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Vecchi altarini di Matteo Renzi.

(fonte: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=528)

Firenze: Ritratto di Matteo Renzi, candidato PD a sindaco. Interessanti i suoi rapporti con dei noti immobiliaristi e altro ancora. Altro che l’Obama fiorentino! (A cura della sinistra unita e plurale (SUP)di Firenze).

Matteo Renzi è figlio di Tiziano Renzi, ex parlamentare della DC e gran signore della Margherita e della Massoneria in Toscana. Il feudo
incontrastato della famiglia Renzi è il Valdarno, dal quale si stanno allargando a macchia d’olio. Il padre di Matteo controlla dalla metà degli
anni ’90 la distribuzione di giornali e di pubblicità in Toscana. Questo, unito agli affari con la Baldassini-Tognozzi, la società un po’ edile e un
po’ finanziaria che controlla tutti gli appalti della Regione, spiega l’ascesa di Matteo Renzi.
Le prime 10 cose che non vanno di Matteo Renzi:

1) Da presidente della Provincia, tra il 2004 e il 2009, ha acquisito il controllo di tutta la stampa locale, radio e tv, in Toscana. L’ultimo giornale che un po’ gli era ostile era “La Nazione”. Per questo, in occasione dei 150 anni di questo giornale, ha fatto ospitare dai locali della Provincia, in via Martelli, una mostra che, naturalmente, è stata pagata coi soldi di noi contribuenti. In questo modo, La Nazione è divenuta renziana.

2) Renzi per controllare ancora meglio l’informazione locale, ha trovato un secondo lavoro a moltissimi giornalisti: gli uffici stampa degli eventi
organizzati dalla Provincia, come il Genio fiorentino, il suo stesso portavoce, tutta una serie di riviste inutili e costossime per la collettività (Chianti News, InToscana, ecc.) servono a lui e a Martini, il presidente della Regione, a tenersi buoni i cronisti locali. Inoltre, trasmissioni come “12 minuti col Presidente”, che va in onda su RTV 38 e Rete 37, gli sono servite a dare delle tangenti legalizzate alle redazioni di queste emittenti che ormai, in lui, riconoscono il vero datore di lavoro.

3) Tra le cose di cui più si vanta Renzi, vi è il recupero di Sant’Orsola.
Il grande complesso situato in San Lorenzo, chiuso e abbandonato da molti decenni, sarebbe stato recuperato dalla Provincia -così dice Renzi- conun
investimento iniziale di 20 milioni di euro. E questo non è vero. Infatti, a bilancio, a fine anno, la Provincia per Sant’Orsola ha stanziato la miseria di un milione di euro. E’ un esempio del suo continuo modo di mentire.

4) Renzi in questi 5 anni ha utilizzato la Provincia allo scopo di promuovere la propria immagine personale coi soldi nostri. A questo servono manifestazioni inutili e costose come “Il Genio fiorentino e “Riciclabilandia”. Attraverso l’utilizzo delle consulenze, degli uffici stampa, della commissione di sondaggi, pubblicazioni e pubblicità ha creato una vasta rete clientelare di giornalsti che non ne contraddicono mai le posizioni.

5) L’inchiesta di Castello: Matteo Renzi, come presidente della Provincia, è molto più coinvolto del sindaco Domenici. Infatti, le opere oggetto dell’inchiesta sono quasi tutte commissionate dalla Provincia: tre scuole, una caserma nonché naturalmente il nuovo (e che bisogno c’è?) palazzo della Provincia. Eppure sui giornali ci è finito Domenici.

6) Il braccio destro di Ligresti, patron della Fondiaria, Rapisarda, lo si vede bene nelle intercettazioni telefoniche, pretende che per le commissioni di Castello la Provincia faccia una gara d’appalto. “sennò ci accusano di fare noi il prezzo”, spiega Rapisarda al telefono all’assessore Biagi.
Pochi giorni dopo quella telefonata, compare questo titolo su Repubblica: “Renzi contro la Fondiaria: per Castello si farà la gara d’appalto”. Ovvero: Renzi è colui che meglio esegue le volontà della Fondiaria e poi appare addirittura come quello contro i poteri forti!

7) Nel 2004 come prima cosa taglia i fondi della Provincia per la raccolta differenziata. Risultato, i Verdi si arrabbiano (giustamente) e lui li espelle dalla Giunta.

8) DAl 2004 Renzi ha creato un’infinità di società alle quali la Provincia commissiona eventi culturali, indagini di mercato e così via. Il caso più clamoroso è quello di “Noilink” che, durante le primarie del PD, diventa il suo vero e proprio comitato elettorale!

9) Tutti i giornaletti del cappero che arrivano nelle case dei fiorentinim a partire da “Prima, Firenze!” sono stampati coi soldi della Provincia

10) Nessun giornalista osa fare una domanda su quanto abbiamo riportato nei primi nove punti a Matteo Renzi.

(Beh, buona giornata).

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Il movimento del 99% pone la questione globale della democrazia come controllo dell’economia.

di ULRICH BECK-la Repubblica- (traduzione di Carlo Sandrelli).

COM’ È possibile che un caldo autunno americano, sul modello della primavera araba, distrugga il credo dell’ Occidente, cioè la visione economica dell’ american way? Com’ è possibile che il grido “Occupy Wall Street” raggiunga e trascini nelle piazze non soltanto i ragazzi di altre città americane, ma anche quelli di Londra, Vancouver, Bruxelles, Roma, Francoforte e Tokio? I contestatori non sono andati soltanto a far sentire la loro voce contro una cattiva legge o a sostenere qualche causa particolare: sono scesi in piazza a protestare contro “il sistema”.

Ciò che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora ricominciaa essere chiamato “capitalismo” viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a una critica radicale. Perché il mondo è improvvisamente disposto a prestare ascolto, quando Occupy Wall Street rivendica di parlare a nome del 99% dei travolti contro l’ 1% dei profittatori? Sul sito web “WeAreThe99Percent” si possono leggere le esperienze personali di quel 99%: quelli che hanno perduto la casa nella crisi del settore immobiliare; quelli che costituiscono il nuovo precariato; quelli che non possono permettersi nessuna assicurazione contro le malattie; quelli che devono indebitarsi per poter studiare. Non i “superflui” (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze. Questo delegittima e destabilizza “il sistema”. Certo, il rischio finanziario globale non è (ancora) una catastrofe finanziaria globale. Ma potrebbe diventarlo.

Questo condizionale catastrofico è l’ uragano abbattutosi nel mezzo delle istituzioni sociali e della vita quotidiana delle persone sotto forma di crisi finanziaria. È irregolare, non si muove sul terreno della costituzione e della democrazia, reca in sé la carica esplosiva di un fenomeno ancora in gran parte sconosciuto, anche se stentiamo ad ammetterlo, e che spazza via le nostre consuete coordinate orientative. Nello stesso tempo, in questo modo una sorta di comunità di destino diventa un’ esperienza condivisa dal 99%. Ne possiamo cogliere il segno nei saliscendi repentini delle curve finanziarie, che con le loro montagne russe rendono immediatamente percepibile il legame tra i mondi. Se la Grecia affonda, è un nuovo segnale del fatto che la mia pensione in Germania non è più sicura? Cosa significa “bancarotta di Stato”, per me? Chi avrebbe immaginato che proprio le banche, così altezzose, avrebbero chiesto aiuto agli Stati squattrinati e che questi Stati dalle casse cronicamente vuote avrebbero messo in un batter d’ occhio somme astronomiche a disposizione delle cattedrali del capitalismo? Oggi tutti pensano più o meno così. Ma questo non significa che qualcuno lo capisca.

