, un moderato abituato a fare i conti con i fatti e non a raccontare favole, la recessione è cosi grave perché si è fortemente ridotto il potere d’acquisto dei salari in conseguenza dell’indebolimento dei sindacati e del calo della sindacalizzazione dei lavoratori. Per cui la ricetta per la ripresa è: salari più alti e maggiore potere contrattuale ai lavoratori. Una ricetta che viene dall’America, alla quale forse non saranno insensibili i signori Bonanni e Angeletti e la signora Polverini, i quali per ora si rifiutano di sottoporre al referendum di tutti i lavoratori gli accordi che hanno firmato. Un’idea strana della democrazia, proprio nel momento in cui la democrazia di questo Paese è messa a rischio.

Forse – e in secondo luogo – ai più sfugge che per la tenuta democratica dell’Italia la ricomposizione unitaria del mondo del lavoro e il protagonismo dei lavoratori è un fattore decisivo. Anche per questa seconda e fondamentale ragione vanno respinte con nettezza le iniziative del governo volte a limitare il diritto di sciopero, come pure la linea convergente Sacconi-Giavazzi-Ichino, che in nome delle “riforme” lavoriste mira a scambiare sussidi con diritti (come l’articolo 18). Pensare che si possano difendere i diritti civili sulle macerie di diritti sociali è fuori dalla logica democratica e da ogni concreta possibilità. A tale proposito, e a maggior ragione in presenza degli sviluppi drammatici della crisi, siamo ancora in attesa che il segretario Veltroni smentisca l’affermazione secondo cui «se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale». Un principio del tutto demodé e difficile da attribuire a chi dichiara di voler combattere la destra.

Infine, ultimo ma non per importanza, il riconoscimento del valore centrale del lavoro nella società e nella politica è il presupposto imprescindibile per la ricostruzione di una sinistra che voglia avere consenso di massa e si proponga di trasformare la società. Un tema che non si può omettere, e su cui bisognerà ritornare. Per ora constatiamo che di fronte alla crisi del capitalismo di questo secolo, la sinistra non dispone di una visione comune e adeguata circa il modo di avviare un modello diverso dell’economia e della società. Ma proprio perciò è di grande valore lo stimolo che potrà venire dalla giornata del 13: ricominciare dal lavoro, fattore costitutivo della persona e coesivo della società, fondamento della libertà e dell’uguaglianza, come del resto la Costituzione prescrive.

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