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“Vieni via con me” rovescia il rapporto fra televisione e politica.

Il format Saviano tra politica e tv, di ILVO DIAMANTI-la Repubblica

QUESTA sera, a “Vieni via con me”, è ospite il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Arriva su Rai Tre dopo una settimana di polemiche: contribuiranno a tenere alta l’audience della trasmissione. Sarebbe, tuttavia, sbagliato interpretarle come un segno di insofferenza da parte delle forze politiche di governo e dei dirigenti della tivù “loro fedeli” contro programmi e conduttori sgraditi. Dopo Santoro, Gabanelli, Dandini: Fazio e, soprattutto, Saviano. Certo, c’è anche questo.

Ma “Vieni via con me”, a mio avviso, non è “un caso”, semmai: una svolta. Perché rovescia il rapporto fra televisione e politica. Non più la televisione al servizio della politica, ma neppure la televisione e la politica, in rapporto di reciprocità e di scambio. È la “politica al servizio della televisione”. Meglio ancora: la televisione che “usa” la politica, a sua volta “usata” da un intellettuale e scrittore per narrare la politica. Si tratta di un format originale, che conclude un percorso che dura da anni. Cominciato dopo la caduta della Prima Repubblica, quando la politica “controllava” la televisione e la delimitava in spazi “separati”. Le “tribune politiche”, al tempo dei partiti immersi nella società e nelle istituzioni. Poi, agli inizi degli anni Novanta, Gad Lerner, per primo, entra “Nella tana della Lega”. Scruta il “Profondo Nord”. Mette in scena Tangentopoli e lo scontro fra “Milano e l’Italia”.
In teatro, il pubblico rappresenta la piazza, meglio le piazze (lo spettacolo è itinerante) della società civile in rivolta. Mentre sul palco scorrono gli attori della nuova stagione politica e antipolitica. Primi: i leghisti. E poi, sindaci, magistrati, giudici, piccoli imprenditori. Il Nord e il Nordest.

La “discesa in campo” di Berlusconi cambia ancora la scena. Impone alla politica le logiche della comunicazione e del marketing. Non solo: le orienta e le controlla, vista la sua posizione dominante nel sistema televisivo. Avanza, così, la “democrazia del pubblico” (come la definisce Bernard Manin). È la “Repubblica dei media” (titolo di un recente saggio di Carlo Marletti, edito da “Il Mulino”). Dove la televisione prende il posto del territorio e della partecipazione. Dove gli elettori divengono spettatori e i partiti si personalizzano. Al servizio di leader che diventano, a loro volta, “attori” e “comparse” di nuovi format. I “salotti” e le trasmissioni di dibattito, che si svolgono in studio. Protagonisti, i conduttori. Floris, Vespa, Santoro, Mentana, Ferrara (e quelli che seguono: Vinci, Gruber, ecc.). Insieme agli uomini politici. Che recitano se stessi. Di fronte a un pubblico limitato di “tifosi”. Riproducono il dibattito politico seguendo le regole della comunicazione. Cioè, si danno sulla voce e si scontrano talora con violenza. Perché in questo modo si alzano gli ascolti. Audience e popolarità politica – questa la convinzione o, forse, la superstizione – coincidono. Per altro verso, i politici si mischiano con personaggi di altri ambienti. Spettacolo, sport, cultura. Mentre gli specialisti della psicologia, della società, della politica e soprattutto i professionisti dei sondaggi fanno da garanti dell’Opinione Pubblica. Così, si realizza un processo di ibridazione, che rende difficile distinguere la politica dallo spettacolo. È la “politica pop” (descritta da Mazzoleni e Sfardini e raccontata per anni, su queste pagine, da Berselli). La “politica immediata”. Senza mediazione, se non quella dei media. Che si svolge sotto gli occhi del pubblico. In tempo reale. Ogni giorno, ogni sera, un salotto, un’arena, un dibattito. Come un reality. Una sorta di “Grande fratello”, dove tutti fingono di comportarsi “come se” non ci fossero le telecamere a osservarli. “Come se” non vi fossero copioni e regie accorte a definire le situazioni.

“Vieni via con me”, programma di Roberto Saviano e Fabio Fazio, segna un ulteriore cambiamento. Anzi, un rovesciamento di modello. Giovanni Minoli ha evocato “la televisione che si mangia la politica”. Definizione efficace, ma parziale. Perché, in questo caso, la televisione è, a sua volta, “usata” da un intellettuale – Saviano – per narrare, in modo critico, i temi tragici e topici del nostro tempo. La criminalità organizzata, l’eutanasia, le connessioni tra malavita e affari, la demonizzazione dell’avversario. È la “tivù come narrazione critica”, interpretata da personaggi del teatro, della società, dello spettacolo e della cultura, della politica. Paolo Rossi e Beppino Englaro, Gianfranco Fini e Antonio Albanese. Roberto Benigni, Pierluigi Bersani e Roberto Maroni. Non recitano se stessi. Recitano e basta. Con un successo di pubblico strabiliante. Oltre 7 milioni la prima puntata, più di 9 la seconda. Il 30% di share, ma circa il 15% della popolazione e il 20% degli elettori. Un risultato favorito dal contributo di componenti in parte nuove e distaccate dalla tivù. O almeno, a questo tipo di programmi. Giovani istruiti, fra 15 e 30 anni, residenti nel Centro-Nord. (Lo ha messo in luce Stefano Balassone su Europa, analizzando i dati dell’Auditel.)

Il che mi induce ad avanzare due considerazioni. O meglio, due ipotesi.
1. Nella società è ormai diffusa l’insofferenza verso la politica come marketing e come spettacolo. Verso il “Grande Fratello politico”. Questo sentimento, tuttavia, come nel passato, si rivela e si sfoga proprio attraverso la televisione. Usa Saviano e Fazio, capaci di allestire una narrazione della società e della politica alternativa a quella dominante. Dove i “politici” recitano come personaggi di una commedia. La “loro” commedia. Al servizio del pubblico. Cioè: la (cosiddetta) società civile.
2. Non sono un critico di televisione (come Antonio Dipollina e Aldo Grasso). Tuttavia, immagino che le logiche della comunicazione – mediatica e politica – imporranno “Vieni via con me” come un nuovo format. Al di là delle polemiche. Le quali, anzi, ne alimentano il successo. In ambito mediatico e politico. (D’altronde le distanze fra i due campi non si vedono). Nove milioni di spettatori, al tempo della “democrazia del pubblico”, possono convincere Maroni – Ministro dell’Interno e leader della Lega – ad accettare le regole imposte da Saviano. Cioè a recitare per lui, alle sue condizioni. E fanno di Saviano un leader d’opinione. Al tempo stesso: mediatico e politico. Nell’ordine che si preferisce. (Beh, buona giornata).

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