Questa anticipazione del rischio finanziario globale, che si fa sentire fin nei capillari della vita quotidiana, è una delle grandi forme di mobilitazione del XXI secolo. Infatti, questo genere di minaccia è ovunque percepito localmente come un evento cosmopolitico che produce un cortocircuito esistenziale tra la propria vita e la vita di tutti. Simili eventi collidono con la cornice concettuale e istituzionale entro cui abbiamo finora pensato la società e la politica, mettono in questione questa cornice dall’ interno, ma nello stesso tempo chiamano in causa sfondi e presupposti culturali, economici e politici assai differenti; analogamente, la protesta globale si differenzia a livello locale.

Sotto il diktat dell’ emergenza le persone fanno una specie di corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo finanziario nella società mondiale del rischio. I resoconti dei media fanno emergere la separazione radicale tra coloro che generano i rischi e ne traggono profitto e coloro che ne devono scontare le conseguenze. Nel Paese del capitalismo da predoni, gli Stati Uniti, sta prendendo forma un movimento di critica del capitalismo – ancora una volta, si tratta di un evento imprevedibile. Abbiamo detto “follia” quando è crollato il muro di Berlino. Abbiamo detto “follia” quando, il 9 settembre del 2001, le Twin Towers di New York si sono disfatte nella polvere. E abbiamo detto “follia” quando, con il fallimento di Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria globale.

Cosa significa “follia”? Anzitutto una conversione spettacolare: banchieri e manager,i fondamentalisti del mercato per antonomasia, fanno appello allo Stato. I politici, come in Germania Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fino a non molto tempo fa esaltavano il capitalismo deregolato, dal giorno alla notte cambiano opinione e bandiera, e diventano fautori di una sorta di socialismo di Stato per ricchi. E ovunque regna il non-sapere. Nessuno sa cosa sia e quali effetti possa realmente produrre la terapia prescritta nella vertigine degli zeri. Tutti noi – vale a dire il 99% – siamo parte di un esperimento economico in grande, che da un lato si muove nello spazio fittizio di un non-sapere più o meno inconfessato (si sa solo che, quali che siano i mezzi adottati e gli obiettivi perseguiti, bisogna impedire qualcosa che non deve in nessun modo accadere), ma, dall’ altro, ha conseguenze durissime per tutti.

Si possono distinguere diverse forme di rivoluzione: colpo di Stato, lotta di classe, resistenza civile ecc. I pericoli finanziari globali non sono nulla di tutto ciò, ma incarnano in modo politicamente esplosivo gli errori del capitalismo finanziario neoliberista che è stato ritenuto valido fino a ieri e che, con la violenza del suo trionfo e della catastrofe ora incombente, esige la loro presa d’ atto e la loro correzione. Essi sono una sorta di ritorno collettivo del rimosso: alla sicurezza di sé neoliberista vengono rinfacciati i suoi errori di partenza. Le crisi finanziarie globali, che minacciano in tutto il mondo le condizioni di vita delle persone, producono un nuovo genere di politicizzazioni “involontarie”. Qui sta il loro bello – in senso politico e intellettuale. Globalità significa che tutti sono colpiti da questi rischi, e tutti si ritengono colpiti. Non si può dire che ciò abbia già dato origine a un agire comunitario; sarebbe una conclusione affrettata. Ma c’ è qualcosa come una coscienza della crisi, che si nutre del rischio e rappresenta proprio questo tipo di minaccia comune, un nuovo genere di destino comune.

La società mondale del rischio – questo mostra il grido del “99%” – può acquisire una consapevolezza matura di sé in un impulso cosmopolitico. Ciò sarebbe possibile se si riuscisse a trasformare la dimostrazione oggettiva di condizioni che si rivolgono contro sé stesse in un impegno politico, in un movimento Occupy globale, nel quale i travolti, i frustrati e gli affascinati, ossia tendenzialmente tutti, scendono in piazza, virtualmente o effettivamente. Ma da dove nasce la forza o l’ impotenza del movimento Occupy? Non può trattarsi soltanto del fatto che perfino gli squali di Borsa si dichiarano solidali. Il rischio finanziario globale e le sue conseguenze politiche e sociali hanno tolto legittimità al capitalismo neoliberista. La conseguenza è che c’ è un paradosso tra potere e legittimità. Grande potere e scarsa legittimità da parte del capitale e degli Stati, e scarso potere ed alta legittimità da parte di quelli che protestano in mo do pittoresco. È uno squilibrio che il movimento Occupy potrebbe sfruttare per avanzare alcune richieste basilari – come ad esempio una tassa globale sulle transazioni finanziarie – nell’ interesse correttamente inteso degli Stati nazionali e contro le loro ottusità.

Per applicare questa “Robin Hood Tax” si dovrebbe dar vita in modo esemplare ad un’ alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globalie la politica nazional-statale. Quest’ ultima potrebbe così compiere il salto quantico consistente nella capacità degli attori statali di agire in una dimensione trans-statale, cioè al di qua e al di là delle frontiere nazionali. Se questa esigenza viene espressa perfino dalla cancelliera federale tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Sarkozy perlomeno nella forma di un bello slogan, allora si può senz’ altro accreditare a questo obiettivo una possibilità di realizzazione. In termini generali, nella consapevolezza globale del rischio, nell’ anticipazione della catastrofe che occorre impedire ad ogni costo, si apre un nuovo spazio politico.

Nell’ alleanza tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale ora si potrebbe ottenere, alla lunga, che non sia l’ economia a dominare la democrazia, ma sia, al contrario, la democrazia a dominare l’ economia. Contro la percezione – che sta diffondendosi rapidamente – di una mancanza di prospettive forse può aiutare la consapevolezza del fatto che i principali avversari dell’ economia finanziaria globale non sono quelli che ora piantano le loro tende nelle pubbliche piazze di tutto il mondo, davanti alle cattedrali bancarie (per quanto importanti, anzi indispensabili siano le iniziative di questi contestatori); l’ avversario più convincente e tenace dell’ economia finanziaria globale è la stessa economia finanziaria globale. (Beh, buona giornata)

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Aspettando il prossimo convegno di Confindustria.

di Roberto Mania-repubblica.it

La casa brucia. L’Italia è a un passo dalla prospettiva del default. Il rendimento dei Btp decennali si è impennato oltre il 6 per cento, lo spread con i Bund tedeschi viaggia costantemente sopra il 4 per cento, la Bce ha ripreso a comprare titoli italiani, crollano le azioni in Borsa, risale l’inflazione, il tasso di disoccupazione è cresciuto all’8,3 per cento e proseguirà in salita con la cassa integrazione che via via esaurirà la sua funzione per lasciare sul campo la perdita di migliaia di posti di lavoro, un giovane su tre, infine, non ha un’occupazione. Succede tutto questo ma gli industriali, piccoli e grandi, hanno perso la voce. Dove sono?

Nelle settimane scorse avevano chiesto, tutte le loro lobby insieme (dalla Confindustria all’Abi, passando per l’Alleanza delle cooperative), “discontinuità”. Hanno lanciato, più alcuni che altri, penultimatum a gogò: ancora venti giorni, quindici, dieci, sei, poi il governo deve andarsene se non è in grado di cambiare rotta. Nulla. Berlusconi ha presentato la lettera-fuffa a Bruxelles. Una lista delle cose non fatte più che di impegni per il futuro. Ma gli industriali hanno detto che andava nella direzione giusta. Fine degli ultimatum. E poi nella lettera hanno ritrovato il vecchio spartito: basta con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con annesso lo slogan “più assunzioni con più licenziamenti”. Il mondo alla rovescia. Per la discontinuità insomma sono arrivati i tempi supplementari. Il rischio terrorismo evocato dal ministro Sacconi? Silenzio. Se ne parlerà – forse – al prossimo convegno. D’altra parte questo è il ponte d’Ognissanti. Il ponte degli industriali.

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Cosa manca a Matteo Renzi? Un’idea di sinistra.

di Stefano Cappellini-ilmessaggero.it
A Matteo Renzi va riconosciuto un merito non secondario: ha coraggio. Non è merce molto diffusa nel Pd. Il modo in cui Renzi è diventato sindaco di Firenze, vincendo primarie nelle quali correva contro i candidati ufficiali del partito, ne è stata la dimostrazione principale. Anche nella sua contestazione all’attuale leadership democratica dimostra una intraprendenza che troppo a lungo, e per più di una generazione, è mancata ai giovani del Pd.

Aggiungiamo che la necessità di rinnovare il gruppo dirigente democratico è tema di assoluta urgenza, che può essere negato solo per cecità politica o per malafede. La gran parte della nomenclatura del Pd, con poche ma significative eccezioni, ha cavalcato tutti i vent’anni della Seconda Repubblica e con poca gloria. Gli stessi maggiorenti e capicorrente sono stati di volta in volta ulivisti e anti-ulivisti, prodiani e anti-prodiani, destrorsi e sinistrorsi. Il problema di un radicale ricambio non è dunque tanto una questione di vetustà, ma soprattutto di credibilità. Le ragioni di Renzi rischiano però di essere indebolite, fino quasi a essere cancellate, dai limiti della sua proposta politica. Limiti di forma e insieme di sostanza.

Innanzitutto c’è una questione che potremmo definire di appartenenza. Pier Luigi Bersani rischia di mancare il bersaglio quando accusa Renzi di «tirare calci», perché le contese per la leadership non sono mai un pranzo di gala e se ai giovani si toglie l’arma del conflitto dovranno far conto solo sulla cooptazione dei vertici. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Ma Bersani ha ragione quando, con la metafora dei calci, vuole intendere anche che la battaglia di Renzi sembra condotta, e non da oggi, contro il Pd, più che dentro il Pd.

Renzi ha spiegato a Firenze che ha scelto di non nominare Berlusconi, perché «così si guarda avanti». L’ultima campagna elettorale ha dimostrato che non basta ignorarlo, Berlusconi, per metterselo alle spalle. Renzi è peraltro uno di quei leader che dal berlusconismo attingono eccome, imitandone la tendenza a fare più attenzione alla confezione che al contenuto. Non è il primo né l’unico a sinistra, anzi. Per testimoniare la carica di innovazione dei cosiddetti rottamatori riuniti a convegno alla stazione Leopolda di Firenze s’è inventato la parola d’ordine del wiki-Pd. Un nome di battesimo internettiano, suggestivo e certo familiare alle orecchie dei ventenni-trentenni.

Ma in cosa consiste il wiki-Pd? Perché dovrebbe essere meglio del bronto-Pd? A chi è in grado di
parlare questa formula, oltre che alla comunità dei social network e degli smartphone? Mistero. Troppo spesso ci si dimentica che Berlusconi ha sì inaugurato la stagione della politica spettacolo e ipermediatica, ma poi i suoi storici slogan vincenti sono stati «meno tasse per tutti» e «aiutare chi è rimasto indietro». Sospettiamo che la wiki-politica sia una formula molto cool e smart, utile a fare (ottima) immagine, meno a rendere il Pd una credibile forza di governo, seppure in mano a una nuova generazione.

Ma peggio ancora va nei passaggi in cui Renzi cerca di dare una sostanza all’etichetta giovanilistica. A parte la polemica con i «vecchi», il messaggio principale arrivato dalla Leopolda è che Marchionne è in cima al pantheon dei rottamatori. Una apologia del marchionnismo che oltre ad arrivare decisamente fuori tempo massimo – nel momento in cui il manager è pesantemente sotto accusa per il deficit di politica industriale della Fiat – è incompatibile con l’ambizione di guidare il principale partito del centrosinistra. Non perché Renzi sia «di destra», come gli ha rimproverato Nichi Vendola, a torto, visto che neppure nella maggioranza di centrodestra la linea Marchionne riscuote l’acritico consenso che Renzi e i suoi gli hanno tributato a Firenze. Un grande partito di centrosinistra non si sdraia sulle ragioni dell’una o dell’altra parte.

Nella recente contesa Fiat-Fiom il Pd ha giustamente cercato, con fatica ma a ragione, di coniugare le istanze di una grande impresa nell’economia globalizzata e le sacrosante ragioni del mondo del lavoro, cui un grande partito di centrosinistra non può voltare le spalle in nome di astratti furori ideologici. Parlare all’elettorato del campo opposto è un obiettivo giusto. Ma non è con il salto di barricata o con la scorciatoia del marchionnismo che la strategia di allargare i consensi può funzionare.

E se a Renzi non è chiaro, per rendersene conto gli basta fare un salto in Parlamento, dove il capolista del Pd in Veneto alle ultime elezioni, Massimo Calearo, già falco di Federmeccanica e berlusconiano ante litteram, è tornato alle origini e non nega mai il suo voto di fiducia al governo del Cavaliere. (Beh, buona giornata).

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Anche in Cina gli indignados.

Da:http://www.china-files.com/archivea.php?author=Simone%20Pieranni,%20Gabriele%20Battaglia

Eccoli qui gli indignados con caratteristiche cinesi. L’Occidente – abituato a proiettare l’immagine di se stesso in tutto il mondo, come se rappresentasse il tutto e non la parte – li attendeva forse sotto forma di dissidenza politica. La Cina traduce invece a suo modo, del tutto materialista, una lotta comune a livello globale: quella contro il capitale finanziario che prima promette e poi affama.
Update 29 ottobre

Stamattina è stato ufficializzato il blocco dell’aumento di tasse previsto prima dei riots che hanno avuto luogo nei dintorni di Huzhou.

Il South China Morning Post, ha riportato alcune testimonianze: ” Il mio capo mi ha appena detto di tornare al lavoro domani, altrimenti sarò messo in una lista nera”, ha detto un lavoratore, aggiungendo che molti altri avevano respinto questo tipo di ordini. “Non voglio andare a lavorare perché il governo sta creando un’aria di tensione con l’invio di poliziotti armati. Questi gesti non fanno altro che aumentare il risentimento.

Il lavoratore in questione inoltre conferma le voci di possibili morti negli scontri: “ho visto due lavoratori migranti perdere i sensi dopo essere stati picchiati dalla polizia armata, ma le autorità locali affermano che nessuno è morto.”

La cronaca.

Il South China Morning Post li ha definiti – oggi 28 ottobre – gli indignati cinesi. Non hanno hashtag su Twitter, stickers stilosi e portavoci noti, ma sono inferociti: si tratta dei proprietari di piccole aziende e i loro lavoratori. Dopo un periodo di crisi dovuta a mancanza di credito dalle banche, ieri si sono riversati per strada per protestare contro l’aumento delle tasse. Una novità assoluta per la Cina: padroncini e operai insieme contro le autorità.

E’ accaduto a Huzhou, nello Zhejiang considerata la capitale mondiale dell’abbigliamento per l’infanzia: da lì provengono tutti i vestiti dei bambini cinesi e occidentali, da lì è partita una nuova stagione di proteste in Cina. Dopo aver rifiutato il pagamento delle tasse, da una piccola fabbrica di abbigliamento è partita la protesta che ha portato i proprietari di piccole imprese e i loro lavoratori a distruggere strutture pubbliche, rovesciando e incendiando veicoli. Si tratta di un fenomeno nuovo in Cina, che vede per la prima volta dalla stessa parte piccoli imprenditori e lavoratori.

La situazione nella regione che costituisce il polmone economico del paese ha vissuto così un aumento della tensione. Dopo la fuga di molti imprenditori, schiacciati dagli usurai, e il fallimento delle piccole e medie imprese, la protesta è sfociata in scontri. Sarebbero 28 gli arrestati, mentre le forze dell’ordine cercano di riportare la calma nella città. Il malcontento però, non sarebbe limitato ad Huzhou, l’intera regione è ormai in fibrillazione, in attesa delle annunciate manovre di sostegno del governo centrale. Xinhua ha riferito che diversi agenti di polizia e responsabili della gestione della città sono stati feriti quando oltre 100 manifestanti si sono recati presso la sede del governo, scagliando pietre contro gli edifici e distruggendo lampioni e insegne. Sempre secondo l’agenzia ufficiale cinese, le violenze si sarebbero inasprite dopo che mercoledì un gran numero di manifestanti aveva bloccato una strada principale e un veicolo aveva abbattuto dieci manifestanti.

Secondo quanto riportato dai media locali, la folla di manifestanti avrebbe lasciato gli uffici del governo solo nella notte di mercoledì, salvo riunirsi alle prime luci dell’alba di giovedì 27 ottobre: avrebbero nuovamente assaltato il palazzo distruggendo almeno trenta macchine parcheggiate nelle vicinanze e altri edifici pubblici. Secondo alcuni abitanti della zona che si sono espressi attraverso Weibo, il Twitter cinese, i manifestanti sarebbero stati in realtà migliaia, mentre non si è ancora a conoscenza dell’eventuale numero dei feriti tra chi protestava. L’incidente è stato l’ultimo di una serie di sollevazioni di massa che hanno scosso le regioni meridionali negli ultimi mesi. A settembre, centinaia di residenti avevano bloccato una strada e preso d’assedio la stazione di polizia nel villaggio di Wukan, per protestare contro la presunta cessione di un allevamento di maiali di proprietà collettiva. Secondo alcuni blogger la rabbia dipenderebbe dall’aggravio del carico fiscale, come nel caso di una fabbrica che si è vista aumentare le tasse sulle proprie macchine da cucire.

Il commento.

Tra mercoledì e giovedì, centinaia (secondo Xinhua) o migliaia (secondo testimonianze locali) di piccoli imprenditori con i loro dipendenti sono scesi in piazza a Huzhou, nello Zhejiang, assaltando uffici pubblici e incendiando automobili, per protesta contro l’aumento delle tasse locali.

La rivolta trasversale, una vera e propria alleanza dei ceti produttivi, prende di mira i simboli del potere politico e discende direttamente dalla stretta del credito alle piccole imprese, imposta dall’alto per frenare l’inflazione, che sta di fatto strangolando quel settore che è stato la vera e propria spina dorsale del boom cinese. Fine dei finanziamenti, aumento delle tasse, diminuzione degli ordinativi internazionali, crescita dell’inflazione: una miscela letale per una piccola industria che attraverso l’export ha trainato il Paese per trent’anni. Il South China Morning Post li ha definiti “indignati”: un caso?

Se vogliamo, si tratta di una protesta che assomiglia più alle degenerazioni italiane che alla consapevolezza mostrata dal movimento nel resto del mondo. Ma l’immagine non inganni: se dalle nostre parti l’esito violento è stato provocato da una spinta ideologica – l’azione premeditata del Black Bloc non si sa quanto infiltrato – qui assomiglia a migliaia di “incidenti” che si verificano ogni anno, e anche questo ci racconta un po’ di Cina.

L’assenza dei cosiddetti “corpi intermedi” e di un compiuto Stato di diritto non lascia che una via d’uscita: l’esplosione. Dopo di che, sarà il potere politico stesso a tentare di introiettare nel sistema ciò che può rafforzarlo e farlo progredire, reprimendo invece l’indigeribile, ciò che potrebbe rivelarsi un cancro che lo consuma dall’interno. Se non ci riesce è il caos, il disordine, l’idea che più terrorizza la Cina tutta. Ciò che c’è di comune con il resto del mondo, in questa rivolta, è il nemico: l’economia finanziaria che tradisce le aspettative e fa ricadere sul lavoro i costi del suo fallimento. Ciò che c’è di nuovo e di specifico, è l’inedita alleanza dei produttori.

È questo di Huzhou, se vogliamo, un evento imparentato più alle manifestazioni del ceto medio di Dalian contro lo stabilimento chimico che appesta l’aria, che alle ricorrenti jacquerie di contadini espropriati delle terre. A noi ricorderebbe forse il contesto della Rivoluzione Francese, quando i nuovi ceti borghesi emergenti non trovarono più nell’Ancien Regime l’humus adatto a garantire la propria ulteriore crescita. E lo decapitarono. Quello che sembra leggersi tra le righe – con tutti i benefici d’inventario che questa sorprendente Cina ci impone di premettere – è una sempre maggiore difficoltà del potere politico a prevedere questi eventi inediti.

A Pechino se ne rendono conto benissimo: nelle province le autorità locali agiscono lontano dagli occhi, spesso in una condizione di emergenza finanziaria che le costringe a vendere terreni agli speculatori edilizi o, come in questo caso, ad aumentare le tasse. E quando tali misure si innestano su altri provvedimenti del governo centrale, ad esempio la riduzione del credito, l’effetto dirompente si moltiplica e il controllo viene meno. È come se centro e periferia non si parlassero. La prossima mutazione potrebbe essere dunque proprio quella del potere politico stesso e della sua organizzazione sul territorio. Ovviamente “secondo caratteristiche cinesi”.

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Grecia in sciopero.

(fonte:ANSA)

Oltre alla centralissima piazza Syntagma, dove da alcune ore sono radunati oltre 50.000 manifestanti e sono in corso scontri tra giovani incappucciati e le forze dell’ordine, anche le strade di accesso alla piazza sono ridotte a un campo di battaglia, con cassonetti delle immondizie dati alla fiamme, vetrine di negozi infrante e segnali stradali divelti. Il tutto è avvolto da una fitta nube di acre gas lacrimogeno. Lo riferisce la corrispondente della Tv privata Skai in collegamento in diretta.
Con lo sciopero di 48 ore cominciato questa mattina, le manifestazioni di protesta dei lavoratori greci contro le misure di austerita’ varate dal governo socialista di Giorgio Papandreou e contro il multi-disegno di legge che domani sara’ votato dal Parlamento, raggiungono il loro culmine. In giornata sono previste diverse manifestazioni di piazza ad Atene e nelle maggiori citta’ del Paese.
Tra manifestanti greci e polizia sono cominciati poco fa i primi incidenti sulla piazza Syntagma, davanti al Parlamento e su una via laterale. Alcuni giovani incappucciati hanno lanciato sassi e almeno cinque bottiglie incendiarie contro gli agenti schierati a difesa dell’edificio che hanno reagito esplodendo alcuni candelotti lacrimogeni
Questo sciopero generale – il quinto dall’inizio dell’anno e il secondo di 48 ore da giugno – e’ considerato il piu’ vasto dopo la caduta del regime dei colonnelli (1974) ed arriva a paralizzare completamente il Paese dopo due settimane in cui si sono succeduti gia’ decine di scioperi settoriali. Tutto e’ fermo: scuole, ministeri, banche, uffici postali, ospedali, studi professionistici, supermercati, panetterie mentre sono tornati a lavorare i giornalisti di radio, tv e quotidiani. Il consiglio direttivo della Confederazione Nazionale del Commercio di Grecia (Esee) ha deciso la chiusura, per oggi, di tutti i negozi del Paese.
Anche i distributori di benzina resteranno chiusi in segno di protesta per le misure economiche del governo. Fermi anche i traghetti da e per le isole, i voli nazionali e internazionali e i controllori di volo che pero’ si astengono dal lavoro solo per 12 ore, dalla mezzanotte di martedi’ fino a mezzogiorno di oggi. Come gia’ altre dicasteri nei giorno scorsi, anche il ministero della Giustizia e’ da questa mattina occupato dagli impiegati del sistema carcerario. In un comunicato sostengono che ”la situazione nelle carceri ha raggiunto livelli molto pericolosi perche’ che manca il personale in tutti i reparti che in certi casi raggiunge il 60% del necessario”.
Anche le guardie carcerarie hanno annunciato la loro adesione allo sciopero generale indetto dai due principali sindacati greci – Gsee e Adedy – e nello stesso tempo hanno proclamato una agitazione di 24 ore per venerdi’ 21 ottobre. Durante lo sciopero non saranno permesse le visite ai detenuti da parte dei parenti o dei loro avvocati. Allo sciopero di oggi e domani, oltre i dipendenti del settore dei trasporti pubblici, partecipano anche i proprietari di taxi perche’ il nuovo disegno di legge presentato dal ministero dei Trasporti non li soddisfa e chiedono al governo di ripristinare le legge precedente che prevedeva che il numero delle licenze per i taxi fosse collegato al numero degli abitanti di una determinata area geografica. Beh, buona giornata.

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Bifo, Mario Draghi e il movimento degli indignati.

di Franco Berardi BIFO.

La dichiarazione rilasciata da Mario Draghi la mattina del 15 Ottobre è segno di sarcastica arroganza della classe finanziaria. Mario Draghi, prossimo Presidente della Banca Centrale Europea, che ha detto di essere dalla parte degli “indignati”: “Anche noi siamo arrabbiati contro la crisi figuriamoci i ventenni che non trovano lavoro.” Ciò significa che non appena prenderà il suo posto di presidente della Banca, Mario Draghi tasserà le transazioni finanziarie nella stessa misura in cui tassa il mio stipendio? Che la BCE erogherà finalmente un reddito di cittadinanza per tutti i disoccupati europei?

Chiederà ai governi europei di investire nuovamente i soldi tagliati alla scuola, e di riassumere i dipendenti pubblici e privati licenziati per effetto delle misure deflazioniste e privatistiche della passata gestione della BCE?

Ne dubito.

Chi è Draghi? Allievo del compianto Federico Caffè ed ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, Draghi è stato dal 2002 al 2005 vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide della Goldman Sachs, la banca d’affari che si può considerare responsabile principale della speculazione globale che sta portando al collasso le democrazie e alla miseria le popolazioni. Per quanto presentato come persona di specchiata moralità, Mario Draghi non è un gentiluomo. Non è al soldo della mafia come la maggior parte dei ministri del governo Berlusconi, ma è portatore di quegli interessi finanziari che sono un pericolo mortale per la vita quotidiana della popolazione europea.

Draghi viene avanti per far fuori le mafie secondarie, come quella di Berlusconi, e imporre gli interessi della mafia dominante, quella della Banca Centrale europea, cuore nero dell’imposizione dogmatica di criteri economici che confliggono con il benessere, la pace, e la civiltà sociale.

Ma forse Draghi non ha capito bene: il movimento non è arrabbiato contro la crisi come crede lui e come suggerisce uno slogan sbagliato che circola nel movimento.

Senza polemizzare con i compagni di Global Project, e della FIOM per i quali nutro affetto solidarietà e rispetto, vorrei suggerirgli di cambiare nome alla loro iniziativa unitaria.

Il movimento non è contro la crisi (che non significa niente). E’ contro il capitalismo, contro lo sfruttamento, la competizione, il dogma del profitto e della crescita.

La crisi non è che uno degli effetti della follia del capitalismo finanziario, e può essere l’occasione per consegnare il capitalismo alla storia. Non è l’emergenza della crisi a distruggere la nostra vita, ma la normalità del capitalismo che sfrutta, uccide, inquina. La crisi non è che il momento più violento della normalità capitalista, ed è anche il momento nel quale la società può rompere la catena politica, sociale e culturale che la incatena. Beh, buona giornata.

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Attualità democrazia Leggi e diritto

La legge-bavaglio torna in frigorifero.

E’ Fabrizio Cicchitto ad annunciare il ritiro del disegno di legge: “E’ certo che ora si rinvia l’esame del ddl intercettazioni”, dice il capogruppo del Pdl alla Camera, subito dopo che il governo è andato sotto sul Bilancio. Beh, buona giornata.

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Attualità democrazia Leggi e diritto Media e tecnologia

Ultima chiamata per fermare la legge-bavaglio.

http://www.avaaz.org/it/

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democrazia Popoli e politiche

Putin al potere altri 12 anni?

di Mark Franchetti* -lastampa.it

Pochi in Russia si sono sorpresi quando il primo ministro russo Vladimir Putin ha annunciato che alle elezioni di marzo intende tornare alla presidenza, una mossa che potrebbe vederlo al Cremlino fino al 2024, facendo di lui il leader con più anni al potere dai tempi di Iosif Stalin. I tempi dell’annuncio hanno colto in contropiede perfino i suoi più stretti collaboratori ma da quando Putin si è dimesso quattro anni fa e ha lasciato il suo posto al Cremlino al suo pupillo Dmitry Medvedev, tutti in Russia hanno capito due cose: che anche da premier Putin continuava a essere il vero detentore del potere e che aveva tutte le intenzioni di essere di nuovo Presidente. Fin qui tutto come previsto. Ma la reazione al trionfale «ritorno» di Putin è invece stata in qualche modo inaspettata. Le migliaia di delegati del partito pro Cremlino presenti al congresso in cui Putin ha dato l’annuncio – e che hanno assistito all’harakiri politico in diretta di Medvedev – sono scoppiati in un fragoroso applauso. La televisione di Stato russa, ovviamente, si è profusa in lodi servili. È poi anche vero che Putin – nonostante la mancanza di democrazia in Russia – è ancora genuinamente popolare tra milioni di elettori. Eppure l’umore del Paese di fronte alla prospettiva di altri 12 anni di Putin sta rivelandosi sorprendentemente pessimista. Quasi il quaranta per cento degli intervistati di un sondaggio ufficiale ha detto di essere scontento della vita in Russia e sarebbe addirittura pronto a scendere in piazza per protestare – la cifra più alta da quando Putin è salito al potere dodici anni fa. Il suo attuale tasso di popolarità, secondo Vstiom, uno dei principali istituti di sondaggio del Paese, è poco più del 40%, dimezzato rispetto al suo picco nel 2008 e il più basso da quando è diventato Presidente per la prima volta. Gli studi mostrano anche che tra i russi comuni la tolleranza per l’endemica corruzione del Paese e gli abusi di potere dei funzionari è al punto di rottura. Un altro stimato istituto di sondaggi ha avvertito che i russi credono sempre meno alle elezioni e non sono scontenti del fatto che in pratica sia il Cremlino, piuttosto che l’elettorato, a scegliere chi governa il Paese.

E, in quella che alcuni stanno già definendo la fuga dei cervelli, secondo gli ultimi sondaggi almeno il 40% dei russi di età compresa tra i 18 e i 24 anni vorrebbe emigrare. Ripeto, milioni di russi saranno felici di votare per Putin, ma qualcosa sta cambiando. La scorsa settimana un’immagine ritoccata del premier ha fatto il giro della rete russa – mostrandolo vecchio e decrepito, sovrapposto a un ritratto di Leonid Breznev, il leader sovietico il cui regno durò 18 anni, fino alla morte, e che è generalmente associato a un periodo di profonda stagnazione. Quelli che non appoggiano il ritorno di Putin sentono che ha perso un’occasione unica per passare alla storia come un grande statista che, riportata la stabilità in Russia, ha passato il testimone a un leader più giovane, moderno e illuminato. I membri delle élite liberali si ritengono traditi da Medvedev, che nel corso degli ultimi due anni li ha indotti a credere che si sarebbe candidato a un secondo mandato. Spiegando la sua decisione di non farlo, il Presidente russo ha detto che Putin era più popolare di lui. Di fronte ai crescenti problemi economici aggravati dalla prospettiva di una seconda crisi finanziaria globale, pare che il Cremlino sia molto allarmato per la potenziale minaccia di disordini sociali. «Non c’è dubbio che la squadra di Putin sia preoccupata per l’aumento del malcontento popolare», ha detto un ex assistente del prossimo Presidente della Russia. «Come ogni sistema autoritario è estremamente suscettibile agli sbalzi d’umore tra la popolazione, soprattutto quando quasi la metà si dice pronta a scendere in piazza. Una dimostrazione di decine di migliaia basterebbe per spaventare chi è al potere. Il pericolo è che Putin, non appena tornato al Cremlino, faccia alcune concessioni, ma allo stesso tempo dia un ulteriore giro di vite, per esempio cercando di limitare le critiche su Internet».

In netto contrasto con la televisione di Stato, il Web in Russia è libero e vitale. Blogger e giornalisti criticano Putin di continuo e scrivono apertamente della corruzione tra le élite. Utente appassionato di Internet e Twitter che lascia raramente il suo ufficio senza il suo i-Pad, il Presidente Medvedev è stato visto da molti come un garante della libertà del Web russo. I liberali temono che Putin, che utilizza di rado Internet, preferisce scrivere a mano ed è considerato molto meno liberale del suo protetto, cerchi di reprimere il Web per frenarne il crescente impatto che sta avendo sulla società russa. Una fonte che gode di buoni contatti al Cremlino sostiene che l’arresto e il processo a Hosni Mubarak hanno molto impressionato Putin e hanno influenzato la sua decisione di ritornare Presidente. «L’ho personalmente sentito imprecare contro i traditori che hanno rovesciato Mubarak – dice la fonte -. Gli eventi della Primavera araba hanno solo rafforzato il suo istinto a non fidarsi di nessuno, nemmeno di Medvedev». Il governo Putin ha aumentato in modo significativo le pensioni e la spesa sociale nel tentativo di smorzare le critiche e migliorare le condizioni di vita. Ma la stabilità economica del Paese è fortemente dipendente dagli alti prezzi del petrolio. Negli ultimi dieci anni poco o niente è stato fatto per modernizzare le infrastrutture fatiscenti della Russia e diversificarne l’economia. Una caduta dei prezzi del petrolio comporterebbe per la Russia l’impossibilità di far quadrare il suo bilancio. La disoccupazione e l’inflazione sono destinate a salire e questo alimenterà il malcontento. Oligarchi come Mikhail Prokhorov, il terzo uomo più ricco della Russia, e personaggi di spicco come Anatoly Chubais, l’architetto delle riforme economiche liberali nel 1990, ed ex della squadra del Cremlino ai tempi di Boris Eltsin, hanno parlato di un futuro tenebroso e del rischio di terremoti tra le forze politiche. La questione principale tra i cremlinologi è come sarà Putin durante il prossimo mandato da Presidente – il Putin che è stato finora o, come alcuni credono e vogliono sperano, un nuovo leader illuminato che sorprenderà anche i suoi critici. Il portavoce di Putin che lavora con il leader russo da dodici anni, la settimana scorsa ha sorpreso molti rilasciando una rara intervista a un canale tv indipendente su Internet, parlando con insolita franchezza.

Dmitry Peskov innanzitutto ha ammesso che, almeno tra le élite privilegiate di Mosca, il ritorno di Putin raccoglie molte critiche: «Dobbiamo spiegarci meglio», ha detto. Quindi, con un’inattesa confessione, Peskov ha confermato che un recente filmato assai ridicolizzato, in cui Putin, indossata una muta, si tuffava in un sito archeologico marino e ne riemergeva dopo qualche minuto tenendo trionfalmente in mano due antichi vasi greci recuperati dopo migliaia di anni a una profondità di soli due metri e perfettamente puliti – era effettivamente una messa in scena – anche se la televisione di Stato l’aveva pedissequamente riportato come una vera scoperta. Un segnale della nuova Russia di Putin? Forse, o forse no. Solo il tempo lo dirà. Per ora il momento di sincerità ha solo confermato che in Russia le cose non sono sempre esattamente quello che sembrano. (Beh, giornata).

*corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra traduzione di Carla Reschia

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democrazia Dibattiti Finanza - Economia - Lavoro Lavoro Popoli e politiche

L’uscita dalla crisi economica è politica.

“Gli economisti registrano la recessione analizzando l’andamento della domanda; la domanda crolla a causa della L’uscita dalla crisi economica è politica.caduta dei redditi; i redditi e quindi il potere d’acquisto diminuiscono per mancanza di lavoro il quale a sua volta cede per la scarsità di domanda. Così il cane si morde la coda, l’effetto diventa a sua volta causa, l’economia reale si avvita e il circolo perverso della stagnazione e poi della recessione si autoalimenta”, scrive oggi Eugenio Scalfari su Repubblica.

Per interromperlo -sostiene Scalfari- deve entrare in gioco un elemento nuovo, capace di bloccare il ciclo perverso e di cambiare il “trend” e le aspettative dei mercati. Bisogna dunque chiedersi quale sia l’elemento nuovo capace di capovolgere le aspettative. Su questa ricerca -aggiunge Scalfari- si sta discutendo da anni e la discussione negli ultimi mesi è diventata sempre più convulsa. Ora siamo alla stretta finale e, come sempre avviene nei gran finali, il problema è ridiventato politico.”

In Italia, il fatto nuovo che potrebbe convincere i mercati e le istituzioni finanziarie globali a dare un poco di respiro alla nostra economia è la cacciata di Berlusconi e del suo governo, per alcuni; un semplice passo indietro del Cavaliere, per altri. Comunque, la sua sostituzione alla guida del Paese è nei fatti, è nell’agenda politica da quest’estate. Ogni giorno che passa la fine di Berlusconi appare inevitabile: lo dicono apertamente, lo chiedono sommessamente, lo sperano segretamente ormai un po’ tutti.

E’ una questione di tempo, ma di tempo ne resta poco. Per come è stata ridotta la reputazione del Paese, la testa di Berlusconi forse non sarà più sufficiente; magari da solo questo evento non è risolutivo delle ormai profonde lacerazioni sociali dell’Italia. Ma da qualche parte bisogna ricominciare,e questo è pur sempre un buon inizio. Beh, buona giornata.

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democrazia Leggi e diritto Media e tecnologia

Il tuo click per fermare la legge bavaglio.

Cari amici in Italia,

E’ vergognoso! E’ tornata l’infame “legge bavaglio” e il Parlamento potrebbe adottarla in qualunque momento: soltanto un enorme grido d’indignazione può fermarla.

La coalizione di Berlusconi è in frantumi, ma nel crollo si sta trascinando la sua maggioranza per portare a segno la “legge bavaglio”, che minerebbe sensibilmente il potere del nostro sistema giudiziario di combattere il crimine e la corruzione, e imporrebbe sanzioni draconiane contro editori, giornalisti e blogger. L’anno scorso abbiamo combattuto questa legge e abbiamo vinto. Anche questa volta dipende solo da noi: battiamoci con tutte le nostre forze per salvare la nostra democrazia!

Il bavaglio potrebbe diventare legge in ogni momento! Mezzo milione di italiani sta chiedendo al Parlamento di respingere la “legge bavaglio” e proteggere così la libertà di stampa: raggiungiamo ora le 750.000 firme! Clicca sotto per firmare e inoltra questa e-mail a tutti quelli che conosci – la petizione sarà consegnata direttamente ai parlamentari durante ogni voto cruciale da ora fino alle prossime due settimane:

http://www.avaaz.org/it/no_bavaglio_2/?tta

A fronte di nuovi vergognosi scandali sessuali e episodi di corruzione che hanno colpito il Premier e alcuni membri del governo, incluse accuse di prostituzione minorile e appalti assegnati in cambio di ragazze, il governo di Berlusconi sta facendo di tutto per far passare questa legge, che limiterebbe pericolosamente il potere giudiziario e metterebbe il bavaglio agli editori, i giornalisti e i blogger.

L’anno scorso abbiamo costretto il Parlamento a chiudere nel cassetto la “legge bavaglio”, grazie a un’enorme mobilitazione pubblica, che ha attirato l’attenzione dei media internazionali e ha aiutato a dividere la coalizione governativa. Ma ora che il suo disastroso mandato sta volgendo al termine, Berlusconi sta disperatamente cercando di proteggere se stesso e i suoi alleati dalle condanne e censurare preventivamente la stampa per fermare nuovi scandali dall’essere pubblicati.

Se la “legge bavaglio” passerà, non potremo più raccogliere le prove investigative contro i casi di corruzione e mafia e chiedere conto ai nostri politici, e un fondamento della nostra democrazia sarebbe distrutto. Solo noi possiamo fermare tutto questo! Firma la petizione urgente ora e invita tutti i tuoi amici a farlo:

http://www.avaaz.org/it/no_bavaglio_2/?tta

Negli ultimi due anni insieme siamo riusciti a ostacolare i molteplici tentativi di Berlusconi di imporre i bavagli ai media, al sistema giudiziario e a internet, che avrebbero messo in pericolo il cuore della nostra democrazia. Ma ora che questo scandaloso governo è al tramonto, Berlusconi ci sta provando di nuovo. Non possiamo abbassare la guardia proprio ora: siamo noi i guardiani della nostra democrazia. Il complotto del governo è ora all’attacco, e sta a noi dimostrare che continueremo a combattere finché i nostri diritti fondamentali e le nostre libertà siano definitivamente rispettati e protetti.

Con determinazione,

Giulia, Luis, Alice, Ricken, Pascal, Benjamin e il resto del team di Avaaz

Più informazioni:

Corriere della Sera – Un divieto senza senso
http://www.corriere.it/politica/11_ottobre_05/intercettazioni-un-divieto-senza-senso-giovanni-bianconi_2c8831be-ef16-11e0-a7cb-38398ded3a54.shtml

Il Fatto quotidiano – Giulia Bongiorno: “Non sarò relatrice di questo obbrobrio”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/intercettazioni-bongiorno-non-saro-certo-la-relatrice-di-questo-obbrobrio/162069/

La Repubblica – Caselli: “Togliere le intercettazioni è come eliminare ai medici le Tac”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/intercettazioni-bongiorno-non-saro-certo-la-relatrice-di-questo-obbrobrio/162069/

Wikipedia – La protesta contro la “legge bavaglio”
http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011

Valigia blu – Comma ammazza-blog: un post a rete unificata
http://www.valigiablu.it/doc/540/comma-ammazza-blog-un-post-a-rete-unificata.htm

La libertà è partecipazione informata – raccolta firme contro la legge bavaglio
http://nobavaglio.it/

CHI SIAMO
Avaaz.org è un’organizzazione no-profit e indipendente con 9 milioni di membri da tutto il mondo, che lavora perché le opinioni e i valori dei cittadini di ogni parte del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali (Avaaz significa “voce” in molte lingue). I membri di Avaaz vivono in ogni nazione del mondo; il nostro team è sparso in 13 paesi distribuiti in 4 continenti e opera in 14 lingue. Clicca qui per conoscere le nostre campagne più importanti, oppure seguici su Facebook o Twitter.

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democrazia Dibattiti

Beh, buona giornata aderisce a “Strappare il bavaglio, per ricucire l’Italia”.

Strappare il bavaglio, per ricucire l’Italia

di Sandra Bonsanti

Forse qualcuno ci chiede ancora: ma serve davvero manifestare, andare in piazza? La risposta è facile: serve. Pensate che avremmo avuto la primavera scorsa, quando i cittadini hanno costretto il governo a voltar pagina (i referendum vinti) e le amministrazioni locali a rinnovarsi fortemente, se alle spalle non ci fossero state le grandi manifestazioni che da febbraio in poi hanno, appunto, riempito le piazze? Il Palasharp di Libertà e Giustizia, le donne di “Se non ora quando” e le mobilitazioni per difendere la libertà di informare…  È servito mostrare all’Europa e al mondo  che non tutto è ignobile, nel nostro Paese e non tutti si sono arresi, a destra, a sinistra e al centro.

Nessuno oggi ci chiede “perché” manifestiamo. Si sa, lo sappiamo.

Per rimettere insieme i cocci, per cominciare a ricostruire mentre ancora siamo fra le macerie.

Perché dobbiamo STRAPPARE IL BAVAGLIO  PER RICUCIRE L’ITALIA

Perché dobbiamo ricucire i diritti: avere per esempio un LAVORO che non uccide. Anche se fosse “soltanto” per questo, manifestare È partecipare e partecipare SERVE!

Il tema dell’informazione sarà centrale durante la manifestazione Ricucire l’Italia dell’8 ottobre a Milano, all’Arco della Pace (a partire dalle 14 e 30) . A parlarne, tra gli altri, i giornalisti Marco Travaglio, Lirio Abbate, Claudio Fava, Michele Serra e Franco Siddi segretario Fnsi.(Beh, buona giornata)

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democrazia Finanza - Economia - Lavoro

Le agenzie di rating declassano il Paese, il governo declassa il Parlamento.

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Animali democrazia Finanza - Economia - Lavoro

Sempre più in basso? Andiamo al voto.

Moody’s ha declassato l’Italia. Siamo vulnerabili alle turbolenze dei mercati. Cioè, il governo è una pappa molle. Basta giochetti politici: al voto. Beh, buona giornata

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democrazia Media e tecnologia Potere Pubblicità e mass media

Beh, buona giornata aderisce a No alla legge bavaglio alla Rete.

Premessa: ieri sera a PORTA A PORTA si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidiale di libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).

Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.
Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica?
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica?
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta?
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati?
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla?
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?
Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Bruno Saetta – BLOG
@valigia blu – riproduzione consigliata

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Indignados di tutto il mondo, unitevi.

http://m.youtube.com/#/watch?v=ZgNVBm_ZsTQ

Le democrazie occidentali sono programmate perché pochi diventino ricchissimi ma non perché molti diventino poverissimi. E’ il capitalismo. Eppure è quello che sta succedendo, dopo la crisi del 2008 e adesso con la crisi del debito pubblico sta mettendo in mettendo in corto-circuito il sistema, cioè il rapporto tra la struttura economica e la sua rappresentanza politica.

In Europa e negli Usa si è attaccato prima il risparmio individuale poi lo stato sociale. Oggi la destra europea e americana è fermamente contraria all’aumento delle tasse per i redditi alti. Per questo, in occidente, cioè in Europa e in America, dilagano le proteste di massa contro la crisi. Esemplare il movimento Occupy Wall Street.

Non a torto la finanza globale, e la Borsa in primo luogo sono considerati i nemici del benessere, della distribuzione della ricchezza. “Se il mondo fosse una banca, lo avreste già salvato”, scrissero una volta quelli di Green Peace. Spostato dall’ecologia all’economia, questo slogan sembra accomunare le proteste da New York a Madrid, da Tel Aviv a Roma, da Atene a Londra. Beh, buona giornata.

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democrazia Finanza - Economia - Lavoro Lavoro

Anche gli americani nel loro grande si incazzano contro la crisi.

da repubblica.it

Circa 700 persone aderenti alla campagna contro Wall Street sono stati arrestati a New York. Le forze dell’ordine sono intervenute quando i dimostranti hanno bloccato il traffico sul ponte di Brooklyn e hanno cercato di dar vita a un corteo non autorizzato. “Vergogna, vergogna” hanno urlato i manifestanti all’indirizzo degli agenti. Testimoni hanno raccontato di averne visti moltissimi ammanettati, seduti a terra mentre tre pullman arrivavano per portarli via. Un portavoce della polizia ha dichiarato che erano stati ripetutamente avvertiti che se avessero invaso le corsie destinate ai veicoli sarebbero stati arrestati.

La protesta del movimento Occupy Wall Street (Occupare Wall Street) va avanti da due settimane e si sta estendendo ad altre città, a cominciare da Washington e Boston. Nella capitale del Massachusetts oggi sono state fermate 24 persone che partecipavano a un sit-in non autorizzato davanti alla sede di Bank of America, che di recente ha annunciato un piano di tagli per 30.000 impiegati con risparmi stimati in cinque miliardi di dollari fino al 2014.

A New York circa 2.000 dimostranti – disoccupati, reduci di guerra, studenti, insegnanti – hanno installato il loro quartier generale a Zuccotti Park, tra la Broadway e Liberty Street, non lontano dai grattacieli di Wall Street. E hanno intenzione di rimanerci per mesi. Da lì, verso le 15.30 ora locale, si sono mossi in direzione del ponte di Brooklyn, distante circa quattro chilometri. Una marcia con cui hanno voluto, tra l’altro, sostenere

il movimento SlutWalk contro gli abusi sessuali sulle donne.

Il movimento contesta le politiche seguite per fronteggiare la crisi economica. Il collante è la protesta contro le logiche di Wall Street, ma anche la delusione nei confronti del presidente Barack Obama che a loro avviso, come ogni presidente, è “schiavo” di quelle logiche. L’ispirazione viene dagli “indignados” spagnoli 1, dalle manifestazioni greche 2, dalle rivolte in Egitto e in Tunisia, dalle tende montate dai manifestanti a Tel Aviv 3. “Questa protesta è l’unico modo per rappresentare noi stessi”, spiega Norman Koener, un insegnate di Filadelfia venuto a New York per sostenere il movimento anti Wall Street. “Il Congresso non legifera per noi, e Obama è andato contro tutti i suoi propositi iniziali. Non penso che riuscirà ad essere rieletto ma del resto anche i Repubblicani sono un fallimento. A che serve votare per due partiti corrotti? L’unica soluzione è la democrazia che si vede in questa piazza”, conclude amaro il professore.

Quello di Zuccotti Park non è un vero e proprio accampamento perché le tende sono proibite. I manifestanti dormono avvolti in teli di plastica. Ma hanno allestito una cucina e una biblioteca e hanno sparso in giro poster in cui sono enunciati chiaramente i loro slogan. Negli ultimi giorni sono andati tra loro il regista Michael Moore e l’attrice Susan Sarandon. Appoggio alla protesta arriva anche dai cittadini di New York: non sono pochi i passanti che offrono donazioni e alcuni ristoranti hanno donato del cibo.

La rete di comunicazione grazie alla quale il movimento si sta allargando ad altre città si avvale dei mezzi ormai imprescindibili in questi casi, YouTube, Facebook, Twitter. Da Zuccotti Park vengono trasmessi aggiornamenti in tempo reale in streaming e si fa circolare un quotidiano, The Occupied Wall Street Journal. Il 6 ottobre il movimento si sposterà a Washington, simbolo della politica e delle lobby, in occasione del decimo anniversario della guerra in Afghanistan.

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Attualità democrazia

Quel milione di firme per il cambiamento.

Dopo twitter e Facebook, Beh buona giornata è anche su youtube. Beh, buona giornata.

http://m.youtube.com/?client=mv-google#/watch?v=98oZrgmQU4M

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Della Valle licenzia il governo. Su due piedi.

(fonte Rainews24)

“Alla parte migliore della politica e della societa’ civile che si impegnera’ a lavorare in questa direzione diremo grazie. A quei politici che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza e di amor proprio per le sorti del Paese saremo sicuramente in molti a voler dire ‘vergognatevi”‘. Si conclude cosi’ il duro j’accuse alla politica che lancera’ domani l’imprenditore Diego Della Valle dalle pagine dei principali quotidiani italiani, come anticipato questa sera dal Tg La7.

“Lo spettacolo indecente – si legge nelle pagine originariamente destinate alla pubblicita’ dei modelli di scarpe Tod’s – che molti di voi stanno dando non e’ piu’ tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda tutti gli schieramenti politici. Il vostro agire attento solo agli interessi personali e di partito trascurando quelli del paese ci sta portando al disastro e sta danneggiando la reputazione dell’Italia”.

Secondo Della Valle, “la classe politica si e’ allontanata dalla realta’ , la crisi economica impone serieta’ competenze e reputazione che gli attuali politici non hanno, salvo rare eccezioni”.

Le componenti responsabili della societa’ civile che hanno a cuore le sorti del Paese lavorino per affrontare con la competenza e la serieta’ necessaria questo difficile momento.

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